Attraverso la mezza apertura lasciata dalla tendina non vedeva nessuna gamba in attesa.
Solo in rapido passaggio.
Vide in quel riquadro: lo sfarfallio di due magre gambette femminili, da adolescente, con calze a quadroni verdi, che si stringevano pericolosamente all’altezza delle caviglie, per poi infilarsi in nere scarpe collegiali; un gruppo di gambe in jeans sdruciti e scarpe da ginnastica consunte, seguite dal fido trolley; l’incedere rapido e cigolante di Clarks nero lucido sotto pantaloni di gessato; un paio di variopinte Nike con le loro linee strabordanti ad incorniciare il numero trentadue.
Nessuna di quelle gambe si fermava o esitava, passavano svelte impegnate nel loro ritmico agitarsi. Sembravano inafferrabili.
Pensò che quelle suole partecipavano, con il loro distratto sfregamento, all’opera decennale, portata avanti da altrettante suole di altrettanti distratti passanti, di sistematica graffiatura di quel linoleum grigio. Uno squadrato tappeto di luce si stendeva obliquo provenendo dai fari raggruppati in un angolo. Da lontano giungeva una miscela shakerata di suoni: il fischio di un treno, le urla di un uomo, un chiacchiericcio incomprensibile e ondivago.
- Hai davvero un bel nome!
Perché quando faceva un complimento la tonalità della sua voce di colpo diventava così bassa?
- Hai davvero un bel nome! – riprovò in tono fermo. Troppo fermo!
Smussò un po’: - Hai davvero un bel nome, sai? – Così andava decisamente meglio.
Avvicinò il viso allo specchio. Poco più sopra occhieggiava l’obiettivo. La luce bianca anestetizzava ogni colore, accentuava la sensazione di algida protezione che si provava all’interno di quella scatola bianca.
- Perché ho uno sguardo così spaventato? - si chiese.
Strinse le palpebre, abbassò le sopracciglia, ecco il migliore dei suoi sguardi affascinanti. Non era mai stato in grado di indirizzarlo ad alcuno/a, ammise a se stesso. L’espressione che aveva di solito era quella di poco prima, lo sapeva bene: la turbata espressione di chi aspetta da un momento all’altro il flash che gli farà lacrimare gli occhi.
Eppure stavolta non era lì per le foto, voleva solo osservarsi.
Quegli occhi acquosi erano un riflesso condizionato: gli lacrimavano, accidenti, non riusciva a guardare il suo volto in quello specchio per più di cinque secondi filati.
Fece una lunga sorsata di acqua dalla bottiglia che aveva con sé.
Al di là della tendina la voce femminile al megafono snocciolava orari, ritardi, destinazioni e arrivi, scandendo roboticamente le sillabe. Copriva solo momentaneamente il vocio indecifrabile che aleggiava esaltato da un lieve eco. Da quando anche i fotografi avevano cominciato a fare foto in formato tessera, l’uso di quelle macchinette era calato considerevolmente. Da dieci minuti se ne stava lì dentro, dentro quella piccola scatola di plastica, e probabilmente avrebbe potuto starsene lì tutto il giorno, nessuno sarebbe venuto ad infastidirlo.
In un riquadro a lato, un uomo con un’onda di capelli di un marroncino innaturale gli mostrava quattro volte il suo stesso sorriso perfetto.
- Voglio la fica! Voglio la fica! – disse all’improvviso digrignando i denti.
Nella sua mente risuonavano i consigli di suo fratello Lucio: - Giulio, hai vent’anni, cazzo, e ancora non l’hai annusata! Porca miseria, che aspetti a svegliarti!
Lucio, alla sua età, “ne aveva fatte piangere di bambine!”, glielo aveva detto nel tono di chi ha le prove.
Dopo i rimproveri, era poi passato ai consigli fraterni:
- Sai come faccio io? Cerco di concentrarmi, mi ripeto: “Voglio la fica! Voglio la fica!” e dopo ho in mente un unico scopo, niente stronzate di contorno, solo quel mio unico peloso scopo.
Non era sicuro che la cosa funzionasse anche con lui. Ma ripeterlo non costava niente. E allora se lo ripeté, ancora due volte.
“Voglio la fica! Voglio la fica!”
