giovedì, 27 ottobre 2005

I temi sui quali Houellebecq indirizza la sua scorrettezza provocatoria sono attualissimi: il sesso, la religione, la pornografia. Nessuno è in grado di mostrare come lui il marcio del nostro presente, la ruggine che si nasconde dietro lo strato sottile di vernice.

Si dimena senza nessun pudore dicendo tutto ciò che il buon senso non fa dire agli altri, anche se il satiro che si sceglie come protagonista (e quanti punti di contatto ci sono tra lui e l’autore) può in un primo tempo sembrare una sorta di astuto escamotage: solo un comico può permettersi di spingersi così oltre il limite vantando l’alibi di uno spirito provocatorio.

In realtà il suo scopo è un altro e per arrivarci è necessario prima di tutto fare una precisazione.

Per capire Houellebecq e la sua opera è necessario partire da un assunto: la priorità della sua idea filosofica.

In tutte le sue opere, e tanto più in questa, è questa sua idea a dettare la forma del racconto. Tutto ciò di cui ci parla, i personaggi che incontra, le situazioni che si sviluppano, sono pensate, ideate, architettate al fine di esporci la sua visione della vita, che per quanto urticante rappresenta una delle fotografie più rispondenti alla realtà che sia stata prodotta negli ultimi tempi. E così ci imbattiamo nella giovane edonista Ester, esponente di quei kids costantemente votati alla ricerca della libertà, dell’irresponsabilità e del piacere, o nella Chiesa Elohmita che infondendo la speranza dell’eternità ottiene un numero sempre crescente di adepti; 


Quando si occupa di religione Houellebecq si muove su di un filo sottile che può farlo cadere da un momento all'altro nel baratro della xenofobia
La sua ironia sui temi seriosi dell’Islam ha però, a ben vedere,  lo scopo di sdrammatizzare su argomenti fino a poco tempo fa ritenuti tabù  secondo l’idea che, seguendo lo stesso percorso intrapreso con la religione cattolica, tali argomenti smetteranno presto di fare da freno alla ricerca del piacere. Quello che è avvenuto in Occidente inevitabilmente coinvolgerà tutto il mondo come la piastrina di un domino che coinvolge in rapida successione tutte le altre nella sua caduta.

Alla luce di questa visione la sua ironia sembra quasi, paradossalmente, intessere un discreto, sottocutaneo elogio all’Islam: il mondo d’Oriente, tuttora immune al virus della libertà, è ancora lontano dalla sua apocalisse. Fino a quando l’ortodossia (che in quanto tale non può che essere mantenuta attraverso la costrizione ideologica ed esistenziale) riuscirà a trattenere le spinte ataviche degli esseri umani, non si avrà quel processo che partendo dalla libertà e dalla ricerca folle del piacere arriva all’irresponsabilità ed inevitabilmente alla solitudine di quegli esseri che saranno usciti perdenti dalla lotta narcisistica (il piacere resterà destinato solo ad un’elite erotica).

Ma tutto questo non può durare a lungo. Per Houellebecq infatti non c’è speranza. Anche l’Oriente prima o poi cederà di fronte l’avanzare della libertà.

La mancanza di speranza conduce per Houellebecq ad una sorta di pornografia esistenziale, la sua esistenza diviene meccanica, materialistica, e cede all’edonismo, al voyeurismo, con un’arrendevolezza da animale morente.

Ed in quest’ottica si evidenzia come ad Houellebecq sia estranea la poesia della vita, come non ne venga quasi mai toccato, e quando la incontra, la poesia, come ne abbia una reazione idrofoba, considerandola, come la religione, una delle tante panacee al male di vivere.

