mercoledì, 29 giugno 2005

           


(…) La serata si riscaldò pian pianino.
Furono le Frittelle a rompere il ghiaccio, facendo ridere gli ospiti con discorsi sconclusionati e la loro mimica clownesca.
Lo Spezzatino Alla Boscaiola se la rideva di gran gusto, giocando con le sue bacche di ginepro e facendo ciondolare i suoi orecchini di funghi porcini. Gli era bastato poco per surriscaldarsi, rideva così agitato, tossiva, urlava, si picchiava il petto. Era un bel vederlo provarci con quell’altra montanara, la dolce Polenta, svizzera di nascita, che non si risparmiava di esibire i suoi bracciali di uva sultanina, tutta profumata di maizena.

“Sai quella come si è presentata? Pissadoliere! Ah! Che smorfiosetta! Bastano qualche acciuga e qualche oliva nera per far credere ad una pizzaccia quadrata di essere chissà che! Ah!”, al che lo Spezzatino ,ciondolando, si era aperto in una risata gorgogliante ed aveva rischiato di soffocare.
Le buone maniere?  Messe da parte, dimenticate. Già ora che le portate non erano ancora arrivate, piovevano grida, ed un frastuono di voci convulse, e di risa sfrenate, nella sala luminosa.

Finalmente arrivò il convitto ed in un attimo la tavola fu riccamente imbandita.

Orci grandi come colonne venivano continuamente riempiti così da non rimanere mai vuote.
La Torta di Zucca, civettuolamente, spostò dal suo viso tondo, giallo arancio, il velo di zucchero trasparente, e si preparò al banchetto, rimboccandosi le maniche. Su un piatto d’argento fece allora il suo ingresso una stupenda Segretaria, dai capelli castani lisci, e dalla pelle color rosa vivo. Gli invitati se la spartirono in fretta, tanto che ne rimase ben poco.
I commenti furono entusiastici, tutti apprezzarono la consistenza pastosa, il gusto delicato.
Il cameriere, un polpettone grasso e paonazzo in viso, fece osservare che era stata mantenuta a dieta lattea, così si spiegava la morbidezza delle sue carni e il suo colorito rosa.
Tutti gradirono.

Le portate allora si succedettero sulla tavola, ognuna seguita da commenti favorevoli, da risate e urla di piacere:

un petto di Generale dell’Esercito, ornato di bandierine e stellette, adagiato su un cuscino di drappi verde militare, con salsa di polvere da sparo;
una  Bambina Dispettosa fatta saltare in padella;
la coscia di un Giocatore Spennato, ornato di fiche e banconote.
Qualche protesta suscitò la prelibata Mano di Scrittore. Sebbene gustosissima,  qualcuno si rifiutò di cibarsene additando il fatto che si trattava di una specie in via d’estinzione.

Nonostante ciò, gli ospiti spiluccarono, assaggiarono tutto, mangiarono con ingordigia, fino ad essere completamente sazi, stravaccati sulle loro seggiole, e soprattutto ebbri, completamente ubriachi.

Dopo il lauto pasto, e qualche attimo di respiro, bastò poco perché si scatenasse un baccanale selvaggio, un’orgia sfrenata:
nella sala un intreccio aggrovigliato di carne sguazzava nel sangue degli ultimi rimasugli.
Una Braciola, ubriaca, scagliò un seno della segretaria contro la Banana Split, ma la prese di striscio, sporcandole il ciuffo e irritandola non poco.
In un attimo una pioggia di vettovaglie invase la stanza, sporcò quadri e mobili, e violentò le splendide acconciature dei convitati all’apice del divertimento.

Che pasticcio!! (…)

postato da: gogol77 alle ore giugno 29, 2005 12:40 | Permalink | commenti
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lunedì, 27 giugno 2005

                                                                                

   Vedeva il cavalcavia. Lo vedeva avvicinarsi, illuminato da una luce smorzata, mentre con il dito ficcato profondamente nella narice destra tentava di scacciarne una caccola ostile. Era tutto concentrato su quell’orifizio.
                                                                        
   Dalla strada si alzava un vapore lieve, ed era come se l’acqua della pioggerella da poco caduta friggesse sull’asfalto rovente. Ma non ci faceva caso. Tutta la sua attenzione sensoriale era concentrata su quei pochi centimetri quadrati di epidermide che si ostinavano nell’esplorazione. Mentre la macchina andava fendendo l’afa serale, guidata come in automatico, il suo indice era una sonda che sa cosa cercare, si faceva strada allargando e penetrando sempre di più. Era ad un passo dallo scoglio che sfiorava, da quell’impiastro che gli occludeva il condotto, da quell’inceppo melmoso ed indefinibile, da quel passeggero, parassita indesiderato, appiccicato alle pareti mucose della stanza nasale, tanto difficile da raggiungere e sfrattare. Staccò allora anche l’altra mano dalla guida, sopperendo al controllo del volante
con le ginocchia. Era necessario un aiuto alla prima sonda, fornirle un appoggio che facesse da sponda in questa sua manovra di espulsione.