La seconda volta risuonò ancora meno convinta della prima. In fondo cosa significava quella frase? Come faceva il fratello ad indirizzarsi verso una parte anatomica di una donna distinguendola da tutto il resto? Non faceva decisamente per lui. Lui non era Lucio, era troppo diverso.
Decise di ripiegare sul progetto iniziale: stilare una lista di principi ai quali rifarsi (essere galante, non avaro di complimenti, farla sentire unica destinataria di ogni pensiero, etc., etc.), tenere a memoria alcune frasi da utilizzare nei momenti di impasse, nascondere la propria agitazione.
Ne doveva scegliere una, una a caso.
“Una vale l’altra”, gli aveva suggerito il fratello: “l’importante è che inizi!”
- Hai proprio un bel nome!
Mentre saliva sul predellino della carrozza, un pensiero gli attraversò la mente piegando i fragili giunchi delle sue certezze: e se ha un nome così brutto, ma così impronunciabile, un nome del tipo Immacolata, Assunta, Concetta, che dirle che ha un bel nome non può che suonare sfottò?
Pensò in successione: Inceppo iniziale; Tutta la recita saltata; Grosso grossissimo enorme rischio!
La scintilla di calore sul suo viso divenne un piccolo incendio nella soffice calura della carrozza. Altre insicurezze divamparono in successione originando un domino inarrestabile.
Ritornò in prossimità dell’uscita nel tentativo di raffreddarsi con l’aria fresca dell’esterno, ma le porte si chiusero proprio in quel momento. Riprese la bottiglia e fece un’altra lunga sorsata di acqua.
- Non succederà! – pensò in tono fermo: - E poi, semmai accadesse, posso benissimo passare alla domanda successiva. Anzi meglio così, meglio aver previsto questa eventualità, meglio così.
Sembrò riprendersi. Scolorì. Il respiro tornò a regolarizzarsi. Bene, era passato. Con un discreto sforzo riusciva a nascondersi.
Attraverso la porta a vetro della carrozza osservò i volti distratti dei passeggeri. La solita fauna di sempre: impiegati, studenti, professori. Qualcuno chino sul proprio libro, qualche altro perso tra le note dell’ipod, altri poco impegnati in distratte conversazioni. Passò da una figura all’altra senza fermarsi ad osservarli davvero. In quel momento non ne era capace.
Poi si gettò. Fece un primo passaggio nella carrozza: nessuno lo vide. Notò, a metà tragitto, una ragazza bruna, il viso abbassato, seminascosto da una cinta di capelli. Tentò di fotografare il maggior numero di dettagli possibile. Gli riuscì a malapena di coglierne uno: leggeva.
Pensò: - Eccola, va bene! No, non va bene!
Un posto era libero proprio davanti a lei.
- Va bene! VA BENE! - urlò dentro di sé.
Vicino a lei un uomo e una donna, sulla cinquantina, seduti l’uno di fronte all’altro, stavano sistemando con difficoltà alcune buste tra le loro gambe. Fece dietrofront, e si sedette in quel posto libero. La ragazza non registrò il suo arrivo, non alzò neanche lo sguardo.
Lui sorrise ai due vicini, che ricambiarono cortesemente. Accavallò le gambe e cominciò a guardare il buio del finestrino, mentre con la coda dell’occhio la osservava. Era smunta, aveva i tratti del viso netti e i capelli bruni e corti, fino alle spalle. Sembrava decente. Lei alzò per un attimo gli occhi, lo guardò, lui le sorrise. Quando lei ritornò al libro, lui girò la testa per guardare altrove ma il movimento, di solito fluido e banale, gli uscì inceppato e tremante. Un accenno di acquosità gli inumidì le pupille, ma fu una leggera risacca, niente più, che riuscì a controllare.
Ad un tratto chiuse gli occhi, strinse i denti, pensò: - Cosa leggi di bello?
Li riaprì, pensò di nuovo: - Cosa leggi di bello? – ma la valvola dell’aria che gonfiava le parole sembrava essersi inceppata.
Si passò la mano sulla faccia, si allargò il collo della camicia. Si guardò intorno: nessuno lo guardava. Cacciò la bottiglia e la appoggiò ai suoi piedi. Il treno pigramente si avviava. Il buio al finestrino divenne scorrevole.
