venerdì, 27 luglio 2007



Ragazza viziata da ricca famiglia australiana viene colta da illuminazione durante una vacanza in India. Un guru, in uno scenario bollywoodiano, la ipnotizza, dissetandola alla fonte delle massime new age più in voga: trasmigrazione dell’anima, equilibri di forze interiori, e altre cose del genere.

Toccherà alla madre inventarsi il padre moribondo per attirarla con l’inganno nella rete della propria casa.

     HaRvEy KeiTEL, americano prevedibilmente munito di stivali ed occhiali da sole a specchio, è il “deprogrammatore”, il numero 1 tra i “deprogrammatori”, colui che sarà assunto per guarirla dal plagio da cui la credono intossicata.

Dall’interno familiare iniziale – personaggi pervasi da un’aura schizoide, repressi ma opulenti, impauriti ma assuefatti alla normalità e alla noia – si passa all’incontro fra i due protagonisti nella solitudine di una cascina nel deserto australiano.

Ben presto il deprogrammatore perderà il suo ruolo dominante per essere manipolato e sottomesso dalla sensualità dirompente di lei, una straordinaria KaTe WiNsLet, dalle bellissime rotondità.


La prima cosa che colpisce è l’eccezionale inflazione di temi che s’incrociano e, ahimè, ben presto si sgonfiano: il potere persuasivo del carisma che germoglia facilmente nel grigiore delle vite a qualsiasi latitudine, grazie ad acrobazie di parole, volteggi di filosofie vecchie come il mondo; il gioco di ruoli che diventa lotta, nella quale il potere seducente del sesso è l’arma in più, capace di allargare a dismisura piccole crepe di debolezza in qualsiasi essere umano; l’impietosa parodia della famiglia occidentale che scivola spesso nel grottesco ed in un sarcasmo quasi rassegnato.

Ciò che ne deriva è un’opera piuttosto naif, che lascia sempre più perplessi man mano che si procede verso il finale. Un film discontinuo, squilibrato, dalla sceneggiatura zoppicante soprattutto per ciò che concerne l’evoluzione dei personaggi, di un’incoerenza troppo vistosa.

Nonostante ciò non mancano momenti felici, nei quali la Campion dimostra intuizioni argute ed il suo indubbio talento registico, il suo gusto brioso e vitale per l’inquadratura, il movimento di macchina, i colori forti di una natura indomabile. Viene però da pensare che si sia lasciata ad un tratto fuorviare o dalla tentazione di inserire temi troppo grandi per essere trattati insieme senza scadere nella superficialità o abbia ecceduto nel peccato peggiore, quello di voler apparire, a tutti i costi, geniale.


postato da: gogol77 alle ore luglio 27, 2007 10:17 | Permalink | commenti
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