
CUL DE SAC
L'amore è tutto ciò che si può ancora tradire.
Andrea Pazienza
Avevo poco più di un giorno quando iniziai a rotolare.
La mia essenza vitrea, da poco solidificatasi, aveva assunto un colore turchino brillante, facendomi risaltare nella sacca di juta in cui mi avevano posto a riposare.
Accanto a me colori sbiaditi, opache rotondità, nulla neppure minimamente in grado di offuscare la mia brillantezza.
La luce fece un breve capolino aprendo e chiudendo il coperchio su di me. A quel punto emisi un riflesso, di proposito. Mostrai il profilo migliore di me catturando più luce possibile ed emettendo un barbaglio folgorante che probabilmente colpì nel segno.
Non fu un’estrazione casuale, come malelingue non esiteranno a dire.
Fu una scelta precisa, ne sono sicura, fatta seguendo il richiamo che avevo emesso.
Due dita sottili mi afferrarono, mi fecero viaggiare lungo il collo della sacca, e mi riposero in un’altra, più calda e morbida, scossa da lievi sobbalzi, nella quale riposai per circa un’ora.
Poi la stessa mano mi rapì dalla mia culla dondolante. Mi tenne un po’ a mezz’aria, donandomi per la prima volta una vertigine, ed infine mi poggiò su quello che sarebbe diventato il mio campo di battaglia, l’asfalto rovente-plumbeo-ruvido-dissestato sul quale i bambini avevano disegnato la pista.
Il mio padrone, i cui tocchi mi avrebbero lanciato attraverso quei tortuosi viaggi lucidi, tra anse di cemento a gomito, dritto fino alla buca salvifica, era un bambino dagli occhi chiari e dal ciuffo biondo. Tra le orbite sembrava avere due mie gemelle, che mi si puntavano contro come ad incoraggiarmi, a fornirmi la forza per vincere.
Il suo indice mi carezzava, mi lucidava, mi cincischiava addosso. Poi, all’improvviso, una stoccata brusca della sua unghia sulla mia corazza vetrosa fece girare il mondo. Ondeggiando all’interno di tornanti pieni di spigoli, sbalzata su puntuti sassolini o escrescenze dell’asfalto irregolare, riuscii a fermare la mia corsa in prossimità della buca scura.

Da allora ne è passato di tempo.
Presto, man mano che, nelle competizioni che si succedevano, accumulavamo vittorie su vittorie, l’affiatamento tra me ed il mio padrone divenne viscerale. La danza che facevo tra i suoi polpastrelli accaldati, quando nervoso cercava conforto dalla mia intrinseca freschezza, lo riportava lentamente alla calma. Era come se sulle mie pareti lisce scivolassero le sue paure, ogni suo pensiero negativo.
Mi usava, sì, mi usava: come oggetto da mostrare per conquistare ricciolute biondine. Fungevo da specchio per le allodole nei suoi primi abbordaggi amorosi.
A me non dispiaceva. Al contrario.
Lentamente tra me e lui si creò una specie di simbiosi.
Prima di addormentarsi mi posava sul suo comodino, adagiandomi con cura su un cuscino rosa approntato apposta per me; non dimenticava mai di portarmi con sé, nella sua tasca destra, quasi come un amuleto.
Il suo protocollo comportamentale era il frutto di anni di esperimenti apotropaici.
Prima di ogni competizione perdeva qualche minuto nei suoi riti scaramantici: tre giri intorno a se stesso verso destra, un saltello, il segno della croce. Poi cadeva sul ginocchio sinistro, e mi sistemava all’estremo destro della linea di partenza.
In gara appariva freddo e calcolatore. Silenzioso.
Di fronte alle espressioni di sorpresa che accompagnavano i suoi tocchi più spettacolari, opponeva un’espressione di circostanza, per nulla a disagio.
Fui immediatamente colpita dal talento naturale che dimostrava nei tiri ad effetto. Sembrava conoscerne perfettamente i segreti, le infinite potenzialità. Le rotazioni che m’imponeva sfiorandomi con quella parte del dito dove si incontrano unghia e pelle erano millimetricamente precise: incontrando la parete, l’angolo che disegnavo si allargava o si stringeva a suo piacimento, quel tanto che bastava per colpire in pieno l’avversaria.
Rarissime volte i suoi colpi uscivano troppo lunghi o troppo corti. La preparazione era scrupolosa, non amava essere affrettato.
Nonostante aumentassero gli spettatori delle nostre performance la sua calma era il segno di una maturità rara e di una forza di volontà davvero singolare in un ragazzo così giovane.