La sua chiusa anche qui non delude, come se questo autore riservasse tutto il suo talento e la sua intelligenza per il finale. Rendendosi forse conto di aver intessuto una trama poco accattivante (“La possibilità di un’isola” è un libro molto imperfetto, claudicante nella parte dedicata ai due cloni), o forse sarebbe meglio dire accorgendosi di aver avuto un atteggiamento troppo distaccato, freddo, distante dalla sua materia narrativa (critica questa mossagli spesso, sottolineando il timbro saggistico delle sue opere), passa a spiegare le ragioni di questa sua superficialità, motivando il suo distacco attraverso la disillusione alla quale inevitabilmente cede ogni persona razionale. La sua visione escatologica illumina l’intero romanzo e ne cancella d’incanto ogni macchia. E’ come se confessasse al lettore: l’imperfezione che hai notato, la meschinità, il cinismo che ho mostrato, sono le mie imperfezioni, le mie meschinità,il mio cinismo, perché io sono così, e non posso essere diversamente, sono la spia, il traditore, colui che tradisce le “brave bestie umane” dicendo loro la verità, una verità che avrebbero preferito non conoscere incamminandosi allegramente nel camion che le porta al macello.
postato da: gogol77 alle ore ottobre 27, 2005 13:10 | Permalink | commenti (2)
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martedì, 11 ottobre 2005



