
Nella stessa New York impazzita, strippata di Taxi Driver – una grande Mela marcita, popolata di zombie - un paramedico in servizio notturno si avventura in groppa alla sua ambulanza, seguendo le coordinate indicategli dalla RADIO.
Come in Taxi Driver anche qui la feccia sembra nascondersi durante il giorno negli interstizi metropolitani per poi fuoriuscire affamata dalle tane al calare della notte.
Il mondo è uno spettacolo di miseria umana e follia, una girandola schizofrenica nella quale non tutti vogliono essere salvati e dove il pronto soccorso rappresenta una sorta di zona di confine, un territorio ai margini di questo girone dantesco, dove un guardiano nero con gli occhiali scuri seleziona le anime dannate.
Frank Pierce vive tutte le notti l’identico incubo, vorrebbe tirarsene fuori, farsi licenziare, ma non ci riesce. E così, notte dopo notte, assistiamo all’aggravarsi delle sue psicosi, allo scavare inesorabile dei sensi di colpa per coloro che non riesce a salvare, e ai deliri di onnipotenza che lo fanno sentire un dio calato nell’inferno.
“Il Dio dell’inferno non è un ruolo che molti vogliono interpretare!” dice ad un tratto la voce over dell’io narrante, marchio di fabbrica scorsesiano. Nei brevi intervalli dall’incubo si chiede se tutto quel dolore, QUELLO SPETTACOLO DI MISERIA UMANA abbia un senso. Ma è solo una breve tregua, la voce rassicurante alla radio che chiede un altro intervento urgente lo fa rituffare nell’incubo. abbia un senso o se invece abbia senso solo essere presente davanti
Il racconto scorsesiano sfrutta tutto il ventaglio di potenzialità del mezzo cinematografico: effetti stroboscopici deliranti, inquadrature sghembe, carrelli vorticosi, rallenty, appannamenti. Riuscendo a creare un film straordinario ed impressionante, eccentrico ed imperfetto, ma lucido nella sua rappresentazione di una realtà irrimediabilmente decadente.