A questo punto si alzò, mise lo zaino sulla poltrona come segnaposto, e si avviò lungo il corridoio. Voleva sciacquarsi la faccia, concedersi ancora un po’ di tempo. Rinviare.
Ma a metà corridoio qualcosa lo bloccò, decise di tornare indietro, si fece forza, tornò a sedersi.
- Cosa leggi di bello? – la voce gli si sfilacciò davanti diventando un balbettio incomprensibile.
Lei sollevò la testa, indirizzandogli il più attenuato degli sguardi interrogativi.
- Cosa?
- Cosa stai leggendo? – ora la sua voce era ferma, e calda, e proveniva da una scenografia con tanto di sorrisino canagliesco e sguardo affascinante.

Lei girò il libro mostrandogli la copertina.
- Lo trovi interessante? – gli chiese lui come a vagliare la sua disponibilità a conversare.
- Sì … è un bel libro… - gli rispose come abituata a questo genere di approcci. Poi infilò con calma il segnalibro fra le pagine, chiuse il volume, e se lo ruotò davanti come se questo movimento servisse a chiarirgli meglio quello che conteneva.
- E’ una storia che ha a che fare con l’inseminazione artificiale, interessante ma, ti dirò, non è che mi stia prendendo molto, al contrario, per ora, lo sto trovando abbastanza noiosetto …
La sua voce saliva di una tonalità quando intendeva sottolineare una parola o un’espressione.
Gli sorrise. Senza motivo. Lui capì che un grosso scoglio era superato e che oltre quello scoglio aveva trovato un mare calmo e navigabile.
- Lo conosci? Lo hai per caso già letto?
- No, per carità! – le rispose abbozzando un sorriso: - Troppo impegnativo per me! Se proprio devo leggere, preferisco qualcosa di più leggero.
Quel tono frivolo e disimpegnato “faceva sempre il suo porco effetto!”, parola del fratello.
Non c’è cosa in grado di inibire più una donna di un uomo che da subito mostra il suo spessore culturale. A questo il fratello ascriveva i suoi continui insuccessi, a quella spocchia a cui non sapeva rinunciare.
Deciso per questa volta a seguire il modus operandi di Lucio, i suoi consigli, trattenuti da virgolette, zampettavano nella sua testa abbattendo di continuo gli steccati delle sue solite convinzioni.
- E cosa leggi di solito?
- Mah, quello che capita. Diciamo che vado molto ad istinto. Vedo se quel libro mi trasmette qualcosa e se accade, tac, lo compro. Ma faccio così con tutto. Per esempio con te, credi che mi sia basta…
La lingua incespicò un istante, poi ripartì da dove si era bloccata: - … sia bastato il tuo viso carino e quegli occhi magnetici? – disse indicandoli.
Lei arretrò con la schiena, compiaciuta. Funzionava, accidenti.
I due coniugi accanto si scambiarono uno sguardo d’intesa.
Intanto nei quattro posti liberi, dall’altro lato oltre il corridoio, si erano accomodati rumorosamente quattro studenti universitari. Guadagnarono il loro spazio, sistemandosi con difficoltà negli stretti seggiolini, poi continuarono la loro discussione interrotta.
- Secondo me stai dicendo un mare di cazzate. Con questa storia che i termovalorizzatori inquinano ci avete davvero rotto. Una volta questa scusa, una volta quella, alla fine il problema resta sempre lì. Preferite che la spazzatura stia per strada? Ma hai visto in che condizioni è messa la città? Possibile che siate contro ogni cosa e soprattutto che non sappiate mai indicare una soluzione? La sinistra, eccola, è sempre così! - urlava il primo, faccia quadrata e occhiali spessi, nella direzione del ragazzo magro e scuro che gli si era seduto di fronte. Questi lo ascoltava in silenzio, fissandolo con aria di sfida.
Fu quello al suo fianco a prendere le sue difese con la sua vocina sottile: - Il termovalorizzatore rilascia una piccola quantità di ceneri che non riesce a smaltire. Questo lo devi ammettere, eh! E’ la sacrosanta verità oggettiva! Perché gli abitanti di un determinato posto dovrebbero subire queste esalazioni? Non mi sembra una cosa proprio giusta.
