Nome: Stefano Crupi Mi alimento di parole. Le parole mi indicano le rotte da seguire, sono la musica della mia vita. Sono cieco finchè non do un nome alle cose che vedo.
Nella prigione di Falconer non c’è spazio per la solidarietà. Ognuno sopravvive alla squallida quotidianità sperando di poter raccogliere dalla vita ancora un briciolo di umano candore. E per questo si appiglia ad ogni cosa, che sia la tenerezza di un amore omosessuale o il sogno di costruire una radio.
I ricordi però sono la vera ancora di salvezza. La memoria è una stanza nella quale rifugiarsi nei lunghi momenti di solitudine.
Farragut, ex professore universitario detenuto per fratricidio, è un uomo che vive come schiacciato sotto il peso delle sue occasioni mancate, impantanato in un passato che ritorna molto spesso alterato dall’eroina.
La sua apparente indifferenza è la scorza di un’anima profondamente segnata che guarda alla vita con l’arrendevolezza di chi sa di non avere più alcuna speranza. Lì fuori c’è un mondo che Farragut è stato incapace di vivere, mentre ora la sua nuova esistenza è scandita dagli appuntamenti con il metadone. Le ragioni della colpa commessa si svelano nel finale quasi ad evidenziare come la psiche di Farragut tenda a rimuoverle, a trattenerle sul fondo della propria coscienza.
Il carcere, mondo a sé stante, appartato e cupo, è un inferno pieno di squallore e follia, tenuto a bada da guardie sospettose. Nel ruolo che interpretano in questo teatro reale e psichico, muovendosi tra forme umane e subumane, esse stanno attente a mantenere un comportamento che sia sufficientemente circospetto e diffidente, che non conceda nulla alla folla carceraria, questa belva pronta a ribellarsi.
Farragut toccherà il fondo e poi risalirà, riscoprendosi profondamente mutato dall’estrema esperienza di Falconer, pronto, forse, per un nuovo inizio.
Romanzo sorprendente e vertiginoso, Falconer ci permette di parlare di un autore contemporaneo tra i più apprezzati dalla critica, soprannominato il “Cechov dei sobborghi” per la sua capacità di focalizzarsi su piccole esistenze e di svelarne le intime logiche emozionali.
Attraverso una prosa mai banale che procede per accostamenti ed immagini singolari, Cheever ci guida in nuovi sentieri di pensiero, concedendosi spesso ipnotici virtuosismi, ma alternando anche momenti di poetica leggerezza.
Anche l’azione è imprevedibile, e procede con cambi di velocità molto efficaci, regalandoci immagini forti, capaci di lasciare un segno profondo sulla nostra coscienza di lettori.
postato da: gogol77 alle ore maggio 11, 2009 14:30 | Permalink | commenti
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In questo libro straordinario, uscito nel 1982, poco prima della sua morte, e da poco ristampato, Luis Bunuel, il grande regista spagnolo di capolavori come “Il fascino discreto della borghesia”, “Quell’oscuro oggetto del desiderio”, “Bella di giorno” e “L’angelo sterminatore” (solo per citarne alcuni) ci accompagna nel cammino avventuroso della sua vita - dall’infanzia trascorsa a Calanda e a Saragozza, alla giovinezza nello straordinario salotto della Madrid degli anni ’20, dalla Parigi degli anni ’30, palestra d’arte fondamentale con i suoi 50 mila artisti, all’esperienza cinematografica prima hollywoodiana e poi messicana – guidandoci passo dopo passo e presentandoci la galleria di ritratti d’artista (Lorca, Dalì, Breton, Chaplin, Brecht) che ha avuto la fortuna di incontrare.
Aiutato dal suo amico sceneggiatore Jean-Claude Carriere, ripercorre la sua esistenza osservandola lucidamente grazie al distacco della vecchiaia e mostrandocela come un gioco divertente al quale si è partecipato e nel quale le sconfitte e i fallimenti hanno poca importanza, quasi pari a quella dei successi.
Grazie ad una narrazione sorprendente per la sua scorrevolezza e rapidità, fatta di passaggi secchi e immediati, in un tono vivace e pungente, Bunuel ci mostra l’instancabile istinto anticonformista che divenne la regola e la cifra della sua arte.
