La prima sensazione è mero smarrimento.
Il passo rallenta, la vista si appanna. Sembrano non esserci pareti, sembra mancare ogni materialità. La profondità è annullata, non c'è alto, non c'è basso, nessuna apertura al mondo esterno. Tutto potrebbe ruotare senza creare nessuno scompiglio.
L'assenza, ecco cosa si prova, un avvilente senso di assenza.
E man mano che si avanza nella stanza questa assenza sembra sconvolgerti l'anima, il mondo sembra dimettersi per lasciare spazio alle più intime sensazione, ai fantasmi meno chiassosi.
Si è davvero soli qui dentro. Ognuno smarrito nel suo contenitore corporeo. Il mondo smette di essere.
Ha voluto così. Ha voluto che tutto fosse bianco. Pareti, pavimento, lampadari, interruttori, tende, tavoli, luci. E' stata una delle sue richieste. Ed anche per questa volta nessuno ha potuto contraddirlo. Nessuno neanche ci ha provato. Quelli che avrebbero tanto voluto farlo hanno potuto solo sperare che la mostra fosse un fiasco. Invece così non sarà, così non lo sarà mai.
Qualcuno ha detto: ha ceduto. Ma aveva ragione solo in parte. Ha limato ogni spigolo, arrotondato ogni angolo, ha creato un’ enorme bolla architettonica nella quale far galleggiare la sua opera. Sotto un lenzuolo sospeso da terra, in una teca che si presume agganciata alla parete, protetta, molto protetta.
- Oggi si fa la storia!
Ci sono due uomini appoggiati alla parete. Entrambi stanno fumando.
L'artista ha chiesto espressamente che si fumasse in abbondanza, non ci sono finestre, né aeratori, ogni spiraglio è stato tappato e l'aria così sarebbe diventata soffocante, irrespirabile. Lui vuole così. Ai benpensanti ha risposto, com'è nel suo stile, che per una volta non desidera avere l'esclusiva al masochismo. E che di fronte a se stessi non si può che provare un irrimediabile, ottundente soffocamento.
Il primo uomo è corpulento, vestirebbe sobriamente se non portasse un grosso farfallino blu a pois rosa. La sua faccia quadrata adagiata su due sgonfie guance cadenti traballa dietro ogni strascico di parola. Brandisce la pancia come uno scudo.
- “Oggi si fa la storia!” Così mi ha detto Lucius al telefono, - ha appena confidato all'altro che, appoggiato alla parete, lo guarda con il viso corrugato. Nel taschino della camicia ha un block notes ed una penna. Anche lui sembra costantemente sulla difensiva, agli avanzamenti del suo interlocutore risponde con una cauta manovra di arretramento. La sua spada è rinfoderata nel taschino. Per ora.
- Questa volta ha scomodato soprattutto giornalisti, segno che qualcosa bolle in pentola, qualcosa di grosso, - ha detto svogliatamente, utilizzando lo stesso tono che utilizzerebbe ad ordinare una bistecca in trattoria.
- Lucius non si è mai sbilanciato. Resta il fatto che non ha voluto dirmi altro.
- Il solito diabolico!
- Solo un furbastro che manovra i fili del teatrino,- aveva chiosato girandosi, dando un'occhiata furtiva alle gambe di una donna appena entrata.

Nella sala ora sono assiepate una trentina di persone. Alcuni faretti in movimento su esili bracci di metallo spargono luce bianca creando incroci di ombre e uccidendo ogni colore sugli abiti degli astanti. Il vocio è sommesso, rispettoso. Un cordone anch'esso bianco li trattiene lontano dalla parete dove “A.r.t.e.” è sospesa sotto un lenzuolo. Il cordone è tenuto da due energumeni pallidi e calvi, completamente vestiti di bianco, che guardano davanti a se imperturbabili. Le persone che entrano attraverso lo stretto ingresso mostrano tutti lo stesso identico sguardo di costernazione.
Come se ci fosse un pericolo appena oltre l’ingresso, come se fossero in prossimità di qualcosa in grado di scompaginare la loro razionalità. Eppure dovrebbero averci fatto il callo all'infinita provocatorietà dell'arte contemporanea. Invece. Tutti conoscono la sua fama. E molti sono talmente giovani da non averlo mai visto, da averne sentito solo parlare.
In un angolo due uomini ed una donna sono immersi in una discussione. Uno di loro gesticola vistosamente, mentre l’altro con le braccia incrociate lo ascolta con aria severa. La donna invece giocherella con la fede, la infila e la sfila.