Il quarto tentava di inserirsi nella discussione ma pronunciava le parole ad un tono così basso che queste se ne stavano sempre sul fondo, incapaci di salire a galla. Tanto che dopo un po’ si rassegnò ad ascoltare.
- I rifiuti non possono certo scomparire, l’unica cosa che si può fare è quella di ridurre al minimo i residui. E’ così, e basta! – ribadì con forza il primo e si acconciò gli occhiali dalla grossa montatura che nella foga gli erano scivolati lungo il naso.
Fu a questo punto che il ragazzo scuro sbottò: - Lo sai che mi hai rotto sul serio, – e puntandogli contro il dito, a pochi centimetri dalla faccia, aggiunse: - Non ti rivolgere mai più a me in quel modo! Vuoi discutere? Bene! Ma non farlo mai più in quel modo.
E poi vedendo che non reagiva, farfugliò a denti stretti: - Fascista del cazzo!
Giulio sorrise alla ragazza in un gesto di complicità. Lei ricambiò.
- Come ti chiami? – le chiese avvicinandosi come a creare, tra il suo viso e quello di lei, uno spazio impenetrabile agli schiamazzi vicini. Lei si fece avanti. La sua risposta gli arrivò morbida, sospinta da un delicato profumo di ciliegia.
- Sara!
Lui tirò un sospiro, sorrise, poi, dopo aver preso fiato, acconciò lo sguardo e disse:
- Hai proprio un bel nome, sai?
- Grazie. E tu?
A quel punto però la sua espressione cedette. Sapeva di non riuscire a mantenerla per più di cinque secondi filati. Le ciglia gli si ingarbugliarono, costringendolo ad arretrare e ad allargare le palpebre per districarle. Distolse il viso per non rischiare di indirizzarle un incomprensibile sguardo di … incredulità.
- Giulio! – rispose riprendendosi.
Si strinsero la mano. Giulio passò il palmo della propria sulla tela dei jeans prima di porgergliela, in un gesto che passò inosservato. Sentiva di averla umida e fredda.
- Hai un bel nome! Davvero! – ripeté per prendere tempo.
Lei stavolta si limitò a sorridere. Giocò la sua seconda domanda:
- Stai tornando dall’università?
Il tono della sua voce non aveva finora mai risolto quel tremulo di sottofondo. Il risultato era che ogni finale di frase aveva come strascico una lieve e breve distorsione.
“Falle parlare, falle parlare, ascoltale, se proprio non ci riesci, fa’ finta!”
- Sì, proprio così. Ho dato un esame, e per fortuna è andato bene. Ora mi sento davvero rilassata. Credo si noti, no?
- Cosa studi?
- Psicologia.
- Oh, oh, allora devo stare attento a quello che dico. Come mai psicologia?
Lei lo guardò come se solo ora l’avesse riconosciuto.
- Io ti ho già visto, sai?
- Ah, sì?
- Forse su questo stesso treno. Mi sa che ci siamo anche già parlati!
Giulio non lo ricordava.
Distolse lo sguardo dagli occhi di lei, si guardò intorno. Sapeva bene che nel raggio uditivo lo stavano ascoltando tutti quelli che fingevano di leggere o di guardare il nero del finestrino.
Solo i quattro ragazzi accanto non gli prestavano orecchio. L’occhialuto aveva decisamente cambiato argomento. Ora stava sparlando di ognuno dei suoi colleghi, elencando difetti e idiosincrasie e suscitando scoppi di risate nel suo ristretto uditorio. Quando c’era un attimo di distrazione affondava rapido il dito nel naso per poi pulirlo sul seggiolino.
Il ragazzo scuro sembrava aver ripreso il buonumore, rideva alle battute del collega come se nulla fosse accaduto.
Quando Giulio tornò a guardare Sara, la vide girarsi alla ricerca del particolare che aveva attirato la sua attenzione. Ma quando stava per tornare di nuovo agli occhi di lui, fu proprio lo sguardo del ragazzo scuro ad agganciarla.
- Luca!
- Sara!
Si alzarono, si baciarono rapidamente, poi tornarono ai loro posti.
Giulio indirizzò loro un’occhiata infastidita, afferrò la bottiglia di acqua e si bagnò le labbra.