Forse proprio perché cresciuto in un’epoca ed in una terra fortemente “clericalizzata”, circondato da imposizioni di rettitudine e moralità, forse proprio per questo non seppe mai frenare la sua irriverente creatività, il suo sardonico umorismo, sfruttando ogni pretesto per inserire una dissonanza, una provocazione, una violazione.
La sua provocazione giunge addirittura a sminuire se stesso.
Si avverte nella sua voce (perché la cosa più sorprendente di questo libro è questa sua capacità di parlarci) quello sforzo, tutto surrealista, di svalutare ogni cosa, di farla apparire molto più banale ed estemporanea di quanto in realtà sia stata. Atteggiamento questo che deriva, a mio avviso, da quella predisposizione ludica che doveva essere l’aspetto caratteriale più vistoso del maestro.
Quando ci parla del surrealismo, questo movimento piuttosto eterogeneo ma fortemente contestatore dei costumi, che utilizzava lo strumento dell’arte per denigrare, scandalizzare, profanare i templi di moralità fino a quel momento inviolabili, quando ripercorre questa stagione irripetibile che rappresentò un fondamentale punto di svolta dell’arte occidentale, sembra quasi di trovarci in una sorta di ’68 ante litteram, di stampo artistico.
La stravaganza della sincerità, che si concede per tutto il libro, gli fornisce il coraggio di mettere nero su bianco giudizi che altri riterrebbero pericolosi, come quello per la Divina Commedia, definito il libro meno poetico del mondo, o il biasimo nei confronti di Jorge Luis Borges, cattedratico e presuntuoso, nella sua vana aspirazione al Nobel, mentre di tutt’altro genere è il giudizio verso Sartre, che il Nobel lo vinse e lo rifiutò, assurgendo in questo modo a suo mito personale.
Non nasconde di non aver mai amato quelli che oggi sono autentici miti letterari come Dos Passos, Hemingway, Steinbeck che “sarebbero zero se non fossero americani.”
I suoi giudizi sono sempre estremi, e risentono di un’inclinazione manicheistica coltivata e assecondata per tutta una vita, una tendenza a dissacrare che è da una parte una malattia inguaribile, dall’altra una fonte fervida di felici trovate e di quei tocchi di genio che ne hanno fatto la grandezza.
Nulla nella vita è incontestabile ed assoluto, sembra dirci in ogni riga.
Ci si immerge con piacere in questa vita densa di stimoli e di occasioni sfruttate, accompagnati da un uomo che non è stato solo un maestro del cinema ma anche una personalità dotata di spassosa ironia e di grande umanità.
Che ai margini della sua esistenza ci consegna l’immagine di un’ultima burla: l’ateo impenitente che fa convocare gli amici surrealisti, e con loro un prete, per l’estrema unzione.
postato da: gogol77 alle ore aprile 09, 2009 10:50 | Permalink | commenti
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L’inizio è folgorante: un grido squarcia il silenzio e s’infila tra le colline a ridosso del mare.
Il suo eco arriva in ogni angolo del paese di Latte, un pugno di case tra Ventimiglia e Mortola - in quella parte bellissima della Riviera ligure che confina con la Francia - e sorprende i tanti personaggi, che popoleranno l’opera, ciascuno immortalato, con brevi e precise pennellate, in un bozzetto di vita.
Siamo nel 1957 e da questo momento prende avvio un intreccio di storie sfavillanti e avvincenti che hanno come sfondo questo piccolo angolo d’Italia. Ci troviamo in un particolare periodo storico: l’Italia sembra essere riuscita a tirarsi fuori, quasi completamente, dalle macerie della dittatura e della seconda guerra mondiale. Il piccolo paese di Latte se ne sta lì, immobile, a vederlo dal mare, un presepe nel quale, dietro l’apparente calma, c’è un sotterraneo agitarsi di uomini e donne.
C’è Libero, ex comandante partigiano ed ora caposezione comunista con il suo piccolo gruppetto di compagni, che vede invischiarsi la sua Rivoluzione tra i giochi di palazzo della politica romana.