Prima mi girava intorno piegando la testa come a misurare con lo sguardo le distanze. Sembrava perdersi in complicati calcoli angolari, vagliava le varie possibilità concedendo a tutte lo stesso identico tempo. Poi, dopo aver deciso, si piegava finalmente, scaricando tutto il suo peso sul ginocchio sinistro. Da qui prendeva la mira chiudendo l’occhio sinistro e inclinando leggermente il capo.
“Vai bella”, era la formula propiziatoria che recitava prima di colpirmi e lanciarmi lungo le linee sperate. A quel punto tutto per me cominciava a confondersi, entravo in una specie di trance dalla quale solo lentamente riuscivo a riemergere.
(Si è portati a credere che qualsiasi movimento rotatorio ci sia congeniale, perché essendo tonde è quasi naturale pensarci mentre rotoliamo. Ma in realtà non è così. La nostra forma ci è imposta da umani demiurghi, conoscitori superficiali della nostra vera natura. Il nostro essere sferico ha come conseguenza immediata quella di assicurarci una rotazione in qualsiasi senso, ma ciò comporta che raramente accada di ruotare nel senso che a noi più aggrada. Non conoscendo la nostra natura inoltre - e quindi ignorando persino la nostra capacità pensante - l’uomo crede sia la stessa cosa colpirci davanti o dietro, perché per lui non abbiamo né un davanti né un di dietro.
E così ci tocca adattarci.
Questo sforzo di adattamento è la spiegazione alle inevitabile turbolenze che a volte la nostra traiettoria subisce. Anche il mio padrone spesso infatti si è chiesto, dando voce ad un pensiero, come un suo tiro, apparentemente riuscito perfetto, su una superficie eccezionalmente liscia, all’improvviso deviasse fino a risultare sbagliato. Nonostante il colpo fosse stato abbastanza netto, e avesse impresso la giusta dose di forza, e avesse calcolato la giusta angolatura, il tiro si era dimostrato, senza un’apparente ragione, di quel poco imperfetto da pregiudicare inevitabilmente il risultato.
La spiegazione è tutta qui.
Non essendo stata posta nel giusto verso, non partivo da dritta, di conseguenza, mio malgrado, il fastidio di partire da una posizione scomoda ed il tentativo di aggiustarmi in itinere imprimeva alla mia traiettoria quella leggera deviazione che causava il fallimento del tiro.
Non so se il mio padrone abbia capito tutto questo. Ho notato con il tempo una cresciuta attenzione per il modo in cui mi pone alla partenza. Ma capisco anche che per lui è difficile individuare il mio giusto verso. Sono volubile ed imprevedibile, come l’asfalto, d’altronde, su cui mi fanno viaggiare le sue dita).
Questa la mia storia più recente, o meglio il prologo della storia che avevo intenzione di raccontarvi. Ora viene il dunque.
Era da poco iniziata la nostra stagione estiva, la decima che vivevo con il mio padrone e quindi anche la decima della mia vita.
Per quell’anno avevamo deciso di partecipare solo ad un numero piuttosto limitato di competizioni. Avendone vinte gran parte negli anni precedenti, il mio padrone aveva deciso di intervallare le gare ad esibizioni di abilità nelle quali stava cominciando a cimentarsi (e che aveva capito essere anche più remunerative rispetto al denaro che racimolava dai premi dei tornei).
Si trattava di piccoli esperimenti di tiro da grandi distanze. Costruendo una pista di bicchieri di plastica e di vetro, progettava di abbattere tutti i bicchieri di carta utilizzando come sponda sia le mura che i bicchieri di vetro.
L’avevamo provato per giorni, poi, dopo una serie poco incoraggiante di fallimenti, tutto aveva cominciato a collimare. Il gioco riusciva, e l’effetto che ne derivava era garantito.
Questo era il clou del nostro spettacolo.
Era entusiasmante vedere la gente sorprendersi di fronte alle mie evoluzioni. Non riuscivano a credere che fossi io a produrre quel caos di tintinnii e di accartocciamenti. Ed invece non facevo altro che recitare la mia parte, proiettandomi a razzo su traiettorie percorse innumerevoli volte e conosciute a menadito.
Ho sempre avuto la tendenza a brillare. Non è scritta nella mia struttura molecolare la modestia e, d’altra parte, quale fra di noi non aspira ad essere riconosciuta la più bella e la più luccicante di tutte?