- Pensi a Warhol e vedi i suoi ritratti policromi, ti dico Haring ed ecco i suoi omini, Botero con i suoi grassoni, e così via. Ma D’Aquino, a cosa lo associ? A “Guerriero Mondo” o a “Cipro Funesta”?
Poi aggiunge: - Ma è forse questa la sua grandezza. Non so se ricordi la famosa inchiesta.
Un uomo poco più in là, con una vistosa sciarpa rossa, sta sproloquiando:
- Razionale ed irrazionale vanno a braccetto, fanno due passi avanti, due passi indietro, si perdono in una danza, - e mentre dice questo unisce le mani e le fa dondolare davanti a se: - Dopo di che si siedono, l’uno di fronte all’altro, solo qualche secondo, poi si rialzano, fanno un’altra piroetta - e l’uomo fa davvero una piroetta.
L’uomo del trio si dà la sua risposta:
- Certo, come non ricordarsene.
- Di cosa state parlando, scusate, io non ne so niente, - dichiara la donna ad un tratto come ad attirare la loro attenzione.
L’uomo la guarda un istante, poi, come se non avesse compreso, continua rivolgendosi al suo interlocutore:
- Anni fa venne fuori che l’Istituto Nazionale aveva commissionato un’inchiesta segreta che facesse chiarezza sul fenomeno D’Aquino. Perché? Perché si riteneva che non si trattasse di un’unica persona … -
- … ed infine si risiedono, ma stavolta spalla contro spalla, razionale qui irrazionale lì, come se ignorassero ciascuno l’esistenza dell’altro, - termina l’uomo dalla sciarpa rossa tornando a sedersi.
- … ma piuttosto di un collettivo di artisti, che insomma il suo nome fosse una sigla. E come è andata a finire? Con una sequela ininterrotta di scuse da parte dell’Istituto e con il conseguente siluramento del suo Direttore, ecco come è andata a finire, non c’era niente di vero, era una grande panzana!
- Certo che però da allora D’Aquino ne ha guadagnato in prestigio, la cosa ha fatto da volano alla sua già grande fama, - ha aggiunto l’altro rivolgendosi stavolta alla donna.
- Un così gratificante sospetto possono vantarlo Omero, e Leonardo, o anche Shakespeare. Non so se mi spiego.
Quando Lucius fa il suo ingresso nella sala tutta l’attenzione dei presenti si concentra su di lui. Se potessimo fissare la scena in una foto vedremmo tutte le teste girate, anche in modo alquanto innaturale, verso quest’uomo dall’incarnato scuro e dall’aria elegante. I capelli impomatati ad accennare una banana, la camicia bianca dal collo ampio, le mani sottili accavallate all’altezza del petto, ed un sorriso brillante di circostanza, Lucius vuole che tutto sia perfetto per l’ingresso del suo protetto. Dietro ogni messinscena che si rispetti c’è la sua lucida e accattivante regia.
Ora sta dividendo la folla camminando verso un non definito punto della sala, ma piuttosto come a saggiare quanto l’ansia dell’attesa abbia consumato i presenti. Vuole valutare il loro grado di cottura.
Sa bene Lucius quanto sia importante tutto questo, quanto la fortuna di un’opera dipenda fortemente dalle parole che precedono la sua prima apparizione.
“Benvenuto, come stai?”, è questa la sua formula principe che alterna con altre di facile effetto: “Come mi fa piacere!”, “Mi hai fatto un regalo!”
La sala è in breve cosparsa di questi suoi confetti verbali.
I volti che incontra sono sorridenti. Ma nascondono il fastidio sotterraneo dell’attesa e della mancanza d’aria. Un caldo sonnacchioso comincia a saturare nella sala, la luce prima accecante è stata ora smorzata.
Alle domande che gli rivolgono tutti Lucius risponde con uno sguardo interrogativo, come a dire che non è questo il momento, che per ora lo lascino in pace, lo lascino lavorare, che avranno una risposta a tutte le loro domande, ma più tardi, non ora.
Quando arriva presso i due uomini davanti il cordone si ferma a squadrarli ben bene come se fossero parte essi stessi dell’allestimento. Li guarda da capo a piedi, poi dice a quello di destra di stare più dritto. Ma è solo un vezzo, un capriccio, il tentativo riuscito di affermare, davanti la sala che non ha smesso di osservarlo, quanto tutto sia sotto il suo più oculato controllo.
