giovedì, 24 aprile 2008

Alla base dell’episodio, oramai non più tanto isolato, della strage della Columbine High School da parte di due ragazzi di 18 anni, concorrono un mosaico di fattori.

Se n’è parlato molto. Sulla vicenda è stato girato uno straordinario film, vincitore a Cannes, Elephant di Gus Van Sant.


Si è discusso tanto - nei vari dibattiti televisivi, inchieste e quant’altro - sulla noia di una gioventù benestante cresciuta nel dogma del divertimento, senza particolari esigenze di sussistenza, in un vuoto pneumatico di ideali, priva di qualsiasi filtro morale. Si è contestualizzata la vicenda in una società profondamente competitiva, organizzata in modo da premiare il talento, ma che nello stesso tempo relega in un angolo le persone che ne sono prive, che esalta la fretta spingendo tutti in un vortice di frenesia e nevrosi, che ripudia la modestia, che esalta l’individualismo e il protagonismo come sua degenerazione.

Bla, bla, bla.

Si è parlato dell’attuale tendenza - mondiale e non solo americana - a ricercare la facile notorietà, agevolata dall’avvento delle nuove tecnologie (blog, siti web, video su youtube) che danno l’illusione che quella notorietà sia facile da ottenere e che sia possibile ottenerla con gesti eclatanti.

Si è evidenziato come, nel caso specifico di Erik e di Dylan, si trattasse di giovani senza particolari talenti e senza ambizioni, influenzati da letture naziste, e del loro desiderio psicologico, palesato dai diari e dal loro sito web, di essere per una volta al centro del loro mondo.

Si è sottolineato come sintomatico di tutto ciò sia stata la scelta di suggellare la loro breve epopea con il sacrificio finale e come ciò abbia rappresentato l’ennesima conferma della loro incapacità di affrontare la vita.

Nello straordinario documentario di Michael Moore, Bowling a Columbine, si è voluto denunciare l’incredibile proliferare del possesso di armi da fuoco negli Usa e quanta responsabilità abbia tale scelta politica in tragedie di questo tipo.



Vorrei però, a questo punto, focalizzarmi su una delle concause messe nel calderone: il ruolo dei massmedia in genere, ed in particolare del cinema come forza istigatrice.

E’ scontato che gli adolescenti siano il principale target di questi mezzi, sono coloro che statisticamente spendono di più e quindi non potrebbe essere altrimenti.

Si è portati a credere che il cinema tenti di descrivere la società e quindi ce ne fornisca una sua immagine realistica. In verità gli strumenti che utilizza sono le iperboli, le metafore, le suggestioni visive, uditive.

L’immagine che ne deriva è inevitabilmente o esasperata o tormentosa o grottesca, in ogni caso irrealistica proprio per la sua componente artistica che rifugge dal didascalico.

Il cinema, quale mezzo culturale rivolto al pubblico più vasto possibile, orienta la società, fornisce agli individui di una collettività quei condizionamenti culturali che sono in parte alla base del loro background intellettuale ed esistenziale.

L’americanizzazione del mondo ha avuto e tuttora ha come strumento più efficace proprio il cinema, per la sua capacità persuasiva, grazie alla sua intrinseca dimensione mitopoietica.

Esiste in una zona ampia del cinema americano una palese tendenza alla violenza. Passando per il pulp tarantiniano si arriva al cinema di Scorsese o agli ultimi vincitori dell’Oscar, i fratelli Coen con il loro “Non è un paese per vecchi”.

Per alcuni registi mostrare il lato eccessivo, fastidioso della violenza rappresenta un aspetto del proprio stile. Per molti fruitori, i meno preparati per ignoranza, immaturità, tale violenza può risultare fuorviante perché incapaci di comprenderne il fine artistico.

Ecco allora che una personalità instabile schizza lungo la tangente di follia o di megalomania.

Nasce l’emulazione, nel caso della Columbine due sbarbatelli che si atteggiano a “Natural born killer” confondendo la vita con il videogioco appena terminato (la morte come game over, come sospensione temporanea del gioco).

