venerdì, 29 aprile 2005
Il Cicikov delle Anime morte ha in sè molte delle caratteristiche caratteriali (negative, sia chiaro) che il luogo comune ascrive al "napoletano doc". Furbo, opportunista, camaleontico, arrampicatore sociale, approfitta di ogni situazione che gli si presenta tentando di girarla a proprio vantaggio. Nelle Anime morte Gogol' ha voluto rappresentare la parte più genuinamente egoistica, misera, criticabile dell'animo russo raggiungendo però risultati universali, descrivendo insomma un tipo umano che forse ai suoi tempi era piuttosto raro ma che oggi si ritrova spesso. Il napoletano doc (come è visto in Italia non solo dai leghisti, ma anche dagli stessi napoletani), nella sua abitudine protratta di cavarsela in ogni situazione, difficilmente troverà in Cicikov qualcosa da criticare, ma piuttosto si immedesimerà in lui in maniera così naturale da sorprenderlo il fatto che si parli di un russo.
Certo, nell'epoca in cui i fatti sono narrati, si viveva in una dimensione morale del tutto diversa dalla nostra. Compiere un atto elusivo, o anche solo anticonformista, era cosa disdicevolissima e immorale. Si piombava a detta degli scrittori in un abisso di depravazione dal quale mai ci si sarebbe risollevati.
Lo stesso Gogol'    ottenne critiche taglienti in seguito alla pubblicazione della sua opera proprio perchè per la prima volta al centro di un romanzo non c'era un eroe, ma un antieroe, un uomo dalle qualità deprecabili, da non valere la pena di seguire se non per il fatto che tutti i suoi tentativi di imbroglio e raggiro falliscano.

"Ma l'uomo virtuoso, no, non l'abbiamo scelto a nostro eroe. E possiamo anche dire perchè non l'abbiamo scelto . Perchè è tempo una buona volta di concedere un pò di riposo al povero uomo virtuoso; perchè a vuoto gira su tutte le labbra la parola uomo virtuoso; perchè hanno ridotto ad un cavallo l'uomo virtuoso e non c'è scrittore che non ci si scarrozzi, incitandolo colla frusta, o qualunque altra cosa gli capiti; perchè hanno talmente massacrato l'uomo virtuoso, che ormai non c'è più in lui neppur l'ombra della virtù. (...) No, è tempo, una buona volta, d'attaccare alle stanghe anche un farabutto. Suvvia dunque, attacchiamo questo farabutto."
Gogol', Le anime morte, cap. XI

Solo questo suo fallimento poteva in parte giustificare Gogol', perchè gli forniva la scusa di aver voluto rappresentare il degrado, quando invece il suo unico visibile scopo era quello di ridere dell'uomo, di rappresentarne un tipo umano, che sebbene molto spesso sonnecchiante, è in ognuno di noi. Oh tempora oh mores. Ci fa ridere il clima moraleggiante dell'epoca, tanto più se confrontato con l'assenza di morale a cui successivamente l'arte ha soggiaciuto. Le barriere che sono state infrante nel giro di un volgere di secolo sono numerose, e sono così storia vecchia, da passare quasi inosservate. Gli antieroi si sono succeduti memorabilmente, sondando la capacità dell'animo umano di arrivare sempre più in fondo, scavando fin dove era in grado di arrivare, spogliandosi degli appigli che gli forniva la morale, il buon senso, la razionalità. Cickov è il primo di questi antieroi, e forse quello che meno di tutti si è spinto al di là. Per questo fa ridere l'atmosfera di costernata disapprovazione che ha suscitato, quella napoletanità del suo animo che oggi è vanto di molti (anche del napoletano che è in tutti noi), e che ci fa provare per lui una simpatia infinita durante tutta la sua avventura on the road.

