Nome: Stefano Crupi Mi alimento di parole. Le parole mi indicano le rotte da seguire, sono la musica della mia vita. Sono cieco finchè non do un nome alle cose che vedo.
Avvertenza: Questo articolo può nuocere gravemente al vostro umore, pertanto il lettore che volesse continuare a vivere tra i guanciali di una disinformata serenità si tenga lontano da queste pagine.
La moda di questo autunno si chiama influenza A e lo strumento che utilizza per propagarsi nelle coscienze è il bollettino dei morti che si ripete su ogni giornale con cadenza quotidiana. L’Ansa snocciola l’ennesima notizia di una vittima e sulle facce di intere redazioni prende forma il sorriso perfido di chi è riuscito, per l’ennesima volta, a riempire un giornale o almeno la sua prima, con un argomento che ha, per di più, un forte ascendente sul fronte acquirenti.
La strategia è palese e se vogliamo anche piuttosto banale: preso atto che la folla annoiata ama aver paura, ecco a voi servita la paura più a buon mercato, e che importa se difficilmente si concretizzerà in reale pericolo per la maggior parte delle persone.
La pandemia di cui parlo fa tanto cinematografico, è di quelle che riempiono i silenzi delle pause ufficio, che insinuano nelle vite comuni quel condimento rivitalizzante che le illude per un attimo di stare vivendo un’avventura da film.
Bene, questo articolo intende porre fine a questo gioco della paura innocua, rovinarlo come chi d’un tratto capovolge il tavolo facendo volare via i pezzi di una scacchiera: smettano di fingere agitazione coloro che commentano i nefasti effetti dell’influenza suina e comincino a rendersi conto che il gioco della falsità che mettono in moto pubblicando quotidianamente questo bollettino di morti nasconde sotto il tappeto (continua a leggere)
Piccolo test: inserisco l'inizio di un mio racconto, solo se vi interessa - e capirò quest'interesse dai commenti che inserirete - aggiungerò anche il proseguo ed il finale.
La città ha un maleficio
I
Il primo ritiro della giornata è a Piazza dei Martiri. Ci arrivo in un batter d’occhio. C’è traffico ma neanche poi tanto. Sono già stato in questo ufficio, è uno studio notarile. La segretaria porta gli occhiali ma deve essere molto carina senza. Neanche mi guarda, mi consegna la busta e mi dice l’indirizzo. In un attimo sono a Via Diocleziano. Non mi sfilo neanche il casco, l’ufficio è al secondo piano. Entro senza bussare e butto la busta sulla scrivania dell’impiegato. Anche lui neanche mi guarda. Non porta gli occhiali ma è lo stesso molto brutto. Non avrà più di trent’anni, ma calvizie e scoliosi lo fanno sembrare di molto più vecchio.
Ho sbrigato la prima consegna della mattina in un tempo record, ciò mi dà un ampio intervallo prima che il telefono squilli. Gli altri impiegano mediamente per una consegna una mezz’ora, o anche qualcosa in più. Ma io non sono gli altri. Io dimezzo i tempi.
Il capo, che mi conosce bene, qualche volta si anticipa e mi chiama dopo neanche dieci minuti. La mattina però mi concede una pausa. In un attimo arrivo ai quartieri. E’ una bella giornata di sole. Busso ad una porta marrone, nascosta dietro una colonna. Una signora grassa sta stendendo i panni. Neanche lei mi guarda. Mentre aspetto inizia ad urlare verso la finestra di sopra, si rivolge ad una certa Carmela, alla quale chiede di non spazzare, perché ci sono i suoi panni. Finalmente sento una voce dietro la mia porta marrone. “Chi sei, che vuoi?”. Gli dico solo il mio nome: Sisto, sono Sisto. Il ragazzo che mi apre ha la barba incolta ed una canottiera bianca. Sulle braccia degli orribili tatuaggi. Per tutta la sua casa una fetida puzza di piedi mi costringe a storcere il naso. Le imposte alle finestre sono chiuse. Solo qualche raggio di luce penetra attraverso un piccolo lucernario. Massimo, questo è il suo nome, mi porta nella sua camera. Il letto è sfatto, forse da mesi, ci sono cicche di sigarette ovunque ed una puzza più complicata, a quella di piedi si è aggiunta una puzza di merda. Qui c’è la lista e qui c’è la roba, tutto deve essere fatto entro le 6 di oggi mi raccomando, mi dice. Ha la voce strascicata di chi si è appena svegliato, in realtà è solo drogato. Infilo tutto nella mia borsa e scappo a gambe levate da quel letamaio. Appena esco, suona il cellulare, il capo mi dice “busta da ritirare” e le vie, controllo sulla lista, ci sono entrambe.