- E’ un po’ che non ci si vede, che fine hai fatto? – le chiese Luca sfoggiando il suo sorriso da copertina.
- Non ti dico! Sto sempre all’università, parto presto la mattina e torno tardi la sera. Praticamente a casa non ci sono mai. I miei mi staranno dando per dispersa. Mi vedono solo passare, e sempre di fretta.
- Sempre in treno?
- Sempre in treno.
- Abitiamo a due passi, eppure non ci vediamo mai. Che cosa strana! Pensa che anch’io vado all’università tutti i giorni, ma la maggior parte delle volte vado in macchina! – e mimò quest’ultima affermazione alzando le sopracciglia in una posa snob. Lei scoppiò a ridere commentando:
- Ah, scusa! Dimenticavo: il principe!
- Oggi è un caso. Guarda, l’unica cosa buona è che mi sveglio solo più tardi la mattina. Per il resto è una gran scocciatura. Almeno in treno puoi leggere qualcosa, in macchina hai sempre l’impressione di stare perdendo il tuo tempo.
Giulio intanto si era appoggiato allo schienale, aveva chiuso un attimo gli occhi. Quando era tornato a riaprirli aveva sorpreso la coppia affianco ad osservarlo.
- Voglio la fica! Voglio la fica! - pensò. Ma anche stavolta questo pensiero più che rinfrancarlo sembrò spossarlo. Sulla sua superficie facciale si generò un piccolo fremito. Appoggiò i polsi sulla parte metallica dei braccioli. Quel fresco gli donò un breve piacere nella calura soffocante di quell’interno. Il treno stava accelerando infilandosi sotto brevi gallerie in successione. Era il punto di riferimento che gli indicava l’arrivo fra poco meno di venti minuti.
Ad un tratto Sara sembrò ricordarsi di Giulio.
- Giulio, ti presento Luca, un amico d’infanzia, - disse strizzando gli occhi in un gesto di scusa:
-Abita ad un passo da casa mia, - precisò mentre i due si stringevano la mano: - Ci conosciamo veramente da quando eravamo bambini!
I tre compagni di Luca intanto avevano formato un capannello intorno ad un quaderno di appunti. Quello con gli occhiali stava spiegando agli altri due alcune nozioni di matematica.
Luca se ne teneva lontano, sporgendosi sul bracciolo destro e occupando col busto il corridoio.
- Come vanno le lezioni di psicologia? - chiese ad entrambi.
Sara guardò il suo libro: - Abbastanza bene. I professori sembrano tranquilli. Anche se dobbiamo fare quattro esami in una sessione, e non si tratta neanche di esamini.
Giulio si limitò ad assentire. Quando Sara ebbe terminato la sua frase, Luca lo guardò come aspettandosi qualcosa anche da lui. Ma ne ottenne in risposta solo un’alzata di spalle.
- Ma quella tua amica, Lucia, che fine ha fatto? Sai, che per un periodo ci sentivamo spesso telefonicamente, poi all’improvviso …- ed aveva allargato entrambe le mani come a mimare una nuvola di fumo che si dissolve. Mentre diceva questo si era ulteriormente piegato verso Sara, mostrando a Giulio la curva armonica del suo collo vigoroso.
- Questa me la devi spiegare … anzi colgo l’occasione. E’ un po’ di tempo che volevo chiederti di questa cosa, - disse lei girandosi verso di lui.
Giulio si rassegnò a starsene un po’ in disparte. Era un argomento personale verso il quale non poteva avere antidoti.
Le parole che i due si scambiarono cominciarono ad arrivargli confuse e frammezzate.
- … non che non mi piacesse …aveva un qualcosa che …
- … non è un modo corretto, però … a volte succede …
- … mah, sarà stato il destino, chissà…
Tutto quello che i due stavano dicendosi era talmente nebuloso, gli interessava così poco che estraniarsi gli venne quasi spontaneo. Cercava nella confusione di quella sottocutanea agitazione la prossima mossa.
“A questo punto cosa devo fare?” e questa domanda mentale gli risuonava in testa ossessionandolo.
“Cosa farebbe Lucio?”