Io in quei momenti vivevo in pieno questa sensazione. Sebbene conoscessi la tendenza degli uomini a dare tutto il merito al loro simile, ad elogiare cioè l’abilità del mio padrone ed a oscurare parzialmente il mio ruolo, nonostante ciò, sentirmi tutti gli occhi puntati addosso era fonte di un piacere indescrivibile. Mi sentivo al centro del mondo, un’incandescente meteora piovuta dal cielo per illuminare i loro sogni.
Mai avrei pensato di cadere repentinamente da quel piedistallo di egocentrismo che mi ero costruita a bella posta e che le circostanze avevano contribuito a consolidare.
Quando quel ragazzo, scuro di carnagione e con le ciglia talmente folte da formare una sorta di tettoia sullo sguardo torvo e litigioso, uscì dalla folla e lanciò la sfida al mio padrone, vidi per la prima volta sul suo volto disegnarsi un’espressione tra il sorpreso e lo spaurito. Tra l’indice ed il pollice occhieggiava una perla amaranto dal luccichio abbagliante.
Il mio padrone ovviamente non osò tirarsi indietro. Esitò solo un attimo, poi accettò con impeto. Da sempre amante delle sfide colse l’occasione al volo vedendo in essa l’ennesimo pretesto per dimostrare al mondo intero - pubblico inesperto ed addetti ai lavori - quanto il suo talento fosse incontestabile e puro.

Osservai a fondo la presenza cristallina che mi venne affiancata sulla linea di partenza, mentre il mio padrone si cimentava nella sua solita danza propiziatoria. Una sciabola di rosso l’attraversava da parte a parte. Era lucida e curata. Ne avevo incontrate di avversarie, ma mai di una bellezza così irraggiungibile. Cercai di trattenere più luce possibile, ma non mi riuscì di superarne la lucentezza. Dovevo batterla, umiliarla, a tutti i costi.
Ma il suo padrone non sembrava molto d’accordo, anzi dall’attenzione che riservò alla sua fase preparatoria conclusi che non fosse affatto un pivellino.
In questa parte di mondo le partite sono organizzate in sette round con una durata massima per round di cinque minuti, oltre la quale la partita viene considerata patta.
La partita cominciò: toccò per prima a Moses ed il suo tiro portò la bella lungo una traiettoria tranquilla. Lui si sentiva tranquillo, sicuro di sé. Era ancora la fase di studio, ossia la fase in cui ciascuno degli avversari valuta quale sia l’approccio dell’altro. Per questo provai una sorpresa ancora più grande quando il mio padrone tentò una tattica veramente sorprendente, inedita fino a quel momento: il suo dito mi colpì con una tale violenza che i miei sforzi non bastarono ad evitare il peggio.
L’urto fu inevitabile. Cozzai la parete vetrosa della mia rivale amaranto così forte che questa schizzò lontano, contro il muro di fronte, mentre io rimanevo piantata sul mio asse, persa in una rotazione vorticosa. Sembrò come se avesse voluto da subito farle capire quel che l’aspettava.
L’uomo cigliato non la prese molto bene. Corse dapprima a raccoglierla lontano, la guardò minuziosamente, millimetro per millimetro, per vedere se c’erano scalfitture, abrasioni, poi sbottò, indirizzando verso il mio padrone improperi disonorevoli.
Per un attimo ebbi paura che i due potessero arrivare alle mani. Fronte contro fronte, il ragazzo continuò a sputacchiargli contro offese irripetibili, che potevano far pensare, ad uno spettatore dell’ultimo minuto, antichi rancori venuti a galla all’improvviso, tutti in una volta.
Invece, almeno per quanto ne sapevo, non si erano mai visti fino ad allora.
Il mio padrone stette a guardarlo per tutto il tempo con un sorriso sghembo, ironico. Solo dopo qualche minuto intervennero a dividerli. Gli organizzatori dovettero utilizzare i migliori argomenti concilianti per riportare la calma, e convincerli a ricominciare daccapo.
Non saprò mai quali fossero le reali intenzioni del mio padrone. E’ da tempo che mi chiedo se abbia voluto solo provare una nuova tattica di gioco, per sfuggire alla noia di competizioni oramai sempre uguali, o se invece abbia voluto innervosire il suo avversario, scalfirne la sua imperturbabilità.
La spocchia che Moses aveva dimostrato sfidandolo lo aveva talmente indignato da far esplodere una rabbia che in lui non avevo mai vista. O forse aveva da subito intuito il suo pericolo?
