
Alla base dell’episodio, oramai non più tanto isolato, della strage della Columbine High School da parte di due ragazzi di 18 anni, concorrono un mosaico di fattori.

Si è discusso tanto - nei vari dibattiti televisivi, inchieste e quant’altro - sulla noia di una gioventù benestante cresciuta nel dogma del divertimento, senza particolari esigenze di sussistenza, in un vuoto pneumatico di ideali, priva di qualsiasi filtro morale. Si è contestualizzata la vicenda in una società profondamente competitiva, organizzata in modo da premiare il talento, ma che nello stesso tempo relega in un angolo le persone che ne sono prive, che esalta la fretta spingendo tutti in un vortice di frenesia e nevrosi, che ripudia la modestia, che esalta l’individualismo e il protagonismo come sua degenerazione.
Bla, bla, bla.
Si è parlato dell’attuale tendenza - mondiale e non solo americana - a ricercare la facile notorietà, agevolata dall’avvento delle nuove tecnologie (blog, siti web, video su youtube) che danno l’illusione che quella notorietà sia facile da ottenere e che sia possibile ottenerla con gesti eclatanti.
Si è evidenziato come, nel caso specifico di Erik e di Dylan, si trattasse di giovani senza particolari talenti e senza ambizioni, influenzati da letture naziste, e del loro desiderio psicologico, palesato dai diari e dal loro sito web, di essere per una volta al centro del loro mondo.
Si è sottolineato come sintomatico di tutto ciò sia stata la scelta di suggellare la loro breve epopea con il sacrificio finale e come ciò abbia rappresentato l’ennesima conferma della loro incapacità di affrontare la vita.
Nello straordinario documentario di Michael Moore, Bowling a Columbine, si è voluto denunciare l’incredibile proliferare del possesso di armi da fuoco negli Usa e quanta responsabilità abbia tale scelta politica in tragedie di questo tipo.
Vorrei però, a questo punto, focalizzarmi su una delle concause messe nel calderone: il ruolo dei massmedia in genere, ed in particolare del cinema come forza istigatrice.
E’ scontato che gli adolescenti siano il principale target di questi mezzi, sono coloro che statisticamente spendono di più e quindi non potrebbe essere altrimenti.
Si è portati a credere che il cinema tenti di descrivere la società e quindi ce ne fornisca una sua immagine realistica. In verità gli strumenti che utilizza sono le iperboli, le metafore, le suggestioni visive, uditive.
L’immagine che ne deriva è inevitabilmente o esasperata o tormentosa o grottesca, in ogni caso irrealistica proprio per la sua componente artistica che rifugge dal didascalico.
Il cinema, quale mezzo culturale rivolto al pubblico più vasto possibile, orienta la società, fornisce agli individui di una collettività quei condizionamenti culturali che sono in parte alla base del loro background intellettuale ed esistenziale.
L’americanizzazione del mondo ha avuto e tuttora ha come strumento più efficace proprio il cinema, per la sua capacità persuasiva, grazie alla sua intrinseca dimensione mitopoietica.

Per alcuni registi mostrare il lato eccessivo, fastidioso della violenza rappresenta un aspetto del proprio stile. Per molti fruitori, i meno preparati per ignoranza, immaturità, tale violenza può risultare fuorviante perché incapaci di comprenderne il fine artistico.
Ecco allora che una personalità instabile schizza lungo la tangente di follia o di megalomania.
Nasce l’emulazione, nel caso della Columbine due sbarbatelli che si atteggiano a “Natural born killer” confondendo la vita con il videogioco appena terminato (la morte come game over, come sospensione temporanea del gioco).
Il cinema violento non è quindi specchio della società, piuttosto rappresenta l’esito artistico di pulsioni che però nella società esistono e come. (Stesso discorso potrebbe farsi con la musica, la letteratura, i fumetti).
La violenza è da sempre associata all’istinto creativo. E’ un demone che pervade la nostra anima e che spesso la domina soprattutto quando trova ad affrontarla difese insufficienti, un fragile fuoco di contraerea.
Bisognerebbe chiedersi a mio avviso: perché il pubblico è così sensibile a questi aspetti?
E’ questa la domanda focale che decolpevolizza il mezzo artistico per fornire invece uno spunto di riflessione. Investire del ruolo di capro espiatorio il cinema o i fumetti o la musica di Marylin Manson è quanto di più superficiale e fuorviante si possa fare.

Bisogna chiedersi invece perché il mito violento e amorale diventa cool, dove risiede il suo fascino rivoluzionario che viola ogni crisma morale. Perché la sua componente antieroica, che combina disfattismo e superficialità, indifferenza e insensibilità, affascina lo spettatore comune a tal punto? E’ il fatto di essere incasellato in una vita frenata, controllata, moderata, e del piacere di vivere per un’ora, un’ora e mezza, una vita impossibile?
Parafrasando Camus potremmo dire che la violenza può svegliare i suoi topi e liberarli nella città felice. La violenza ci affascina, non possiamo farne a meno, è un istinto atavico che fa parte inscindibile della nostra natura animale, orienta i nostri sogni di libertà, ci fa apparire la prevaricazione e la violazione dell’altro come necessari alla nostra stessa sopravvivenza.