I suoi vicini gli indirizzavano fugaci sguardi, ai quali facevano seguire accennati sorrisini di intesa. Un altro passeggero poco più in là, con la scusa di sistemarsi meglio nel suo posto, si era sollevato e lo aveva squadrato. Anche sul suo volto si era fatto strada quello stesso abbozzo di sorriso. Un sottile velo di sudore cominciò a brillare sulla fronte di Giulio. Afferrò la bottiglia ai suoi piedi e con rigidità, nel tentativo di passare inosservato, la incollò alle labbra trangugiando un grosso flutto di acqua. Quando la rimise al suo posto sembrò aver riconquistato la calma.
Sara lo guardava, e lo stesso faceva Luca che era tornato a sedersi composto.
Giulio colse solo la parte finale della frase che Sara stava indirizzandogli: - …a psicologia. Luca credeva tu fossi un mio collega universitario!
- Noooo! Ci sia… - la voce uscì tremante. Si interruppe giusto in tempo. Attimo di silenzio. Ricominciò rivolgendosi a Luca: - Ci siamo conosciuti da qualche minuto. Le ho già detto che è una bella ragazza, se non ti fossi intrufolato tu nella nostra discussione forse sarei riuscito ad approfondire la sua conoscenza, chissà…
Luca colse l’ironia, ma lo stesso sembrò irrigidirsi.
- Scusami, non volevo rovinarti tutto, - rispose stando al gioco: - Però stai attento, io a lei la conosco da quando eravamo piccoli così.
E mostrò la sua dentatura perfetta in un sorriso artefatto che sembrava dire: “Mi piace questo modo di giocare. Ci sto. In fondo lei non mi interessa. Però stai attento!”
Sara sorrise. Poi chiese a Giulio: - Anche tu stai tornando dalla tua facoltà?
- No! Non sono uno studente!
- Ah, no?
- Nono. Sono un perdigiorno!
- Ossia? – chiese Sara aggiungendo al suo sorriso un corruccio di fronte.
- Un perdigiorno! Uno che se ne sta a cazzeggiare per tutto il suo tempo, che va in giro, senza una meta, - disse compiaciuto di aver trovato un argomento in grado di riconquistare la sua attenzione.
- Un nullafacente! – precisò Luca.
- Nullafacente, fannullone, sfaccendato, o forse è più bello fancazzista.
Scoppiarono a ridere.
Lei gli toccò un braccio: -Ma dai!
- Puoi anche non credermi. Ma è così!
- Vuoi farmi credere che te ne stai tutto il tempo in giro, passando da un treno all’altro, o camminando per la città, così, senza uno scopo?
- No, oggi no, oggi uno scopo l’avevo, - le si avvicinò mentre la bocca gli si seccava di botto: - ed era quello di trovarti.
Afferrò la bottiglia e fece un breve sorso d’acqua senza smettere di guardarla negli occhi. Il tacco del piede sinistro tamburellava nervosamente contro la base del suo seggiolino.
Luca lo fissava con un’espressione a metà tra il divertito e il perplesso. Si ritirò ancora di più nel suo seggiolino, ma quel gesto che poteva sembrare un modo discreto di defilarsi in realtà non era altro che una breve rincorsa.
- Bella vita! Deve essere divertente ciondolare tutto il giorno senza avere impegni.
- Educativo direi. Si incontrano centinaia di persone interessanti, - disse rivolto a Luca, poi girandosi verso Sara: - a volte addirittura speciali!
Sara sembrò sorprendersi.
“Non lasciarti distrarre! Non rinunciare mai ad un complimento ben assestato! Lei è la tua preda, tu vuoi solo lei!”
- Dipende però dai giorni. A volte sei maldisposto, odi tutto e tutti, ogni cosa ti va storta e non puoi fare altro che prendertela col mondo che ti sta intorno. Altre volte, come oggi, la bellezza di due occhi sembra illuminarti ogni cosa.
Qualcuno tossì in uno dei posti qualche fila più avanti. L’uomo che si era alzato pochi minuti prima tornò a risollevarsi e a risistemarsi nella sua poltrona. La donna accanto a Giulio fingeva di leggere ma in verità era ferma alla stessa pagina da almeno dieci minuti. Suo marito la cercava di continuo con lo sguardo, per poi ritornare al buio del finestrino.