Poi qualcosa lo bloccò. Un particolare, una piccola luce sul cavalcavia lontano.

Le mani tornarono rapide al volante, la sua sonda digitale rientrò, mentre davanti i suoi occhi tornati per un attimo a guardare cominciarono a scorrere alcune immagini.

La piccola luce innescò nella sua mente una serie di fantasie.

Vide. Una macchina rossa come la sua, con la lamiera del tetto piegata dal lato del guidatore. Vide un sasso enorme, spigoloso, conficcato in quella piega. Vide il suo futuro. O meglio vide materializzarsi una paura.

La suggestione degli ultimi fatti di cronaca gli trasformò quella luce in un emulatore. Un ragazzo, un gruppo di ragazzi, che quella sera avevano deciso, per gioco, di giocare a colpire la sua macchina, con un sasso, da un cavalcavia, da quel cavalcavia. Pensò che mai una paranoia era stata tanto potente.

La paura gli fece dimenticare l’attività abituale di pochi minuti prima. Cominciò a guidare zigzagando. Nonostante conoscesse l’esiguità della probabilità in ogni caso di essere colpito, iniziò ad aumentare la velocità.

Tremila, quattromila giri.

Innestò la terza.

Tremila giri.

Cazzo, disse, muoviti bella.

Quattromila giri.

La macchina sfrecciava sulla striscia di asfalto sulfureo, tra erbe asfittiche e lampioni cadenti.

Se non ci avessi fatto caso, se solo non avessi visto quella luce, ora sarei già lì, oltre quei cinquecento metri, tranquillo, rilassato, pensava, esprimendo la sua idea di relativismo temporale, mentre il piede spingeva a tavoletta.

Inserì la quarta.

Pochi metri ancora e tutto sarebbe finito.

Ancora.

Un.

Altro.

Po’.

Ancora.

Novanta, novantacinque, cento chilometri orari.

Quattromila giri.

Innestò la quiiiii …..

Venti metri.

….iiintaaaa.

dieci metri.

Cinque.

Due. Uno.

Vaiiiiiiiiii

 

Un impatto violento produsse un eco prolungato lungo tutta la via deserta. La macchina sbandò, girandosi su se stessa come un mulinello e sgommando, fino ad esaurire la sua carica cinetica, e fermarsi, come per incanto, a pochi centimetri dal guardrail.

Sulla strada calò un velo di silenzio.

La luce intermittente della freccia sinistra scandiva i secondi di attesa nel buio.

Aveva visto (non era convinto della veridicità dei suoi pensieri, che si incrociavano nella sua testa alterandosi) un uomo, maglia rossa, no, bordeaux, faccia scura, baffi, forse, alzarsi di scatto da dietro le sbarre limitatrici del cavalcavia. Qualcosa di pesante, ingombrante, tra le mani. Aveva intuito l’aria fendersi. Poi si era sporto. Allora gli era sembrato di vedere un dito, enorme, un’unghia gigante.

Aveva urlato: Cazzo! Anzi: CAZZOOO! L’ultimo suono prima dello schianto. Le ultime sue parole.

Ora c’era silenzio. Un silenzio macabro, popolato di pavide presenze luminose. E c’era lui che non riusciva a muoversi. E c’era una sterpaglia di erbacce alla sua sinistra ed intorno, tutto intorno, il buio più pesto.

Riuscì a toccarsi la testa. Sembrava addormentata, come se non fosse più sua. Assaggiò il sudore e capì che era misto a sangue. Conosceva il sapore del suo sangue.

Un mostro di ferraglia, deformato, con la deformazione a pochi centimetri dalla sua testa, lo conteneva geloso. Un naso metallico, pensò. Con una caccola gigante. Lui. Ridotto ad un parassita melmoso.

Rise follemente, con le ultime forze.

Poi tutto si spense.


                          

postato da: gogol77 alle ore giugno 27, 2005 14:25 | Permalink | commenti
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sabato, 11 giugno 2005
                                                 
Dall'avamposto del mio ufficietto assicurativo

incontro la realtà con non curante palpeggio
una manatiella qua, una là
toccheggio le situazioni, ci tamburello con le dita

Ma mai una perlustrazione

mai un deciso strusciamento.

Me ne sto acquattato nell'angolino della mia disattenzione
infattozzendomi nello scorrere mellifluo del tempo.

La mia serena routine è increspata dai duelli
che imbastisco su spicciole meschinità.

Le mie giornate sono bolle che scoppiano
senza lasciare segno.

La realtà mi scorre dinnanzi come un film già visto,
un film noioso, alla cinquantesima replica.

Sono pervaso di un autismo voluto,
mi pizzico le guance, le braccia, le chiappe
ma non sento dolore.

Ho sempre pronto un encomio solenne
alla mia indifferenza perenne.

Dall'avamposto del mio ufficietto assicurativo
vi guardo. Anzi vi vedo. Ma neanche poi tanto.
postato da: gogol77 alle ore giugno 11, 2005 10:08 | Permalink | commenti
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