C’è l’infedele Luciana che si concede a Luisò, mentre controlla suo marito Baciui impegnato a pescare sulla sua barca, la Spipareta;
C’è la maestra del paese, la Canzani, ed il suo milite Rosolino, fantasma repubblichino, che le parla dalla radio; c’è il timido e gentile maestro siciliano Puglisi con il sogno di una sua canzone a Sanremo; c’è la testa smarrita di una statua, quella della Vergine Maria, sulla cui scomparsa girano tante voci e che poi ritornerà come contropartita di un carico di armi; c’è un mostro che si aggira per i boschi di Belenda e Gran Mondo, che prima si pensa sia prodotto dalle radiazioni dello Sputnik, il satellite appena lanciato dai russi, poi un “frankenstein” scappato a Voronoff, lo scienziato eugenetico che abitava quelle campagne; c’è Dolora che assiste lo zio malato e, fingendosi la zia defunta e offrendogli la sua nudità, tenta di convincerlo a nominarla nel testamento proprietaria del terreno di Ciabauda; c’è l’ostinato Martì, che se sta su un castagno, a fucile spianato, nell’attesa dei cinghiali che gli devastano i campi.
C’è un crocevia di strade, all’imbocco del paese, dove due cugini, Giustin ed Ettore, si fanno guerra commerciale, una sorta di incontro simbolico con la modernità che cerca di farsi strada nelle vite dei paesani.
Ed, infine, c’è Jolanda, con la sua gravidanza illegittima, che non abbassa il capo alla maldicenza e se ne va in giro spavalda per il paese tra commenti taglienti e sguardi obliqui.
Era del suo bambino il grido della prima notte, un vagito subito scoperto che stuzzicherà la curiosità del paese su chi sia il padre.
Nico Orengo, debitore di Mario Soldati e Pietro Chiara e Giovannini Guareschi, è da anni riconosciuto come il depositario e continuatore di una corrente della letteratura italiana troppo spesso fatta passare in sordina. Una letteratura che partendo dalla provincia tenta di rappresentare le caratteristiche di un’umanità tutta italica, che ha radici profonde e comuni, che è incline al bigottismo, al perbenismo di facciata, ed è impaurita, per ignoranza, dalle novità, verso le quali tenta di fare muro, perché non penetrino nella piccola vita del paese e ne modifichino le consuetudini.
Un‘umanità che vive secondo regole secolari, perpetuate dalla moralità pubblica, la cui arma subdola è il pettegolezzo “imburrato infornato e mangiato” (citando “Maria Catena” di Carmen Consoli).
L’edicola rappresenta la finestra sul mondo: è attraverso i giornali che giunge agli abitanti di Latte l’eco delle notizie dal resto d’Italia e del mondo, notizie che poi alimentano ingenue discussioni da trattoria, spesso pervase da un’ideologia sincera e genuina. Ilclima politico, con le sue alleanze, i tradimenti, le mediazioni, arriva mitigato dalla frammentarietà degli annunci. Le continue beghe tra socialisti e comunisti, i contrasti con la democrazia cristiana, la guerra fredda, tutto quello che giunge confonde più che interessare.
C’era stato un tempo semplice, quello “in cui i nemici erano i nazi e i fascisti, e quelli che erano dalla stessa parte non dovevano esibire troppe sfumature, linee programmatiche”
Ma la democrazia ha complicato le cose, il mondo è diventato d’improvviso un’intricata matassa da decifrare, che disorienta e disillude: il Partito fa ancora da guida, ma presto i sogni di rivoluzione svaniscono fumosi nella calma tutta provinciale di quelle campagne, e l’isolamento diventa quasi una protezione. La Storia è oramai lontana e la stagione avventurosa della lotta partigiana è un capitolo chiuso ed irripetibile.
In pagine spassose, ma nello stesso tempo pervase da una vena di malinconia, Nico Orengo ci regala uno spaccato d’Italia bellissimo, riuscendo a ricreare fedelmente l’idealismo ingenuo di quegli anni, la semplicità degli scopi di un paese ancora profondamente rurale, ed infine il fascino ammaliatore della modernità.
Partiamo da un fatto: alla base del successo di “Gomorra”, il libro di Roberto Saviano, c'è una molteplicità di fattori talmente vasta che è difficile indicarne uno in particolare.