Il cinema violento non è quindi specchio della società, piuttosto rappresenta l’esito artistico di pulsioni che però nella società esistono e come. (Stesso discorso potrebbe farsi con la musica, la letteratura, i fumetti).

La violenza è da sempre associata all’istinto creativo. E’ un demone che pervade la nostra anima e che spesso la domina soprattutto quando trova ad affrontarla difese insufficienti, un fragile fuoco di contraerea.

Bisognerebbe chiedersi a mio avviso: perché il pubblico è così sensibile a questi aspetti?

E’ questa la domanda focale che decolpevolizza il mezzo artistico per fornire invece uno spunto di riflessione. Investire del ruolo di capro espiatorio il cinema o i fumetti o la musica di Marylin Manson è quanto di più superficiale e fuorviante si possa fare.



Bisogna chiedersi invece perché il mito violento e amorale diventa cool, dove risiede il suo fascino rivoluzionario che viola ogni crisma morale. Perché la sua componente antieroica, che combina disfattismo e superficialità, indifferenza e insensibilità, affascina lo spettatore comune  a tal punto? E’ il fatto di essere incasellato in una vita frenata, controllata, moderata, e del piacere di vivere per un’ora, un’ora e mezza, una vita impossibile?

Parafrasando Camus potremmo dire che la violenza può svegliare i suoi topi e liberarli nella città felice. La violenza ci affascina, non possiamo farne a meno, è un istinto atavico che fa parte inscindibile della nostra natura animale, orienta i nostri sogni di libertà, ci fa apparire la prevaricazione e la violazione dell’altro come necessari alla nostra stessa sopravvivenza.

Spetta a noi tracciare una chiara linea di demarcazione per capire dove finisce il sogno, il film, il videogioco, ed inizia la vita con tutte le sue regole non scritte.
postato da: gogol77 alle ore aprile 24, 2008 11:56 | Permalink | commenti
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mercoledì, 16 aprile 2008


Il racconto Cul de Sac è stato alla fine pubblicato sulla rivista letteraria Progetto Babele nello speciale di marzo 2008.

http://www.progettobabele.it/pbsi2008/download.php

A parte l'impaginazione piuttosto confusa (una riga sballata ad inizio seconda pagina), a parte l'immagine scelta per accompagnare il mio racconto (una palla da golf al posto di una biglia), passare dal virtuale al cartaceo rappresenta sempre una piacevole soddisfazione.
postato da: gogol77 alle ore aprile 16, 2008 12:08 | Permalink | commenti
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venerdì, 11 aprile 2008

                               

Secondo me Berlusconi dovrebbe fare come Hillary Clinton e licenziare qualcuno dei suoi collaboratori che non gli hanno consigliato di smetterla di apparire in televisione.

Perché le sue apparizioni, soprattutto in trasmissioni come quella di Bruno Vespa, fanno male allo stesso Berlusconi. E’ abbastanza scontato che la maggior parte di coloro che si asterranno dal voto appartengano allo schieramento di sinistra. Ma vedere Berlusconi, delirante, affannato, finto, incapace di contenere il suo io, fiacco come uno showman a fine carriera, alimenta la tentazione di concorrere affinché non vinca. E’ una tentazione davvero forte, devo ammetterlo.

Per quanto le mie perplessità restino irrisolvibili, e mi sia proposto già altre volte di preferire il “non voto” al “voto contro”, la prosopopea berlusconiana è arrivata quasi a rendere passabile la demagogia veltroniana. Quella mancanza di serietà, quella ipocrita bonarietà, la comicità da piazzista, credo abbia fatto davvero il suo tempo ed esaurito la sua carica ingannevole.


Certo non è facile far cambiare idea ad un ex elettore di sinistra ed esortarlo ad andare a votare. Si tratta, nella gran parte dei casi, di persone di una certa intelligenza e di un certo calibro culturale, verso i quali argomenti di bassa lega, come quelli ad esempio utilizzati da Berlusconi (Ici, i comunisti, etc.), non possono avere effetto.

