
I temi sui quali Houellebecq indirizza la sua scorrettezza provocatoria sono attualissimi: il sesso, la religione, la pornografia. Nessuno è in grado di mostrare come lui il marcio del nostro presente, la ruggine che si nasconde dietro lo strato sottile di vernice.
Si dimena senza nessun pudore dicendo tutto ciò che il buon senso non fa dire agli altri, anche se il satiro che si sceglie come protagonista (e quanti punti di contatto ci sono tra lui e l’autore) può in un primo tempo sembrare una sorta di astuto escamotage: solo un comico può permettersi di spingersi così oltre il limite vantando l’alibi di uno spirito provocatorio.
In realtà il suo scopo è un altro e per arrivarci è necessario prima di tutto fare una precisazione.
Per capire Houellebecq e la sua opera è necessario partire da un assunto: la priorità della sua idea filosofica.
In tutte le sue opere, e tanto più in questa, è questa sua idea a dettare la forma del racconto. Tutto ciò di cui ci parla, i personaggi che incontra, le situazioni che si sviluppano, sono pensate, ideate, architettate al fine di esporci la sua visione della vita, che per quanto urticante rappresenta una delle fotografie più rispondenti alla realtà che sia stata prodotta negli ultimi tempi. E così ci imbattiamo nella giovane edonista Ester, esponente di quei kids costantemente votati alla ricerca della libertà, dell’irresponsabilità e del piacere, o nella Chiesa Elohmita che infondendo la speranza dell’eternità ottiene un numero sempre crescente di adepti;

Quando si occupa di religione Houellebecq si muove su di un filo sottile che può farlo cadere da un momento all'altro nel baratro della xenofobia
La sua ironia sui temi seriosi dell’Islam ha però, a ben vedere, lo scopo di sdrammatizzare su argomenti fino a poco tempo fa ritenuti tabù secondo l’idea che, seguendo lo stesso percorso intrapreso con la religione cattolica, tali argomenti smetteranno presto di fare da freno alla ricerca del piacere. Quello che è avvenuto in Occidente inevitabilmente coinvolgerà tutto il mondo come la piastrina di un domino che coinvolge in rapida successione tutte le altre nella sua caduta.
Alla luce di questa visione la sua ironia sembra quasi, paradossalmente, intessere un discreto, sottocutaneo elogio all’Islam: il mondo d’Oriente, tuttora immune al virus della libertà, è ancora lontano dalla sua apocalisse. Fino a quando l’ortodossia (che in quanto tale non può che essere mantenuta attraverso la costrizione ideologica ed esistenziale) riuscirà a trattenere le spinte ataviche degli esseri umani, non si avrà quel processo che partendo dalla libertà e dalla ricerca folle del piacere arriva all’irresponsabilità ed inevitabilmente alla solitudine di quegli esseri che saranno usciti perdenti dalla lotta narcisistica (il piacere resterà destinato solo ad un’elite erotica).
Ma tutto questo non può durare a lungo. Per Houellebecq infatti non c’è speranza. Anche l’Oriente prima o poi cederà di fronte l’avanzare della libertà.
La mancanza di speranza conduce per Houellebecq ad una sorta di pornografia esistenziale, la sua esistenza diviene meccanica, materialistica, e cede all’edonismo, al voyeurismo, con un’arrendevolezza da animale morente.
Ed in quest’ottica si evidenzia come ad Houellebecq sia estranea la poesia della vita, come non ne venga quasi mai toccato, e quando la incontra, la poesia, come ne abbia una reazione idrofoba, considerandola, come la religione, una delle tante panacee al male di vivere.
La sua chiusa anche qui non delude, come se questo autore riservasse tutto il suo talento e la sua intelligenza per il finale. Rendendosi forse conto di aver intessuto una trama poco accattivante (“La possibilità di un’isola” è un libro molto imperfetto, claudicante nella parte dedicata ai due cloni), o forse sarebbe meglio dire accorgendosi di aver avuto un atteggiamento troppo distaccato, freddo, distante dalla sua materia narrativa (critica questa mossagli spesso, sottolineando il timbro saggistico delle sue opere), passa a spiegare le ragioni di questa sua superficialità, motivando il suo distacco attraverso la disillusione alla quale inevitabilmente cede ogni persona razionale. La sua visione escatologica illumina l’intero romanzo e ne cancella d’incanto ogni macchia. E’ come se confessasse al lettore: l’imperfezione che hai notato, la meschinità, il cinismo che ho mostrato, sono le mie imperfezioni, le mie meschinità,il mio cinismo, perché io sono così, e non posso essere diversamente, sono la spia, il traditore, colui che tradisce le “brave bestie umane” dicendo loro la verità, una verità che avrebbero preferito non conoscere incamminandosi allegramente nel camion che le porta al macello.