Primo fra tutti l’esigenza, sentita da gran parte dei lettori, di una letteratura che si sporchi di realtà, che tenti di intelleggerla e di spiegarne quello che nasconde dietro le apparenze.
Saviano non ha solo parlato di camorra, ma ci ha mostrato i cancri nascosti e smascherando soprattutto i collegamenti, gli intrecci, le interposizioni di interessi, ci ha fornito una radiografia del reale capace di darci una inorridente visione di insieme.
Ha fatto tutto questo utilizzando, inoltre, un espediente letterario – l’inchiesta giornalistica che si fa romanzo che si fa denuncia – di un’efficacia senza precedenti, in grado di lasciarci, a fine lettura, storditi ed esausti.
Alla luce di queste considerazioni, le obiezioni di plagio che Simone Di Meo, giornalista napoletano, muove nei confronti di Saviano appaiono ancora più risibili. Di Meo accusa lo scrittore di aver preso spunto da alcuni suoi articoli e da qualche sua confidenza senza indicarne, nel romanzo, la fonte.
Adesso, non c’è dubbio che Saviano non abbia vissuto direttamente tutte le esperienze che racconta. Lo stesso scrittore ammette di aver attinto informazioni da una molteplicità di fonti. Quello che però ne ha tratto da questa argilla grezza è un unicum letterario, unanimemente apprezzato da critica e lettori, che ha poi avuto, soprattutto, il grande merito extra letterario di smuovere le coscienze e di catalizzare l’attenzione su un problema che prima molti facevano finta di non vedere. E’ questo a mio avviso il merito più grande di Saviano che spiega, in parte, il suo successo.
E’ possibile che Di Meo non intuisca come passino davvero in secondo piano le sue richieste di una nota a piè di pagina? E’ possibile che tenti di passare oltre l’importanza di tutto questo per tediarci con le sue frivole questioni editoriali? Sono forse queste domande ad aver eccitato la mia dietrologia. Ed ecco che quello che pensavo mi viene confermato anche da Saviano.
Nel suo intervento televisivo egli ha motivato quest’attacco adducendo un intento diffamatorio che proverrebbe da quella stessa stampa che “spalleggiava” la criminalità organizzata e usava il mezzo della diffamazione per isolare chi si ribellava. Accadde con Don Peppe Diana sul cui conto certa stampa casertana elevò a certezza, nei giorni immediatamente successivi alla sua morte, accuse infamanti che non erano supportate da alcuna prova. Di Meo, non a caso, proverrebbe proprio da quella stampa.
Certo può essere. Che almeno questo sia nelle intenzioni di qualcuno è possibile. Che ci siano anche qui collegamenti e relazioni con la criminalità organizzata è probabile, anzi, appare quasi inevitabile.
Nel suo intervento televisivo Saviano ha voluto andare oltre tutto questo. Ha fatto sì nomi e mostrato articoli, e dimostrato la sua tesi, ma oltre a denunciare collusioni a mio avviso il suo intento era ancora un altro: quello di continuare nella rappresentazione di quella realtà che tanto lo inorridisce. La cultura mafiosa, ha voluto ripeterci, impregna ogni settore di questa nostra società meridionale, la satura orientando menti e coscienze e impone atteggiamenti consenzienti che, però, diventano colpevoli se ad assumerli sono giornalisti o editori.
Inoltre conduce, cosa ancor più grave, all’abitudine: l’indignazione si placa e si è portati ad accettare quello che avviene perché così vanno le cose, non c’è alcun modo di cambiarle.
Lo stesso Di Meo afferma banalmente nel suo blog che Saviano esageri, che i padrini non sono queste menti eccelse, che lo scrittore “mitizzi” il sistema. Insomma tenta di sminuire.
Io adesso non so se l’intento di Di Meo sia quello di farsi testa di ponte di questo oscuro fronte diffamatorio, o se invece tenti solo di inserirsi nella scia del successo di Gomorra. In entrambi i casi lui potrebbe solo essere uno strumento. Però ci preme rassicurarlo: che tenti pure di inserirsi nella schiera di epigoni che tentano di sfruttare la scia, ma difficilmente riuscirà ad oscurare la luce di un ragazzo che davvero sta facendo molto per cambiare le cose.
