venerdì, 29 febbraio 2008
Alcuni mesi fa inviai, su suggerimento di un amico, il racconto Cul de Sac a Progetto Babele, una rivista trimestrale di letteratura di intrattenimento.
Ecco la valutazione del comitato di lettura ricevuta in questi giorni:

Racconto ironico e godevole, basato sull'amore che una biglia di vetro prova nei confronti del proprio "padrone", e che, pur di restargli accanto, decide di danneggiarlo e affrontare l'oblio. Tenero e commovente. Scritto bene; la narrazione è avvincente e precisa.

Hanno deciso di pubblicare il racconto sul sito e successivamente di inserirlo nel prossimo numero della rivista, il numero di marzo 2008.
Il link è questo:


http://www.progettobabele.it/racconti/showrac.php?ID=3023
postato da: gogol77 alle ore febbraio 29, 2008 12:06 | Permalink | commenti
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sabato, 23 febbraio 2008


SOCIETY / SOCIETA'

Lyrics/ Music: Jerry Hannan

E' un mistero per me
Abbiamo un'avidità, ma che abbiamo accettato
Pensi di dover volere più di quello di cui hai bisogno
Finchè non hai tutto non sarai libero

Società, sei una razza folle
Spero che tu non sia sola, senza di me

Quando vuoi più di quello che hai, pensi di averne bisogno
Quando pensi più di quello che vuoi, i tuoi pensieri cominciano a svuotarsi
Penso di dover trovare un posto più grande
Perchè quando hai più di quello che pensi, hai bisogno di più spazio

Società, sei una razza folle
Spero che tu non sia sola, senza di me

Società, davvero folle
Spero che tu non sia sola, senza di me

Ci sono quelli che pensano, più o meno, meno è di più
Ma se meno è di più, come fai a tenere il punteggio?
Significa che per ogni punto che fai scendi di livello
E' un po' come cominciare dalla cima
E non puoi farlo

Società, sei una razza folle
Spero che tu non sia sola, senza di me
Società, davvero folle
Spero che tu non sia sola, senza di me
Società, abbi pietà di me
Spero che tu non ti arrabbi, se non sono d'accordo
Società, davvero folle
Spero che tu non sia sola

Senza di me...

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postato da: gogol77 alle ore febbraio 23, 2008 09:12 | Permalink | commenti
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mercoledì, 20 febbraio 2008

                                            


Otilia è una ragazza romena, ventiduenne, che occupa una delle stanze della casa dello studente di Bucarest insieme a Gabita.

Entrambe sono giovani e belle, ma Gabita ha un problema: una gravidanza non voluta che le inimicherà il padre, la società, l’universo intero.

Fragile, superficiale, ammalata di una tremula incapacità di vivere, appesantita da questo fardello troppo ingombrante per la sua giovane età, chiede alla più risoluta e determinata Otilia di organizzarle l’aborto. Illegale all’epoca dei fatti (siamo nella Romania del 1987).

Assisteremo in tempo reale all’incontro col medico abortista, alle sue spietate richieste di sesso e denaro, all’operazione condotta in un’anonima stanza d’albergo e alla finale liberazione dal feto.


In una Bucarest senza orpelli, povera e rinsecchita come le piante spoglie che costeggiano le sue strade mal asfaltate, sorvegliata da una burocrazia scostante e frustrata, prevedibile scenario di un regime in disfacimento, l’attenzione del regista si concentra su queste due individualità impaurite, che si esprimono tanto con silenzi, pause, tenerezze di piccoli gesti.

Ma è un’attenzione compunta, distaccata, che fa parlare i volti degli attori, le loro azioni, i drammi che in presa diretta incontrano e vivono.

Con uno scarno armamentario di campi lunghi, successioni di inquadrature fisse, spesso divise o occupate da un tavolo, di riprese camera alla mano nelle scene in movimento, di dialoghi di un raro realismo, questa straordinaria essenzialità rende le immagini ancora più dure, terrificanti, drammatiche.

La scena della cena a casa dei genitori del fidanzato di Otilia descrive un mondo - le sue logiche sociali, il suo perbenismo ipocrita e razzista - e nello stesso tempo tortura lo spettatore, gioca con la sua ansia, provocando, grazie a questa tecnica asciutta di rappresentazione, la sensazione che qualcosa di terribile stia per accadere.

Non c’è patetismo, non c’è presa di posizione, né tanto meno condanna, nessun filtro ideologico, è solo cinema votato alla narrazione, il tentativo, riuscito, di far toccare con mano vite lontane dalle nostre, di farci rivivere per un attimo, attraverso il nostro sguardo rapito, un mondo sconosciuto e annichilito.

Vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2007 (meritatissima a detta di gran parte del fronte critico), “4 mesi 3 settimane 2 giorni” del regista Christian Mingiu è il primo racconto di una serie, intitolata “Racconti dell’età dell’oro”, ambientata nella Romania del regime comunista.


postato da: gogol77 alle ore febbraio 20, 2008 10:13 | Permalink | commenti
categoria:cinema, recensione
mercoledì, 13 febbraio 2008


Vorrei richiamare la vostra attenzione su un particolare davvero scioccante che ha sconvolto la mia serata di ieri: sintonizzato masochisticamente sul programma di Bruno Vespa, a colpirmi non è stato tanto l’eloquio di Berlusconi (stranamente affannato ma sempre divertente nella sua malcelata immodestia o quando snocciola statistiche) quanto un particolare della sua figura davvero singolare: le sue orecchie.

Sono diventate di una grandezza incredibile.

Com’è possibile che non riesca ad arginare questa manifestazione di vecchiaia?

Sembra sia riuscito in tutto: a risolvere la sua calvizie, a stirare ogni ruga (la sua pelle sarà sottile e tesa come il tappeto elastico di un acrobata), persino a crescere in altezza.

Ma le orecchie, quelle no, per quelle non c’è nulla da fare. Se ne stanno lì, enormi, ad occupargli metà profilo, con la grande curva del padiglione, il flaccido lobo che pende, a denunciare la sua reale età.

Ieri pensavo: quest’uomo ha 71 anni. A fine legislatura, tra cinque anni, ne avrà 76.

postato da: gogol77 alle ore febbraio 13, 2008 10:49 | Permalink | commenti
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venerdì, 01 febbraio 2008



Michael Winterbottom ci conduce nell’esperienza terribile e drammatica di tre ragazzi inglesi, di origine pakistana, finiti per una serie di circostanze ad affrontare l’incubo carcerario di Guantanamo.

Partiti da Tipton, Inghilterra, alla volta del Pakistan, per il matrimonio di Asif, uno di loro, si lasciano convincere da un Imam in una moschea a recarsi in Afghanistan per portare aiuto ai civili. A muoverli è un misto di spirito d’avventura e curiosità, alquanto verosimile per giovani di venti anni, per di più piuttosto inconsapevoli di quello che li aspetti, dello scenario apocalittico della guerra e della povertà.

Catturati dall’Alleanza del Nord e accusati di terrorismo in maniera piuttosto arbitraria vengono trasferiti nel famigerato carcere di Guantanamo.



Non importa che “se la siano cercata”.

Il film - nonostante sia condotto con un finto stile documentaristico, che alterna racconto/ricostruzione e interviste dei protagonisti - vuole essere una palese denuncia delle violazioni perpetrate dai militari Usa nei confronti di prigionieri ritenuti, non "soldati regolari di un esercito nemico", ma “combattenti fuorilegge” e quindi esclusi dall’applicazione della terza convenzione di Ginevra.

Ciò che colpisce è la scientificità della crudeltà, condotta con metodo perverso al fine di perpetrare il “maggior danno possibile”: il continuo stress audio-visivo, la costrizione per giorni all’immobilità nelle posizioni più scomode, l’obbligo del silenzio.

Nuove armi queste in grado di condurre qualsiasi individuo alla follia.

Il film insegna (o meglio ribadisce): tanto più il metodo si fa crudele ed inumano, severo e cieco, tanto più cresce la percentuale che nel suo ingranaggio impazzito possano finirci degli innocenti.

Il film suscita riflessioni. Una di queste: ogni distinzione assoluta allontana inevitabilmente dalla verità.

La distinzione manichea tra buoni e cattivi, tra noi e loro, suona tanto come “la favola dispensata” al popolo, intendendo, in tale categoria, le persone che non amano farsi domande, fermandosi alla superficialità delle cose o che reagisce alla paura in maniera istintiva, irrazionale, senza soffermarsi a riflettere.

E’ possibile che una nazione, autoproclamatasi portabandiera indiscussa di libertà e di democrazia, degradi d’improvviso in maniera psicotica verso la repressione e la tortura?

Gli Usa proclamano, sbandierano alti ideali di libertà, e poi li disapplicano.

Basterebbe a mio avviso solo il racconto delle torture, inflitte ai prigionieri - colpevoli o non, questo poco importa - a suscitare l’indignazione dello spettatore, che invece si rafforza ancora di più quando – finale confermativo e non necessario - si scopre che i tre protagonisti hanno un alibi di ferro, che non sono terroristi, e che i due anni passati in quel regime carcerario (che li ha segnati, ahiloro, a vita)  siano risultati oltretutto inutili nella prospettiva tanto pubblicizzata della “guerra al terrore”.

postato da: gogol77 alle ore febbraio 01, 2008 09:58 | Permalink | commenti (1)
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