Il gruppo per un po’ parve ammutolirsi. Sara era tornata a leggere distrattamente il suo libro, ma aveva desistito immediatamente. Non riusciva a concentrarsi. Sentiva gli occhi di Giulio radiografarla.
- Frequenti ancora il partito? – chiese a Luca come nel tentativo di distrarsi da quelle attenzioni.
- Certo! – rispose Luca che intanto aveva appoggiato la testa allo schienale: - Non ho mai smesso di farlo!
Giulio esitava. Stava per chiedergli: - Di che partito parli? – ma la voce del fratello lo aveva fatto desistere: “Non farlo! Lascia cadere la questione!”, gli suggeriva.
Nessuna delle domande che aveva preparato in precedenza sembrava adatta a questo momento imprevisto. Decise di lasciarsi andare, di ritornare a seguire il suo istinto.
- A che partito sei iscritto?
- Rifondazione! – disse minaccioso e lo guardò fisso come a studiare la sua reazione.
- Rifondazione! – ripeté Giulio. Era la sua stessa appartenenza politica: - Mi fa piacere! Non preoccuparti!
- E di cosa dovrei preoccuparmi?
- No, niente, dicevo così! – balbettò confuso. Effettivamente, pensò, di cosa dovrebbe preoccuparsi.
- Stiamo conducendo una lotta contro la costruzione di questi maledetti termovalorizzatori che appesterebbero il nostro territorio senza peraltro risolvere il problema della spazzatura. Anni di malgoverno e di intrallazzi partitico-camorristici hanno violentato la nostra terra conducendola quasi ad un punto di non ritorno, - disse tutto d’un fiato.
- E’ scandaloso! – commentò Sara disgustata.
- Non mi sembra però… - Giulio si guardò intorno.
“Non farlo!” sentì di nuovo, ma non c’era nulla da fare: - …non mi sembra…che i termovalorizzatori siano da demonizzare, al contrario. La questione è a mio avviso diversa: siamo capaci di rivoluzionare così rapidamente il nostro stile di vita da fare in modo … da sfruttare la loro completa utilità marginale?
Sara lo guardò sorpresa.
Anche Luca gli indirizzò lo stesso tipo di sguardo. Poi però ribatté: - Non sarai mica uno di quegli ingenui che crede che non ci sia uno scopo dietro tutta questa insistenza? - gli urlò contro.
- Non sono un ingenuo! – balbettò Giulio. Presa la bottiglia di acqua ai suoi piedi, la scolò tutta in un’ultima sorsata.
Sara guardava Luca severa.
- Non sarai anche tu uno di quei fascisti del cazzo che sanno solo usare i manganelli, e che se non la pensi come loro …
- Guarda, dare del fascista a me è veramente … ridicolo!
L’aria era in un attimo diventata insopportabilmente calda. Giulio si guardò intorno scoprendo di avere tutti gli occhi puntati contro. Ciò lo pietrificava ulteriormente. Si sentiva scosso dal tremito di chi è in equilibrio precario su dei trampoli.
- Vabbè, lascia stare, va, - disse Luca con un lamento: - non voglio più parlare di questo, almeno per oggi.
Lasciare cadere l’argomento era ancora più umiliante. Doveva difendersi.
Tentò di dire: - Sei tu che se non la pensi …- ma le parole che stava utilizzando per esprimere il suo pensiero non andavano decisamente bene.
- Non accetti un minimo di contraddizione! – disse a questo punto Sara. Era esattamente quello che intendeva Giulio. Ma la cosa non bastò a tranquillizzarlo. L’aveva soccorso lei. Tutti lo stavano mentalmente prendendo in giro per la figura da vigliacco che stava facendo. Ne era certo. Continuava a toccare la bottiglia di acqua e a dannarla perché era vuota. Cercò il fresco del metallo ma in quel caldo ovattato anche quell’isola di sollievo era stata sommersa. Fece un ultimo tentativo. Biascicò un “in fondo cosa ho detto di …” ma bastò un’alzata di spalle di Luca per soffocarlo.
Poi ad un tratto vide le luci della città attraverso il finestrino. La stazione era prossima, finalmente. Si passò la mano sulla fronte scoprendola copiosamente bagnata. Afferrò lo zaino e la bottiglia, piegò il corpo in avanti, come se fosse sul punto di sollevarsi. Invece esitò in questa posizione a lungo. Solo quando il treno cominciò a rallentare scattò in piedi.