La partita ricominciò dall’inizio. Accanto a me la mia avversaria era ora leggermente impolverata e provata dal volo che le avevo imposto. Nel suo riflesso obliquo lessi “astio nei miei confronti” “odio profondo” “disprezzo estremo”, e paventai una sua ritorsione.
D’improvviso il mio padrone ritornò freddo e calcolatore. Il suo gesto aveva avuto il duplice risultato di innervosire Moses e di tranquillizzarlo. Almeno così mi sembrò in quel momento.
Mi diede tocchi precisi, abili effetti, che mi condussero facilmente alla vittoria dei primi due round. Mi sentivo rassicurata, tranquilla. Era ordinaria amministrazione. Moses dal canto suo collezionò in quei frangenti un numero di errori davvero banali. L’avevo sopravvalutato, pensai. Sembrava che per noi fosse tutto in discesa.
Poi, inaspettatamente, la partita prese una piega diversa.
Da una posizione scomoda, nascosto dietro una duna d’asfalto e parzialmente impallato dalla buca, Moses indovinò un tiro di una difficoltà elevatissima. Anche il mio padrone ne rimase profondamente colpito. “Come aveva fatto quella biglia a disegnare una traiettoria così curva?”, stava chiedendosi.
Ma nel round successivo la sorpresa fu ancora più grande. Moses stavolta impresse alla sua rossa un effetto tanto leggero e preciso, che questa dapprima scavalcò la duna ad una velocità, poi cambiò passo, ripiegò sulla sinistra, strisciò un ostacolo, e … incredibile … me la vidi piombare addosso, compiaciuta e irruente.
Era il pareggio. Chi l’avrebbe detto. Da questo momento in poi cominciai a temere il peggio.
Moses divenne d’improvviso freddo e controllato, che si fece difficile per il mio padrone trovare una posizione in grado di metterlo in difficoltà.
Nel quinto round il mio padrone mise in pratica ogni mossa del suo repertorio. Mi saggiò negli effetti più ardui, mi lanciò lungo traiettorie apparentemente impossibili, tentò i rimbalzi più arditi. Ma Moses resisteva. La sua biglia riusciva incredibilmente a tenermi il passo, a scansare i miei assalti. Quando sembravo sul punto di prenderla mi sfuggiva, gli incroci mancavano di un solo millimetro, un solo dannato millimetro. Il quinto round si protrasse per un tempo incredibile. Fu Moses a crollare per primo: sbagliò un tiro di una tale semplicità da farlo arrossire di vergogna. Eravamo però esausti. La paura mi trasmetteva leggere turbolenze che arrivavano quasi ad incrinare le mie pareti vetrose. Il mio padrone mi aveva messo inoltre a dura prova, mi aveva toccato con una forza tale che immaginavo che anche la sua unghia non se la passasse tanto bene. Era provato, lo sapevo bene.
Vincere sempre e facilmente può rammollirti, di una misura talmente piccola ed impercettibile da emergere solo quando la partita diventa combattuta ed estenuante.
E’ vero, eravamo in vantaggio, ma ora dovevamo affrontare la voglia di rivalsa di Moses, il cui talento cominciava ad apparirmi in tutta la sua magnificenza. Quella maledetta biglia, di quale anima era fatta per lasciarmi così provata dagli scontri?

Il sesto round fu uno dei più sfortunati che io abbia mai vissuto, un autentico capolavoro del caso. Anche stavolta il mio padrone giocò tutte le sue carte, combatté a viso scoperto capendo che doveva chiudere, doveva assolutamente riuscirci. Mettendo da parte ogni virtuosismo, mi lanciò attraverso traiettorie sicure. Non fu colpa mia se una pietruzza mi sbalzò di molto lontano dall’obiettivo che si era preposto. Lui si sollevò strabiliato. Se la prese dapprima con me, mi dannò per il round che gli avevo negato, poi, però, sembrò capire la mia innocenza. Sembrò. Fu un autentico capolavoro della sfortuna, lo ripeto, vi prego di credermi. Anche se lui non smise mai, probabilmente, dentro di sé, di incolparmi di quel fallimento.
Nel settimo ed ultimo round ci giocammo quindi la partita. Stavolta il rischio che si correva era davvero grande.
Il mio padrone appariva sicuro di sé e controllato, non sembrava aver smarrito la sua proverbiale calma; nonostante ciò lo conoscevo troppo bene per non leggere nei suoi occhi quel disagio, nuovo e al quale non era abituato, che provava nel non essere riuscito, stavolta, a battere il suo avversario prima di arrivare all’ultimo round. Non era mai capitato fino allora.