In un mercoledì di ottobre un uomo, vestito di un completo grigio, si mise alla ricerca del suo cuore.
Quando entrò nell’Ufficio Cuori Smarriti trovò solo un cartello “Torno subito”.
 - Sono due mesi che è lì quel cartello - gli disse la donna delle pulizie che fermò per un attimo la ramazza prima di calpestarlo.
“Hanno chiuso, chi perderebbe ancora il cuore oggi giorno?” aggiunse senza accorgersi che nel petto dell’uomo, al centro ma leggermente spostato a sinistra,  tra la cravatta rossa e il risvolto della giacca, la camicia sprofondava in un cratere profondo.
Quando se ne accorse disse “Mi dispiace” quasi contrariata, ma poi passò oltre, non ci fece molto caso, era abituata alle figure che la sua lingua lunga le faceva fare, e quasi se ne era rassegnata.
L’uomo usci dallo stabile visibilmente preoccupato. Gli avevano consigliato di recarsi lì, che sicuramente in quel posto avrebbe risolto il suo problema, invece niente, tutto si era concluso con un nulla di fatto.
Vagò un po’ per la città cercando di ragionare sul da farsi.
Quando due giorni fa si era risvegliato con questo enorme buco nel petto, dapprima non ci aveva riposto molta attenzione. Sentiva una strana sensazione di vuoto, ma ascriveva il tutto al malessere generale che da alcuni giorni affliggeva il suo apparato digestivo. Quanto era passato da quel momento prima che si rendesse conto dell’enorme portata di quella perdita? Dieci, venti ore. Era andato al lavoro come faceva tutti i giorni, aveva pranzato da solo alla mensa aziendale, aveva fatto alcune compere sulla strada di ritorno a casa, ed infine era tornato, si era spogliato rapidamente e solo sotto la doccia la mano aveva incontrato il vuoto nel suo petto. Si era asciugato in fretta ed era tornato nella sua camera da letto. Qui lo aveva cercato ovunque: tra le lenzuola stropicciate del suo letto di ottone, nell’intercapedine tra armadio e specchiera, nella cesta dei panni sporchi. Niente. Del suo cuore non era rimasta traccia. Dove poteva essersi ficcato? Non era più grande di un suo pugno, è vero, però lo avrebbe visto sicuramente se fosse stato lì, da qualche parte.
Sulla città calava la luce lieve della sera, i lampioni cominciavano a mostrarsi con il loro chiarore fioco e le nuvole assumevano una consistenza plumbea che faceva presagire una notte piovosa.
Cosa poteva fare ora? Rivolgersi alla polizia, chiedere se magari fosse stato trovato un cuore da qualche parte? Gli avrebbero risposto che loro, le forze dell’ordine, non si occupavano di queste sciocchezze. Eppoi lo avrebbero deriso, perdere il cuore non è una cosa da veri uomini, ma piuttosto è una cosa da donnette questa, e della peggiore specie. Come tutti gli uomini non era stato abituato a dare ai sentimenti una priorità nella vita, e per questo trovava tutta la melassa dell’amore terribilmente indigesta.
Mentre rimuginava su tutto questo, seduto su una panchina, gli passò davanti una donna sulla quarantina che spingeva un passeggino. I suoi capelli neri e lisci erano raccolti in una lunga treccia che gli si avvolgeva come una sciarpa intorno al collo. Aveva il viso rotondo e la pelle chiara. Gli ricordava qualcuno. La sua espressione interrogativa, quegli occhi socchiusi perché accecati dal sole, gli dicevano qualcosa.
 - Perché non riusciva a trattenere niente? - si chiese affogando nello sconforto. Ora insieme al cuore anche i ricordi gli sfuggivano tra le mani. Di quale donna cercava di ricordarsi? Perché non riusciva ad associare al viso sfocato, che ora gli si parava davanti lo schermo della memoria, il nome che aveva da sempre utilizzato per identificarlo? Gli sembrò che con il cuore avesse perso anche un po’ la ragione.
Cuore, ragione, memoria, cos’altro gli mancava?
Decise allora che avrebbe seguito quella donna, e non perché veramente interessato a lei ma perché piuttosto sperava che così facendo avrebbe almeno ritrovato quella parte di memoria che ora esitava a tornare a galla. E poi non aveva granché da fare.
La donna attraversò obliquamente la piazza per poi fermarsi presso un’edicola. Qui acquistò un giornale che iniziò a sfogliare distrattamente appoggiandolo al manubrio del passeggino. Il/La bambino/a sicuramente dormiva. Da sotto un cumulo spesso di coperte bianche non proveniva nessun guaito, ma solo qualche sussulto improvviso, il suo singhiozzo nervoso.
Tanto più la osservava, tanto più si materializzava la sensazione che quella donna fosse qualcuno che gli era stato molto vicino, una presenza familiare di un tempo ora invecchiata e persa nella scatola dei ricordi. Fu sul punto di avvicinarsi, di parlarle, ma quando stava per farlo la donna iniziò a correre. Non riuscì a fare altro che guardarla allontanarsi, mentre il passeggino rimaneva lì al centro, abbandonato.
- Antonella – la chiamò. Ma non sapeva dove aveva rintracciato quel nome. Alcuni confusi fotogrammi di memoria gli balenarono d’improvviso davanti agli occhi. Sulle lenzuola stropicciate di casa si materializzò la figura sinuosa di Antonella, le sue spalle nude, la sua nuca esile; Antonella si girava verso di lui con lo sguardo assonnato e gli sussurrava incomprensibili parole sporgendosi per dargli un bacio; poi lentamente un’altra immagine si sovrapponeva. Ora vedeva il suo viso, di profilo, lo zigomo arrotondato, la bocca tumida. La visione si ampliava, era in macchina insieme a lei, e la osservava guidare, concentrata, lo sguardo puntato dritto davanti a se;  questo caleidoscopio di immagini era accompagnato da una sensazione di malinconia lanosa che lo struggeva, sembrava sfiacchirlo.
Perché tutti i ricordi si erano trattenuti in un angolo nascosto e poi d’improvviso erano spuntati fuori a soffocarlo? In preda ad un’agitazione crescente cominciò a fatica ad avvicinarsi al passeggino. Una forza sembrava tenerlo a distanza, una forza magnetica respingente che gli appesantiva il corpo e gli inchiodava le gambe. Cominciò a sentire il suono sincopato di un battito dapprima sotterraneo poi via via crescente. Il sole era calato da qualche ora, ma sembrava come se solo ora il buio diventasse veramente spesso, una coltre fumosa che lo circondava disorientandolo.
Il battito cresceva, tonfi sordi che lasciavano un eco prolungato nel suo antro uditivo. Tonf, Tonf!
Era il battito di un cuore. Ma non poteva essere il suo. Si toccò il petto, e c’era sempre l’avvallamento del buco. Si sbottonò la camicia ed infilò la mano. C’era il vuoto, il vuoto di prima, nulla era cambiato. Si avvicinò allora al passeggino. Sotto il lenzuolo bianco qualcosa si muoveva seguendo il ritmo sincopato del battito. Strappò via la coperta. Il suo cuore era lì, possente e forte.
Rapito. Abbandonato.

 

postato da: gogol77 alle ore ottobre 11, 2005 10:52 | Permalink | commenti
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