Sara e Luca lo osservarono dal basso. Lui li guardò un secondo con un’espressione di sforzo, poi non riuscì a resistere. Fuggì via. Alcune persone stavano già occupando il corridoio. Zigzagò fra loro, utilizzando le braccia per fendere i gruppi, per inserirsi e per superarli. Il treno intanto si era fermato. La folla rifluì rapida verso l’esterno ed in un attimo anche Giulio guadagnò l’uscita. Schizzò fuori dal treno. L’aria fresca dell’esterno gli donò immediatamente una straordinaria sensazione di libertà. La folla defluiva sobbalzante verso l’uscita della stazione, che si trovava in direzione testa treno. Giulio accelerò il passo tenendosi ai lati del fiume umano. I suoi piedi si muovevano pericolosamente a pochi centimetri dal bordo dell’altro binario. Quando arrivò alla fine della banchina invece di girare a sinistra, come facevano tutti, prese la destra, e si nascose dietro la seconda delle colonne. Schiacciò la schiena contro quel marmo gelido e chiuse gli occhi. L’aria fredda gli penetrava nei polmoni dolorosamente. Il petto si sollevava e si abbassava. Quando scorse una fontana, poco più in là, vi si gettò avidamente. Fece una profonda sorsata che sembrò raffreddargli il motore surriscaldato.
Stette qualche minuto immobile godendosi quel riflusso di calma.
La folla, intanto, stava guadagnando l’uscita.
Ad un tratto qualcosa gli toccò le spalle. Si girò di scatto: era lei, Sara.
- Eccoti! Finalmente!
Lui la guardava senza spiccicare parola. Gli sembrò un’apparizione.
- Perché sei scappato?
- Non lo so! – mormorò.
Era molto più bassa di come se l’era immaginata. Gli arrivava a malapena alla spalla, e sembrava ancora più magra ed esile ora che se la vedeva davanti.
- Hai dimenticato questa, ti è scivolata dallo zaino!
Era la sua agenda, quella su cui era solito annotare tutti i suoi pensieri.
La afferrò, sollevato: - C’è tutta la mia vita qui dentro! Non mi ero accorto di averla persa, - disse tra sé.
Lei gli sorrise, teneramente. Poi avvicinandosi:
- Lascialo perdere quel Luca. Ha un modo di fare davvero assurdo. Uno stronzo. Ecco, uno stronzo!
Lui fece una smorfia che voleva nelle intenzioni essere un sorriso. Lei si teneva a pochi centimetri da lui, esitava, col mento sollevato e con gli occhi puntati dritti nei suoi.
La stazione intanto si era svuotata. C’erano solo due uomini fermi poco più in là a chiacchierare.
- Se non si fosse intrufolato lui, avremmo potuto approfondire la nostra conoscenza.
Lui se ne stava muto, avvolto in una rassicurante coperta di silenzio.
- Ma ciò non toglie, - aggiunse lei toccandolo: - che potremmo comunque approfondirla altrove. Io ti avevo già puntato da tempo, sai?
Lei si sollevò sulle punte. Lui si curvò cautamente.
- Davvero?
Le sue labbra incontrarono quelle di lei a metà altezza. Fu un bacio lungo e denso. Che ebbe l’immediato effetto di svuotargli la memoria.
La realtà che stava torturandolo d’improvviso venne travolta da quest’ondata di sensazioni nuove, inaspettatamente condensate, che pulì ogni cosa, ogni residuo di rimpianti e umiliazioni.
Tutto parve in un attimo dissolversi nel vapore di cui è fatta ogni dimenticanza. Rimase solo quel contatto morbido, quel morbido sul morbido straordinariamente sensibile.
La sua attenzione si focalizzò in quel punto corporeo, in quei pochi centimetri quadrati.
Piacere e disperazione sembrarono mischiarsi e produrre una miscela mai assaporata di vita vissuta.
Si distrasse solo un attimo, il tempo di trovarle il fianco e di cingerlo con la sua mano esitante.
Poi ritornò avido a quel piacere.
FINE