Intanto Moses aveva ripreso l’atteggiamento urtante dell’inizio. Aveva lanciato un tiro floscio, che aveva fatto fermare la sua rossa a metà strada, qualche centimetro prima della leggera curva che divideva il percorso.
Non mi piaceva Moses, e la paura di finire nelle sue mani mi trasmetteva uno strano infinitesimale tremolio su tutto il mio guscio vitreo. Sebbene si dimostrasse piuttosto attento all’incolumità ed alla lucidità della sua compagna, c’era nel suo modo di toccarla, di lanciarla e riposizionarla un’energica trasandatezza, una legnosa grossolanità che io non avrei potuto sopportare. D’altra parte nutrivo anche una piccola paura che potesse verificarsi la cosa contraria, ossia che potesse sostanziarsi l’ipotesi di vittoria del mio padrone.
Vincere la perla adamantina poteva significare per me qualcosa di peggio della sconfitta. La sua superba rotondità. La sua fluida scorrevolezza. Quell’anima dura, granitica, inscalfibile, rappresentavano per me una minaccia. Nulla mi diceva che, un giorno, non sarebbe stata preferita a me, nulla mi garantiva che una volta vinta sarebbe rimasta a marcire nel cimitero delle sconfitte, ossia sul fondo della sacca di juta.
Fino ad allora il pensiero non aveva mai sfiorato il mio padrone. D’altronde non l’avevo mai deluso e, scaramantico com’era, mai avrebbe abbandonato una come me, in grado di regalargli una serie così lunga di vittorie. Ma, si sa, le cose cambiano per tutti e non vedo perché per me non debba essere lo stesso. Questa concatenazione farraginosa di pensieri (siete sorpresi dalle enorme mole di pensieri che sono in grado di produrre, ammettetelo, mai lo avreste immaginato) mi esortava a trovare al più presto una soluzione.
Quando nel terzo round Moses aveva indovinato il tiro della vita, il mio padrone ne era rimasto così profondamente colpito che da quel momento notai una maggiore attenzione nei confronti della rossa. Non sono paranoica se affermo che cominciava a mettere radici nella sua mente (ed ora toccava a me non far germogliare questa radice) l’idea di averne trovato una alla mia altezza, in grado di sostituirmi alla grande e di proiettarlo ancora più lontano, laddove io non ero stata in grado di portarlo. Almeno così la pensavo in quel momento. Avevo pochissimo tempo per inventarmi qualcosa e riponevo l’unica speranza nel fatto che la partita potesse prolungarsi oltre il tempo limite.
L’inizio del settimo round mi faceva ben sperare. Con il suo atteggiamento provocatorio Moses cercava di tirarla per le lunghe, tanto che pensai ad un certo punto che anche nelle sue intenzioni ci fosse quello di finirla patta.
Seguiva pedissequamente le mosse del mio padrone, approntando opportune ma cautelative contromosse, senza mai scoprirsi più di tanto, ma piuttosto facendo un gioco di rimessa.
Quando nel quinto round aveva sbagliato un colpo a dir poco semplicissimo, imprimendo una forza non necessaria quanto sarebbe bastato un semplice accompagnamento, questa sua sufficienza gli aveva fatto fare davanti alla folla accorsa numerosa la figura del pivello, dell’ennesima vittima sacrificale.
Nel giro però di pochi minuti tutti avevano dovuto ricredersi. Il ragazzo dalla peluria stranamente localizzata aveva condotto il campione, di cui si parlava come dell’imbattuto, fino all’ultimo minuto dell’ultimo round.
La sensazione di trovarsi di fronte ad un evento raro aveva reso più frizzante l’atmosfera, ed il pubblico – composto ora anche da famiglie che si concentravano intorno a quegli stand soprattutto col sopraggiungere della sera, quando l’aria cominciava a rinfrescarsi e le bancarelle si riempivano di leccornie e stuzzicherie – assisteva sì composto, ma col viso proteso al fine di cogliere dell’evento il maggior numero di particolari possibile.
Ad un tratto l’orologio in cima al palo a strisce, in fondo allo spiazzo, diede un rintocco: si entrava nell’ultimo minuto della gara, c’era da muoversi, da affrettare la mossa.
I secondi rapidamente cominciarono a scorrere sotto la grande lancetta, emettendo un leggero ticchettio ansiogeno.
