mercoledì, 04 giugno 2008

Sul Domenicale del Sole24ore del 25 maggio Giuseppe Antonelli, che è un professore di Linguistica all'Università di Cassino, analizza la prosa degli autori italiani e denuncia l’incredibile somiglianza di questi alle traduzioni degli autori stranieri. Parla allora di “traduttese” ossia di un rifacimento d’autore, che non è la diacronia, ovvero il cambiamento della lingua nel tempo, né la diafasia, ossia il cambiamento della lingua attraverso gli stili, quanto piuttosto la diaclonia, cioè lo stile modificato per clonazione, o, secondo un altro neologismo coniato, la diapatia

“Basterebbe accostare qualunque pagina di Vitaliano Trevisan a quelle di Thomas Bernhard oppure sfogliare il Jack Frusciante di Brizzi dopo aver letto il Giovane Holden di Salinger o ancora leggere Il dolore perfetto di Ricciarelli con un occhio ai capolavori di Marquez, e così via.”

“Il critico Filippo La Porta è arrivato ad affermare che i narratori italiani di oggi sembrano i giapponesi della cultura mondiale, abilissimi a riprodurre ed imitare qualsiasi prodotto sul mercato, di ieri e di oggi.”

“Anche in letteratura, del resto, imitare una griffe non è poi così difficile: basta coglierne i tratti più evidenti.

<< Tu sei lì il fine settimana al polo Sud e all’improvviso ti chiedi: merda, al polo Sud che giorno è? E non sai da dove viene quella domanda lì. Non sai che cos’è quella roba lì. Merda, ma cosa ci fanno tutte quelle mosche lì al polo Sud?>>.

Sembra Baricco, invece è un falso firmato da Tiziano Scarpa.”


“Forse la narrativa italiana vende di più, ma sempre più spesso la scrittura somiglia a quella dei libri stranieri nella versione in cui li conosce il nostro pubblico: se si guarda alle classifiche la sensazione è che il punto di riferimento stia diventando la lingua corretta, scorrevole, pacatamente brillante o moderatamente letterata delle traduzioni. Anche nell’editing sembra di avvertire una forte spinta all’omologazione: un antidoping stilistico che punta a normalizzare la lingua, appiattendola su ciò che i linguisti chiamano il neostandard, vale a dire la grammatica riveduta alla luce della cosiddetta grammatica del parlato. Ma come la grammatica del parlato corrisponde ad un finto parlato (artificiale, convenzionale) che nessuno di fatto parla, così questo traduttese (anodino, anonimo) risulta in ultima analisi un apatico stile non-stile, paragonabile ai vari sapone non-sapone o tessuto non-tessuto dell’odierna merceologia.”

“Tra le spie più allarmanti l’eccessiva semplificazione sintattica. Una tendenza, quella all’identità esasperata dentro il dominio paratattico, che si può far risalire all’antesignano De Carlo e alla sua prosa così neutra da sembrar nata già tradotta. Tra i successi editoriali più famosi il caso più clamoroso è quello senz’altro di Walter Veltroni: << Lo accompagnai in ospedale. Abbracciò forte la mamma. Le disse parole di conforto. Poi portarono Stella. Lui la guardò in silenzio, confuso.>>

Oggi un periodo di un quotidiano è composto da 20-25 parole: nel romanzo di Veltroni la media rimane al di sotto delle 10 parole. Per tenere insieme il testo serve il collante dell’anafora (<<Pensai a Lorenzo che aspettava a casa festoso. Pensai ai nonni, agli amici. Pensai agli anni di fronte a noi. Pensai…>>), una sorta di riflesso condizionato in pagine che finiscono col girare su se stesse.”


postato da: gogol77 alle ore giugno 04, 2008 15:10 | Permalink | commenti (2)
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