Perché la più grande ragione alla base del successo di Gomorra è, secondo me, lo stesso Roberto Saviano.
E’ quel misto di qualità che saltano agli occhi dei suoi lettori e di chi lo ha potuto osservare nei suoi interventi televisivi. Un ragazzo dal coraggio e dalla testardaggine fuori dal comune che tenta giorno dopo giorno di perpetuare la sua ossessione, di resistere alle forze che tentano di riposizionarlo ai margini, e che ci continua a parlare di camorra (a noi ma soprattutto all’Italia intera, affinché la camorra non venga scambiata per un problema locale). E tutto questo perché non ritorni il silenzio, perché si parli di ciò che per troppi anni è stato colpevolmente taciuto.
La sua profonda e sincera indignazione civile trasuda da ogni parola che pronuncia, e dietro di essa, sono sicuro, non c’è mai stato - perché non ci può essere - nessunissimo calcolo. Che poi quella “macchina da guerra” di marketing che è la Mondadori si arricchisca con lui, questa è un’altra questione che, a me, personalmente non interessa.
Le reazioni di Roberto Saviano alla popolarità, al successo anche economico, non hanno per nulla scalfito la forza di una lotta che lo pervade tutto, e che orienta ogni sua azione e intervento.
E sono queste le cose fondamentali su cui conta concentrarsi. A noi pubblico di suoi lettori non interessano le beghe da scrittorucoli verso le quali qualcuno, chissà chi, tenta di spostare la nostra attenzione. La nostra attenzione resta lì, accanto a questo ragazzo che agita le nostre coscienze civili e ci inculca, giorno dopo giorno, la speranza che un giorno le cose, dalle nostre parti, possano cambiare.
Ha ragione Mourinho a dire che in Italia il calcio venga vissuto in maniera drammatica. Quindici giorni prima a parlare di una partita per rinfocolare la paura di perdere, quindici giorni dopo a discutere dell’inevitabile sconfitta. Un mese da dedicare ad una partita di calcio. Per quanto lo sport sia importante, divertente, e tante altre belle e sane cose, in Italia è di certo sopravvalutato. Ma la cosa non mi sorprende. Cosa ti puoi aspettare da un paese che non si indigna di fronte ai diritti violati, che non si solleva quando sul tavolo ci sono questioni fondamentali e di un’importanza capitale come per esempio la procreazione assistita, che non si infuria per la pessima informazione costretto a sorbirsi ogni santo giorno a causa di una stampa asservita o fin troppo compiacente, che non si scuote di fronte alle pressioni retrograde e conservatrici che la Chiesa esercita su ogni questione politica, un paese nel quale la maggioranza di governo è nelle mani di un uomo che rastrella potere e denaro ed immunità mentre racconta barzellette, un paese che sorride di fronte alle sue intemperanze internazionali, alle sue gaffe da cafone, al suo esibizionismo da tronista.
In un paese del genere, con gente del genere, non sorprende che il calcio possa diventare per molti una ragione di vita, che si arrivi addirittura ad uccidere, a sporcarsi le mani in nome di una fede che non è altro che la panacea di un vuoto esistenziale e morale senza precedenti. Mourinho, che è uno straniero al primo anno in Italia, non si è ancora adeguato al comodo conformismo di molti allenatori e calciatori che concedono solo interviste convenzionali.
La sua franchezza caratteriale, che gli fa dire quello che pensa senza alcun filtro di sorta, ci restituisce un’immagine realistica dell’Italia. L’Italia che drammatizza sul “pallone” appare ai suoi occhi in tutta la sua ridicolaggine. Ancor più se confrontata con l’Inghilterra dove invece, al “pallone”, si dedicano solo 90 minuti.E’ da quest’Italia che il signor B. si ostina a raccattare spunti per le sue storielle, perché, portatore sano di tutti i difetti italici qual è, piuttosto che nasconderli o risolverli preferisce ostentarli. Restituendo all’estero l’immagine di un’italietta da barzelletta che, ahimè, corrisponde al vero.
postato da: gogol77 alle ore marzo 16, 2009 17:03 | Permalink | commenti
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