
Otilia è una ragazza romena, ventiduenne, che occupa una delle stanze della casa dello studente di Bucarest insieme a Gabita.
Entrambe sono giovani e belle, ma Gabita ha un problema: una gravidanza non voluta che le inimicherà il padre, la società, l’universo intero.
Fragile, superficiale, ammalata di una tremula incapacità di vivere, appesantita da questo fardello troppo ingombrante per la sua giovane età, chiede alla più risoluta e determinata Otilia di organizzarle l’aborto. Illegale all’epoca dei fatti (siamo nella Romania del 1987).
Assisteremo in tempo reale all’incontro col medico abortista, alle sue spietate richieste di sesso e denaro, all’operazione condotta in un’anonima stanza d’albergo e alla finale liberazione dal feto.

In una Bucarest senza orpelli, povera e rinsecchita come le piante spoglie che costeggiano le sue strade mal asfaltate, sorvegliata da una burocrazia scostante e frustrata, prevedibile scenario di un regime in disfacimento, l’attenzione del regista si concentra su queste due individualità impaurite, che si esprimono tanto con silenzi, pause, tenerezze di piccoli gesti.
Ma è un’attenzione compunta, distaccata, che fa parlare i volti degli attori, le loro azioni, i drammi che in presa diretta incontrano e vivono.
Con uno scarno armamentario di campi lunghi, successioni di inquadrature fisse, spesso divise o occupate da un tavolo, di riprese camera alla mano nelle scene in movimento, di dialoghi di un raro realismo, questa straordinaria essenzialità rende le immagini ancora più dure, terrificanti, drammatiche.
La scena della cena a casa dei genitori del fidanzato di Otilia descrive un mondo - le sue logiche sociali, il suo perbenismo ipocrita e razzista - e nello stesso tempo tortura lo spettatore, gioca con la sua ansia, provocando, grazie a questa tecnica asciutta di rappresentazione, la sensazione che qualcosa di terribile stia per accadere.
Non c’è patetismo, non c’è presa di posizione, né tanto meno condanna, nessun filtro ideologico, è solo cinema votato alla narrazione, il tentativo, riuscito, di far toccare con mano vite lontane dalle nostre, di farci rivivere per un attimo, attraverso il nostro sguardo rapito, un mondo sconosciuto e annichilito.
Vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2007 (meritatissima a detta di gran parte del fronte critico), “4 mesi 3 settimane 2 giorni” del regista Christian Mingiu è il primo racconto di una serie, intitolata “Racconti dell’età dell’oro”, ambientata nella Romania del regime comunista.