"Comparve poi la maschera ridente di Gogol', con la terribile potenza del riso, una potenza che mai si era espressa con tanta forza, in nessuno, in nessun luogo, in nessuna letteratura da quando fu creata la terra". (Fédor Dostoevskij)
"Un'allegra marcia carnevalesca nell'inferno"
(Michail Bachtin)
postato da: gogol77 alle ore aprile 29, 2005 12:24 | Permalink | commenti
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giovedì, 14 aprile 2005
E' proprio un maledetto questo Kaufman. Scoprii la sua esistenza guardando quel film assurdo che è Essere John Malkovitch, una trama da malato psicolabile che mi sembrò ad un attenta visione un tentativo un pò maldestro e dilettantistico di "apparire Kafkiano". Ebbene non mi sbagliavo. Guardando il Ladro di Orchidee Nicholas Cage/Charlie Kaufman mostra se stesso proprio come me l'ero immaginato, un incurabile perdente disadattato sociale. Ma il problema è un altro: è che secondo me se ne compiace, ricama sulla propria empasse esistenziale rappresentando senza vergogna i fantasmi che lo perseguitano. Si descrive come privo di personalità, solitario, completamente incapace di instaurare un qualsiasi rapporto sociale, inetto con l'altro sesso, torturato da un vuoto pneumatico interiore inguaribile, fragile, di una debolezza che però infastidisce, privo di spina dorsale, insomma un perdente esistenziale. Posso immaginare vagamente come siano andate le cose. Secondo me da vero artista qual è, Kaufman sente di non poter essere diverso da come è, e pertanto perseguendo un proposito di sincerità nei confronti del mondo ma soprattutto nei confronti di se stesso, ha scelto di approfondire la propria componente insana, con il risultato a volte di eccedere nella complessità. Non so fino a che punto il cinema sia in grado di digerirlo, mi accorgo solo della componente infastidente di ogni sua sceneggiatura, che persegue un'originalità a volte troppo artefatta, lambiccata, che finisce con il diventare pruriginosa, irritante.
Borges disse di Kafka che il suo contributo alla letteratura è stato quanto di più singolare si possa immaginare, Kaufman (sarà un caso la omofonia dei cognomi?) intende l'arte esattamente come Kafka: uno strumento catartico che serve all'autore a fornire una tregua nella lotta perenne imbastita con i propri fantasmi. Kafka non voleva che le sue opere fossero pubblicate, Kaufman non ha questa pudicizia. Ci mostra continuamente i suoi incubi, fornendoci anche una misura di come le dinamiche della mente possano diventare complesse ed imprevedibili. In Se mi lasci ti cancello (titolo obbrobrioso che solo un ignorante distributore italiano poteva generare; non a caso il titolo originale è: Eternal Sunshine of the Spotless mind) Kaufman con la sua storia riesce ad annientare un attore come Jim Carrey, interprete irraggiungibile di personaggi vulcanici ed eccentrici, trasformandolo nel suo oramai classico alter-ego, un frustrato impiegatucolo senza vita ne interiore ne esteriore che, per un'inverosimile sequenza di circostanze, riesce (tutto è possibile nella vita) ad innamorarsi. Il merito più grande di Kaufman, che poi è anche la sua sfida, è quello di rendere interessante un personaggio del genere. Nel caso di personaggi-eroe si ha il problema di avere davanti a se una serie piuttosto vasta di possibilità tutte egualmente verosimili e di dover plasmare questa enorme materia creativa con equilibrio e misura, Kaufman con i suoi anti-eroi ha il problema contrario: cosa far fare al proprio protagonista visto che viene immediatamente presentato come un inetto, un pigro, un abulico? Che evento di rottura deve capitargli per metterlo in azione? In ogni caso deve trattarsi di un evento dirompente ma nello stesso tempo verosimile? (In Eternal sunshine l'evento è inverosimile: una società in grado di cancellare parti di memoria)  Questa è la sfida costante di Kaufman, sfida che a mio parere a volte ha vinto ma spesso ha perso. In Eternal sunshine ha vinto. Ho notato una migliorata sapienza nel giocare con i pezzi del mosaico di sempre. Una storia ben imbastita, ottime trovate registiche ( Kaufman è uno sceneggiatore molto appettibile negli Usa perchè ogni sua sceneggiatura fornisce innumerevoli spunti a registi di talento ma soprattutto a quelli che passano per sperimentatori - vedi SPike Jonze), un evolversi più vorticoso della trama che sembra sprofondare rapidamente verso il centro propulsore inglobando lo spettatore nell'helzapoppin dei suoi incubi.
ChaRLiE kAuFman
postato da: gogol77 alle ore aprile 14, 2005 14:18 | Permalink | commenti
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mercoledì, 13 aprile 2005
Nelle Valigie di Tulse Luper,
un film visionario, cervellotico, complesso, una successione di immagini di pittorica bellezza
(non potrò mai dimenticare la faccia del mio compagno di visione, Dagos, che cedeva al sonno - era Venezia, il festival, ore 22.00, e ci accingevamo alla quinta visione di quel giorno alienante di settembre -  stravaccandosi senza ritegno sulla morbida poltrona, bocca spalancata, naso ronfante, braccia abbandonate),
                   