Ma i sondaggisti sono all’opera, concorrendo a rendere questa politica sempre più scientifica. Sanno benissimo quali sono le corde da pizzicare per rinnovare il nostro entusiasmo, hanno nelle mani svariati strumenti, tutti efficacissimi, per aiutare i partiti nella loro azione di plagio.

Nella rete della politica cadranno tanti pesciolini che solo un mese fa credevano di potergli sfuggire ed andranno a votare in tanti, ne sono convinto.

Per quanto mi riguarda basterebbe un’altra singola apparizione berlusconiana per convincermi a farlo.

postato da: gogol77 alle ore aprile 11, 2008 14:04 | Permalink | commenti
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mercoledì, 02 aprile 2008


Leggendo l’intervista di Francois Truffaut ad Alfred Hitchcock nel suo “Il cinema secondo Hitchcock” l’impressione che se ne ricava è che Sir Alfred sia stato un grande artigiano del cinema.

Arrivato al cinema per vie traverse (era un fotografo) in un’epoca in cui non c’era il sonoro e ogni ripresa rappresentava un’ardua sfida contro insufficienza di mezzi e difficoltà oggettive di realizzo, quando gli effetti speciali erano trucchi da circo e il regista era poco più di un illusionista, Hitchcock rientra in quella categoria di pionieri del cinema che ne hanno originato il linguaggio, fornito la grammatica. Il suo nome potrebbe seguire quello di Melies e Griffith ed essere associato a quello di Chaplin. La differenza più vistosa con Chaplin sta nell’approccio che in Hitchcock è sostanzialmente, potremmo dire, commerciale. Non ebbe mai la presunzione di sentirsi artista : ogni sua decisione e scelta rispondeva all’esigenza di suscitare qualcosa nel “pubblico”, entità astratta e volubile, il cui giudizio era indiscutibile e definitivo.

Il passaggio al sonoro fu, paradossalmente, secondo il suo parere, “un passo indietro”. Il cinema veniva confuso col teatro. Le sue potenzialità illimitate venivano ignorate o fraintese. La suspence rappresentava un punto di rottura. Grazie alle immagini ed al suo sapiente uso lo spettatore veniva legato da un filo invisibile alla sua poltrona, per essere poi scosso, emozionato, terrorizzato.


L’introduzione di questo espediente narrativo sancì una rivoluzione per il cinema popolare, ma per Hitchcock rappresentò, nello stesso tempo, una sorta di schiavitù. Per tutta la vita il suo nome fu associato a quel genere di film e non gliene furono offerti mai di genere diverso.

Ho trovato davvero interessanti e curiosi gli aneddoti da lui raccontati: gli espedienti tecnici ideati per girare nell’epoca dell’analogico, delle bobine e degli effetti speciali di cartapesta; i rapporti con gli attori e le attrici, le dive, i raccomandati, che delineano un’immagine chiara della Hollywood di quegli anni; i suoi racconti di vita familiare. Ne emerge un ritratto dell’uomo davvero spassoso, sempre ironico sulle proprie paure e fissazioni, incapace di prendersi davvero sul serio e di prendere sul serio l’intera industria cinematografica.

Tracce indiscutibili del suo genio si ritrovano nelle soluzioni che di volta in volta ha adottato per risolvere snodi narrativi, per mascherare difetti di sceneggiatura, addirittura per sopperire al non-girato (la materia filmica plasmata a proprio piacimento dal montaggio ci fa capire, mai come nel suo caso, come alla base del cinema ci sia un inganno).


Non è mai stato avaro di sperimentazioni visive, le idee lo solleticavano e lo rapivano, e le seguiva senza imbarazzo e paura, anche se poi quelle intuizioni si dimostravano errate. Non si risparmia dal criticare alcuni aspetti dei suoi film, nel metterne in luce crepe e difetti, nel rinnegarne addirittura qualcuno.

Proprio per questa sua sincerità questo libro-intervista, oltre ad essere uno studio monografico su Alfred Hitchcock, può essere considerato anche uno straordinario trattato di cinema.

postato da: gogol77 alle ore aprile 02, 2008 16:19 | Permalink | commenti
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