La città mi ha sempre dato l’idea di una pentola di pop corn: scoppiettante all’inizio, caotica, fumosa, persino pericolosa. Poi, man mano che la mattina avanza, lo scoppiettio rallenta: il caos sembra lasciare spazio ad una nuova calma, inquietante perché temporanea. Da lì a poco la città tornerà ad agitarsi, a crepitare, con una virulenza ancora maggiore. Le strade sono diventate d’improvviso deserte, se non ci fossero le buche potrei guidare senza attenzione; invece sono costretto a zigzagare, per evitare le incredibili voragini che pochi giorni di pioggia hanno disegnato sull’asfalto di Napoli. Si sottovaluta il rischio, in realtà una buca può farti morire.
Mi dirigo verso il centro direzionale: è lì la prima consegna. Gli spazi qui sono enormi, sono enormi i viali interni, le piazze, enormi gli androni, i corridoi, enorme è l’ascensore che mi porta al decimo piano. E’ enorme persino la segretaria che mi accoglie infilata nel buco della reception. Non riesco a vederle la parte bassa del corpo, ma deve essere stata infilata in quel buco dall’alto, ne sono quasi sicuro. Puoi lasciare a me? mi chiede sporgendosi. Mi perdo nella sua scollatura, e, rimanendo lì, le rispondo che quello che ho devo consegnarlo di persona. Mi indica un ufficio alla fine del corridoio sulla destra, poi digita un numero sul telefono per avvertire che sto per arrivare. La luce dei neon è bianca, la moquette è blu, ci sono vasi di fiori finti sui lati del corridoio. Alla scrivania della stanza in cui entro, c’è un ragazzo biondo, faccia quadrata e mascella pronunciata. Ci scambiamo le buste, nell’assoluto silenzio: lui mi guarda, anzi mi squadra per bene. Quando sto per uscire mi chiede: Non li conti? Faccio finta di non capire. I soldi, aggiunge indicandomi la busta che ho in mano. Cado dalle nuvole: I soldi? Non sapevo ci fossero soldi. In ogni caso non mi interessa, io faccio solo consegne! Mi guarda soddisfatto, sorride, mi dice: Vieni qua!. Nella mano ha 20 euro. Infine si gira verso il suo computer, indicandomi che posso andare.
Non devo arrivare molto lontano da lì, ma lui non lo sa. Il palazzo di fronte è più grande e maestoso di quello in cui sono appena stato. File verticali di vetrate lo proiettano verso l’alto, mentre al centro, su 5 binari, scorrono ascensori a forma di bussolotto. Salgo fino al tredicesimo piano, giro a destra e mi ritrovo in un corridoio che porta ad una palestra. Prima della porta a vetri d’ingresso c’è una lunga fila di armadietti. Insieme alle due buste Massimo mi ha consegnato la chiave del numero 15. Infilo la busta che ho con me, quella che mi ha consegnato l’uomo dell’ufficio di fronte, quella con i soldi, e vado via. Ci tornerò durante tutto l’arco della giornata, almeno una decina di volte.
Mi chiama il capo: Hai ritirato la busta, mi chiede. Sì, l’ho ritirata. Sto andando a fare la consegna! Poi mi dice di richiamarlo appena ho fatto, che c’è tanto lavoro stamattina. Devo arrivare dall’altra parte della città, e poi ritornare di nuovo agli armadietti del centro direzionale. Il capo crede che faccia due viaggi, invece ne faccio quattro. Solo uno come me può permetterselo. L’ho detto: dimezzo i tempi.
Riesco ad infilarmi in ogni fessura di traffico ed a passarci in maniera quasi indolore: quasi, perché qualche volta mi porto qualche specchietto. Il segreto è nell’energia che metti sul manubrio. Io lo tengo come se fossero le corna di un toro.
Passando per Corso Umberto decido di passare da Profumo. Profumo è il mio socio, vende profumi rubati, su un banchetto. Da una boccetta originale ne ricava tre. Sta parlando con una signora. Non mi arriva la sua voce né, a lui, la mia che lo chiama. Poi all’improvviso si gira e mi vede, “Aspetta” leggo sul labiale. E’ magro e alto, Profumo, ed ha la faccia cattiva, occhi sottili e una smorfia di disgusto costantemente disegnata sul viso. E’ lui che mi ha presentato Massimo, è sua l’idea del “giro”. In cambio gli do la metà, che poi non è mai la metà. Mentre aspetto, osservo la fiumana di gente che scorre rapida sui marciapiedi di Corso Umberto. Passano accanto alla lunga fila di banchetti – africani che vendono monili di legno, ma anche cappelli, portafogli, cd masterizzati - nella speranza di non essere agganciati. Lungo tutto il percorso la stessa mercanzia ricompare ad ogni decina di metri. Profumo mi è alle spalle: come sta andando, mi chiede. Come vuoi che vada, va bene, gli dico. Non faccio neanche a rispondergli che Profumo scatta di nuovo verso il suo banchetto. Freneticamente sistema le boccette sul panno. Poi ne afferra le estremità e lo fa diventare un sacco che si carica sulle spalle. Anche i negri che gli stanno intorno stanno posando in fretta e furia i loro oggetti nelle scatole o nelle borse.