Solo in quel momento il mio padrone capì quanto si fosse lasciato distrarre. Non aveva fatto caso al trascorrere del tempo, ed ora correva il rischio di pareggiarla, quella maledetta partita, pareggiare ossia perdere, perché pareggiare per lui equivaleva a perdere, vale a dire ad interrompere la striscia di vittorie nette, incontestabili, durata fino ad allora.
Dopo aver conquistato la buca da qualche tempo, avevo provato in un numero imprecisato di tentativi (sette od otto) a colpire la maledetta. Questa però era stata, fino ad allora, abile nel nascondersi dietro gli ostacoli che puntellavano la pista. Nel suo estenuante giochino, Moses dimostrava una lunga esperienza e sagacia, tendeva ad estenuare l’avversario facendo leva sulla tensione nervosa e cercando così di indurlo in errore.
Il mio padrone cominciò allora a giocare il tutto per tutto. M’imprimeva un effetto fortissimo, che sarebbe stato in grado di disegnare le curve a gomito che lui voleva, se solo... se solo non avessi fatto quello che feci.
Non potevo rischiare. Non potevo. Per una volta, per l’unica volta, remai contro.
Sì, lo ammetto, tentai più volte di cambiare la traiettoria.
Ecco, a questo punto della storia non posso che provare una sensazione terribile, un senso d’angoscia profonda che mi confonde i pensieri.
Mi toccò decidere in pochi attimi.
Ed in pochi attimi la paura mi fece scegliere.
Per la prima volta giocai non con lui, ma contro di lui.
Non mi si giudichi frettolosamente. Gli ero troppo legata da non pagare il prezzo del tradimento pur di rimanergli lì, accanto, per sempre.

Quando mancavano esattamente dieci secondi, mentre dalla sua fronte ormai madida di sudore gocciolavano pesanti gocce sull’asfalto rovente, ed un vocio sottile aleggiava sulla folla ed ampliava la sensazione di attesa, il mio padrone mi lanciò in quello che avrei scoperto sarebbe stato il mio ultimo viaggio.
La rossa era parzialmente nascosta da un ostacolo a forma di piramide e dalla parte finale della buca. Non c’era abbastanza tempo per conquistare in un primo tempo la buca e poi cozzarla vincendo. Allora dapprima disegnai una parabola che mi condusse fino a lambire un lato della base quadrata della piramide. Da qui, spinta dall’effetto, puntai dritto fino allo spigolo della buca, sul cui bordo il mio padrone puntava a farmi scorrere in equilibrio precario come un acrobata. Infine avrei dovuto abbandonare quel filo di rasoio in un punto preciso, e così cozzare la mia avversaria.
Ma le cose non andarono così.
Non so bene dove trovai le energie per uno sforzo così intenso. Abbandonai il bordo della buca qualche millimetro prima, in una misura piccola ma sufficiente per evitare l’incontro, mentre il gong dell’orologio sanciva la fine della partita ed il disonorevole, agli occhi del mio padrone, risultato di patta.
Ero salva.
Le cose si erano svolte come avevo voluto e nulla e soprattutto nessuna si era frapposta fra me ed il mio padrone.
Seguirono una stretta di mano e qualche scambio di battute con il ragazzo cigliato. Per lui quel giorno era da rilegare fra gli indimenticabili, perché era stato capace di recuperare in una partita nella quale partiva sfavorito. Per lui contava la mezza vittoria che aveva ottenuto.
Sulla coscienza del mio padrone invece pesava, di una misura che non avevo immaginato potesse essere così grande, il gravame della mezza sconfitta.
Quando tornammo a casa immediatamente mi accorsi che qualcosa si era incrinato. Avevo esultato troppo presto. Non ero affatto salva. Al contrario. Sembrava essersi accorto delle mie intenzioni. Sembrava vedere davanti a sé, come una presenza corporea e burrosa, lo spettro del mio tradimento.
Da allora il mio mondo è buio e ruvido. Dal fondo del sacco di juta lancio, ogni qualvolta una luce si sporge, il mio barbaglio azzurrognolo.
Ma nessuno ha ancora risposto al mio richiamo.
Sarà che non ho più lo smalto di un tempo, o sarà il destino chissà.
A volte penso al mio padrone-compagno-amico.
Penso che forse mi merito tutto questo.
Ma sono anche consapevole di averlo tradito per amore. E questo basta a confortarmi, almeno per un po’.
Spesso mi perdo nel pensiero rifocillante che un giorno saranno di nuovo le sue dita a trarmi d’impaccio, a salvarmi da questo limbo opaco nel quale sono cascata...
Fine