Solo a questo punto Lucius può andare al microfono. Lo fa con una lentezza misurata ed elegante. Si para davanti l’asta del microfono irrigidendosi e appianando in questo modo ogni piega del suo abito bianco. Concede qualche secondo al silenzio di approfondirsi. Poi:
- Ho fatto di tutto per arrivare prima di lui. (sorriso) Non voleva ci fosse nessun discorso prima della presentazione. Sapete come odia questi preamboli. Poi sono riuscito a convincerlo. (sorriso) Mi ha detto: Lucius, concedimi però almeno di non ascoltarti.
Il silenzio viene rotto da una timida risata e da un mormorio. Anche Lucius si apre in un sorriso compiaciuto, poi fa un colpetto di tosse e prende fiato. Una ruga che per un attimo ha fatto capolino all’angolo del suo occhio destro non si decide a ritirarsi. Anche sulla sua bocca un’increspatura denuncia quanto di posticcio ci sia su quel viso, su quella sua figura stanca. Ma lui lo sa, gli accorgimenti estetici, i trucchi, non sono fatti per durare.
- Giunto d’Aquino è il mio angelo. Devo a lui, alla sua creatività, al suo genio il mio successo e la mia fortuna. Ho pochi meriti io, è la sua opera già immortale ad aver fatto tutto. Se mi aveste chiesto qualche mese fa cos’altro Giunto D’Aquino avrebbe aggiunto a questa sua carriera sfavillante, nella mia limitatezza vi avrei detto che era impossibile aggiungere altro, fare qualche cosa di altrettanto memorabile. Se fossi stato in lui mi sarei accontentato di crogiolarmi nei miei successi, mi sarei comprato un’isola e ne avrei fatto un regno. Ma io non sono un genio, sono, e sono parole sue, “il mercante più elegante della storia”. (inchino) Beh, come dargli torto.
L’uomo con il papillon si è tenuto un po’ in disparte, non ha partecipato alla ressa composta per aggiudicarsi i posti in prima fila. Dalla posizione che si è scelto riesce però ad avere una visione d’insieme che gli sarà molto utile nell’articolo che sta scrivendo. Sta pensando alle parole che utilizzerà per una stroncatura, a come ironizzerà sull’aspetto da vizzo vivant di Lucius, al modo che utilizzerà per irridere tutti i giornalisti presenti che pendono dalle sue labbra, a come sottolineerà lo sbilanciamento tra l’effettivo valore dell’opera presentata e i toni trionfali della presentazione. Più tardi penserà alle parole da utilizzare invece per una recensione positiva. Poi come ha sempre fatto miscelerà tutto ottenendo un articolo adatto al tono del giornale sul quale scrive.
- La cosa che più mi ha sconvolto è stata la sorpresa, - continua Lucius: - Credevo che anni di arte mi avessero preparato a qualsiasi cosa ma mai avrei immaginato di assistere a qualcosa di … di così …vedo i vostri occhietti brillare … vi sto cocendo a puntino.. eh … vedrete … non voglio dirvi più nulla. Se solo sapesse non mi rivolgerebbe più la parola.
E mima uno sguardo vigile girando il capo a destra e a sinistra. Nonostante la rigidità del suo corpo, bastano le sue doti mimiche facciali a far comprendere la sua ironia. Si è imposto di ironizzare, e lo fa perché il colpo sia ancora più brutale, ancora più sconvolgente. Vuole trovarsi di fronte una folla impreparata. Vuole che questi quattro scribacchini si rilassino. Anche per lui questa sarà l’ultima mostra, e vuole chiudere alla grande. Nessuno gli concederà più nulla, lo sa. Sa di bruciare i ponti dietro di sé. Ma per ora finge. Finge leggerezza, finge serenità. E, senza il minimo sforzo, tutti ci cascano.
Il suo discorso ha stemperato l’atmosfera. Il fastidio di poco prima ha lasciato spazio ad una curiosità più frivola, divertita, che fa passare il tempo più rapidamente. Lucius ha imboccato una porta ed è scomparso. Nella sala si sono riformati i capannelli di poco prima, e sono ripresi i discorsi con il nuovo slancio conferito loro dalle parole di Lucius.
- Sei stato tu per primo a parlare di confusione estetica e di polimorfismo anodino. Non credevo di trovarti qua.
- Si vede che anche il signor D’Aquino ci ha visto qualcosa di vero.