in un riquadro che vaga scorrendo sulle immagini del film, un personaggio recita le prime righe di storie diverse, ma il riquadro lentamente scompare, oppure la storia iniziata viene coperta da un'altra storia sopraggiungente.
Da quella visione ne ho tratto un gioco che ho battezzato "Il gioco delle storie appese". Come il riquadro che sfumava anche le mie storie si perdono senza continuare. Sono storie appese, monche, che aprono per un istante universi e poi altrettanto velocemente li chiudono, maelstrom immaginativi, aleph creativi. Spero ci sia qualcuno disposto a giocare al mio gioco. Ecco le mie storie appese:
- Ciro Abbagnale, di professione becchino al cimitero di Fuorigrotta, da alcuni mesi aveva preso l'abitudine di addormentarsi in una bara.
- Dall'avamposto della sua scrivania, attraverso la finestra che da sul cortile, un uomo in vestaglia assistè ad una scena apparentemente inusuale.
- Il giorno del suo quarantesimo compleanno, Marco, geometra da 10 anni al comune di Gricignano, capì che tutti, fino ad allora, lo avevano ingannato.
Queste le prime tre che mi sono venute in mente. Aspetto suggerimenti.
postato da: gogol77 alle ore aprile 13, 2005 16:27 | Permalink | commenti
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mercoledì, 13 aprile 2005
Nel film "Tutto può succedere" si parla - squillino le trombe - di amore, questa forza contagiosa che sconvolge le vite, capovolge i destini. 

                                                         

Con leggerezza, il tono che si confà alla commedia, ma senza scadere in banali luoghi comuni, e senza quindi essere superficiali, i personaggi manifestano le loro diverse predisposizioni all'amore. C'è il latin lover - un sempre straordinario Jack Nicholson, sguardo folle più che mai e fascino da vendere nonostante il corpo flaccido, brevilineo (si ricordi su tutte l'interpretazione del diavolo in Le streghe di Eastwick) -  che nella scelta delle sue partner non va mai sopra i trenta (memorabile la scena in cui, andando a letto per la prima volta con una cinquantenne le chiede che tipo di precauzioni lei utilizzi e poi si sorprende quando lei gli risponde di non usare precauzioni perchè in menopausa); c'è la brillante scrittrice, inaridita dalla vita solitaria, che l'amore riesce a riaccendere provocandole un turbinio di emozioni dimenticate, che se da una parte le donano una riscoperta ma scomoda  emotività dall'altra le rialimentano la fiamma creativa; c'è ancora la ragazza venticinquenne, impersonificazione a mio parere precisa di quelli che - a detta dei sondaggi - sono i giovani di oggi: edonisti incapaci di sognare e di mettersi in gioco, allergici agli impegni ed ai rischi, bisognosi delle sicurezze alle quali i genitori li hanno abituati; ed infine c'è il giovane vecchio, dottore in carriera, un pò a metà strada nell'età, 36enne, giovane e apollineo di aspetto (stiamo parlando di Keanu Reeves) ma affascinato dalle donne mature, intellettuali, esperte di vita. Questi i personaggi intorno ai quali gira la vicenda, vicenda che non mostra cadute di stile, ma al contrario si mantiene interessante per tutta la durata del film, stimolando riflessioni con intelligenza (non sono informato a riguardo ma credo che molto ci sia dell'autrice e regista nel personaggio della scrittrice protagonista, lo intuisco sia dal taglio della storia - si parla di una scrittrice, della sua crisi creativa, e dello spunto autobiografico che la stessa utilizza per scrivere finalmente una commedia ed ottenere un grande successo - sia dal fatto che l'ironia tagliente che non lascia scampo agli altri personaggi sia invece un pò molle nei confronti della protagonista, ironia che invece diventa perfida con il latin lover). E' pur vero che solo una donna può raccontare dell'amore in questo modo, sviscerandone in maniera così sapiente ogni piega, avventurandosi con perizia emotiva fra labirinti emozionali e mai perdendosi, al contrario indicando la strada a noi uomini così rozzi e fierali nelle cose d'amore.
postato da: gogol77 alle ore aprile 13, 2005 12:38 | Permalink | commenti
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