postato da: gogol77 alle ore dicembre 03, 2009 09:56 | Permalink | commenti
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I suoi amici più cari pensano che Gianluca meriterebbe molto di più, un palazzetto, uno stadio, e tanto altro, ma in ogni caso plaudono l’iniziativa che vuole dedicargli in ricordo una palestra.
Partita attraverso internet, più precisamente utilizzando il social network che va per la maggiore, Facebook, la proposta ha trovato subito l’appoggio incondizionato di 1200 tra amici e conoscenti e anche semplici estranei convinti, dalle testimonianze di chi ha conosciuto questo splendido ragazzo, che si tratti di una causa giusta e da appoggiare.
Ma 1200 non è ancora un numero abbastanza indicativo, perché probabilmente l’intera comunità marcianisana appoggerà l’iniziativa non appena verrà resa nota attraverso canali diversi da internet.
Gianluca morì circa un anno fa, il 9 novembre del 2008, al seguito della squadra di ragazzi che, in veste di vice allenatore, accompagnava in una sfortunata trasferta a Potenza. All’altezza di Buccino un tragico incidente ... (continua a leggere)
Le prime pagine di “Domani nella battaglia pensa a me” dello scrittore spagnolo Javier Marias sono una trappola che ti incatena:
Nessuno pensa mai che potrebbe ritrovarsi con una morta tra le braccia e non rivedere mai più il viso di cui ricorda il nome. Nessuno pensa mai che qualcuno possa morire nel momento più inopportuno anche se questo capita di continuo, e crediamo che nessuno, se non chi sia previsto, dovrà morire accanto a noi.
Quello che segue non è un semplice racconto dei fatti ma il pensiero di un uomo – che procede attraverso un denso flusso di coscienza, inizialmente farraginoso poi via via più ipnotico, i cui ingredienti sono qualche ripetizione, lunghe digressioni, il soffermarsi spesso su dettagli a prima vista insignificanti – che si è trovato impelagato in una strana storia: Victor viene invitato a cena da Marta, mentre il marito è a Londra per lavoro ed il figlio dorme.
L’incontro clandestino sembrerebbe svilupparsi nel modo più convenzionale se non fosse che ad un certo punto accade il peggio: per una non precisata ragione Marta si sente male e muore in pochi minuti.
Non è morta da sola, e il fatto che qualcuno muoia mentre tu continui a rimanere vivo ti fa sentire come un criminale per un istante o per una vita.
Da questo momento assisteremo ad un continuo smascheramento, un gioco letterario di scatole cinesi che sfrutta il potere della parola - di creare suggestione e stuzzicare le corde dell’emotività - per svelare, attraverso(continua a leggere)
Ci va giù pesante la Corte dei conti nel rapporto di sessantasei pagine pubblicato sul sito istituzionale sull’area di Bagnoli.
L’ex area industriale, che fu sede dell’Italsider, vive da anni tutte le contraddizioni e le inefficienze della politica delle nostre parti: da decenni si parla di bonifica, da decenni esponenti politici, noti e meno noti, si riempiono la bocca di progetti ambiziosi, dibattendo del futuro di riqualificazione della zona, rastrellando finanziamenti su finanziamenti, da decenni nulla che parta per davvero, ma piuttosto solo un succedersi di progetti falliti.
Ora sembra che anche la Corte dei conti si sia accorta di questa situazione vergognosa, addebitando, nel rapporto firmato dal magistrato istruttore Renzo Liberati, la responsabilità non alla mancanza di fondi quanto agli organi istituzionali preposti, ritenuti, senza mezzi termini, “del tutto inadeguati”.
Progetti costosi arenatisi per pastrocchi burocratici o condizionamenti ambientali. I numerosi progetti di bonifica, decisi fin dal 1994 e per i quali negli anni gli aggravi di spesa ammontano a circa 131 milioni di euro, sono fermi al palo: la colmata, che è alla base del continuo inquinamento (continua a leggere)