- Forse ancora non hai ben capito di chi stiamo parlando. Dell’ultimo grande pittore. Il suo braccio vale più di te, di me, di tutti noi messi insieme.
- Tu dici? Io non gli perdono la sua intransigenza, tutto qui.
- Non è un bacchettone, però, devi ammetterlo.
Intanto un uomo dalla folta capigliatura grigio topo è salito su una sedia ed ora pontifica:
- D’Aquino non è un provocatore, ciechi che siete, non ha mai voluto esserlo. La sua rivolta, che è poi il suo silenzioso discorso artistico, si indirizza a quell’estabilishment artistico che ammette al suo interno solo coloro che sono abbastanza en vogue. Aprite gli occhi.
- E’ una figura complessa, nessuno ha mai detto il contrario, è sfuggente, inafferrabile, contraddittorio, e ciò è il segreto di una parte della sua fama planetaria, - sta continuando a dire una donna in un elegante tailleur perla ad un uomo grasso appoggiato ad una sedia.
- Come tutti i grandi artisti si è sforzato di riformulare le regole, di riscriverle, ed anche i suoi errori sono stati geniali.
- E’ significativo il suo “Manifesto contro i manifesti”, non credi, una sorta di vanitosa contraddittorietà di cui è oramai schiavo, dal quale non riuscirà mai a liberarsi.
L’uomo dal capo cinereo ora sta urlando:
- Aprite gli occhi. Aprite gli occhi. D’Aquino non dice nulla a parole, non ne ha bisogno perché … - ma non riesce a finire la frase che una guardia gli ha già afferrato il braccio e gli sta intimando di seguirlo.
L’uomo col block notes nel taschino lo ha cacciato, ed ora vi sta appuntando qualcosa nella sua grafia nervosa. Parole gettate là, in fretta e furia, un’impressione subito raccolta, emersa all’improvviso sulla superficie della sua attenzione, che deve subito afferrare col suo inchiostro, prima che si rifugga nel dimenticatoio delle sue intuizioni.
L’uomo col block notes non è un giornalista, sebbene gli venga comodo fingerlo. E’ uno scrittore. In crisi di ispirazione. Nel racconto che ha intenzione di scrivere, un famoso storico contemporaneo indaga le fondamenta del piacere scoprendo che la strada per viverlo più intensamente passa attraverso la sua calcolata privazione.
Pervaso da questa convinzione che piano piano gli si insinua dentro diventando ossessione, lo storico si priva dapprima dell’acqua, poi del cibo, e del sonno e del fumo e del fresco e di quant’altro possa privarsi. E infine dell’amore.
- Tutto, ed il contrario di tutto, - ha appena trascritto sul suo taccuino.
Com’è possibile che sia necessario privarsi di una cosa per capire il suo effettivo valore? E’ lo sconforto della tela bianca a spingere il pittore a creare? E’ un limite dell’uomo quello di non saper colmare quel vuoto solo con l’immaginazione? E quando anche vi riuscisse, a colmarlo, attraverso la pittura, materialmente quindi, perché l’effetto che ne deriva è sempre deludente? E’ davvero incuriosito dalle risposte che Giunto D’Aquino potrebbe fornirgli. Lo immagina acuto, brillante, in grado di illuminargli questi suoi dubbi. Molti suoi saggi si sono imbattuti in queste questioni e rappresentano la prova di quanto l’argomento gli interessi. Sebbene non colleghi mai queste sue disquisizioni di natura prettamente filosofica alle sue opere (cosa che invece naturalmente non esitano a fare i suoi critici), inevitabilmente la sua bussola artistica ne è orientata. Lo pseudogiornalista in realtà non è molto fiducioso. E’ riuscito con difficoltà ad ottenere un invito, ma sa che non gli sarà concesso il tempo per capire ciò che effettivamente D’Aquino pensa. Si immagina una stanza silenziosa, e lui e l’artista da soli a parlare di questi argomenti. Immagina una bottiglia di vino e due calici semivuoti. Ed un registratore nel taschino con il quale registrare il dialogo da trascrivere. Immagina che materiale di così alto livello raramente avrà la fortuna di averne. Ed infatti per ora non ne avrà.
La sala è zeppa di gente, un brulicare di visi dallo sguardo vispo, competitivo. Non basta il caldo opprimente o l’attesa a fiaccarli. E’ questo che non avrà mai dei giornalisti, questa loro inesauribile energia, questa smania di competizione che mai si seda.
(fine I parte)
