martedì, 26 agosto 2008


Il tasso di inflazione indica il livello dei prezzi di un insieme di beni. Come molti avranno notato, mai una volta che il telegiornale dia la notizia che il tasso di inflazione sia diminuito. In Italia è quindi in costante crescita. Significa che, in misura più o meno percettibile, i prezzi dei beni che acquistiamo crescono. Per fronteggiare l’inflazione sono state previste una serie di misure di aggiustamento salariale che preservino il potere di acquisto dei salari.

E’ opinione diffusa che tali misure siano di gran lunga inadeguate ad affrontare l’inflazione degli ultimi anni e a mantenere costante il potere di acquisto. Non a caso gli acquisti hanno subito una brusca frenata con conseguente diminuzione della produzione industriale. Come si spiega allora che i prezzi continuino a salire nonostante la diminuzione del potere di acquisto e la conseguente diminuzione della domanda?


Cominciamo da un assunto: quanto più un mercato si trova in concorrenza tanto più il prezzo del prodotto che offre sarà contenuto, questo perché ciascun concorrente tenderà a conquistare una fetta di domanda offrendo la propria produzione ad un prezzo accettabile. In una condizione di monopolio invece il monopolista sarà libero di fare anche un prezzo più alto di quello che farebbe se operasse in un mercato concorrenziale, perché essendo l’unico venditore la scelta è semplicemente tra l’acquistare quel prodotto o il non farlo.

Avviene però nella realtà che, anche in una situazione di concorrenza, il prezzo medio del prodotto offerto non sia concorrenziale. Ciò avviene quando quella concorrenza è solo di facciata, ossia quando i produttori si accordano per spremere il mercato e massimizzare i propri profitti. Nel caso di accordo tra i concorrenti di un mercato si parla di cartello.

L’Italia è il paese dei monopoli e dei cartelli.


E’ soprattutto nei periodi di crisi che i cartelli fioriscono: le aziende per salvaguardare i propri ricavati, che altrimenti diminuirebbero vista la diminuzione del potere d’acquisto dei potenziali compratori, arrivano ad accordarsi per vendere il proprio prodotto ad un prezzo conveniente.

Qualsiasi cosa l’italiano acquisti paga un prezzo superiore al suo collega europeo: dalla colazione (pane, burro, latte) al pranzo (pasta, vino, carne), dalle telefonate alla benzina, dai francobolli alle assicurazioni, o anche solo aprendo un conto in banca. Eppure agli italiani non sembra proprio di essere i più ricchi d’Europa. La nostra unica salvezza sarebbe quella di rimanere a casa così da non acquistare nulla, a patto però di non utilizzare la rete elettrica o il gas per cucinare: anche lì nessuno ha mai pagato il giusto.

L’Autorità per la Concorrenza dovrebbe occuparsi di queste situazioni penalizzanti per il consumatore, ed in parte se ne occupa. Ma le armi a sua disposizione sono a dir poco spuntate. Le multe fioccano ma i loro effetti raramente sono risolutivi, tanto più per il fatto che si tratta di multe non tanto alte. I cartelli inoltre spesso tengono in conto l’eventualità di una multa e si accordano anche per affrontarla. Negli Stati Uniti ed in Inghilterra, ben consci dell’inadeguatezza di tali misure, si finisce in galera o la multa è talmente alta da causare il fallimento della società che la subisce. In Europa, invece, tutto resta nell’ambito amministrativo.

 

postato da: gogol77 alle ore agosto 26, 2008 12:08 | Permalink | commenti (1)
categoria:carovita, inflazione, salari
martedì, 12 agosto 2008


L’adattamento cinematografico di un libro è sempre un passaggio traumatico, mai scevro di critiche e confronti.  Profonde mutilazioni o troppa libertà interpretativa, mai che si giunga alla sua giusta via di mezzo. Ma come possono due linguaggi artistici diversi giungere all’ideale della coincidenza?

Per quanto Carlo Lizzani, portando sugli schermi “La vita agra” di Luciano Bianciardi, con uno straordinario Ugo Tognazzi, abbia tentato di riproporre, a mio avviso riuscendoci, lo spirito dell’opera, ciò che preme è rispolverare il ricordo di uno scrittore grandissimo che però, a distanza di anni, resta ancora poco conosciuto e divulgato.

 

Il film riproposto da La7 la serata dell’11 agosto fornisce l’occasione per parlare di quello che resta uno dei capisaldi della letteratura italiana del Novecento. 

“La vita agra” è la storia di un infiltrato, di un intellettuale di provincia che si reca a Milano con propositi anarchico-dinamitardi (vuole far saltare il Pirellone per vendicare 43 minatori morti in un’esplosione pilotata), ma che rimane impantanato nella vita da incubo del cittadino medio metropolitano, con la frenesia che la contraddistingue, abitante anonimo di un microappartamento diviso con una folla chiassosa, spettatore involontario di un’Italia post-miracolo, contraddittoria nei suoi scontri di piazza e nel suo consumismo dilagante.

 

Lo sguardo del protagonista, Luciano, è dissacratorio, ironico, nei confronti di una modernità un po’ bizzarra, mossa dall’ideale del denaro, del capitalismo distillato nelle pieghe della società da mezzi di persuasione di massa sempre più efficaci. E’ un proletario più sarcastico che guerrafondaio, che non partecipa attivamente alle manifestazioni popolari, che si ribella ad un lavoro parcellizzato e disumanizzante, ma che l’amore per Anna e il bisogno piegheranno alla vita media.

Diventerà addirittura un creativo pubblicitario, uno di quei persuasori occulti espressione più perversa di quel tipo di società che aveva tanto criticato e vilipeso.

    La storia di Luciano Bianchi, alter ego assolutamente non celato dell’autore, non smette di affascinare a distanza di più di 40 anni, perché descrive una condizione piuttosto universale, quella dell’intellettuale che per ragioni di sopravvivenza si trova ad un tratto della propria vita di fronte un bivio: continuare nella cieca ribellione al sistema e subirne le conseguenze o inchinarsi allo stesso, ma dissacrarlo almeno. Luciano non ha la forza necessaria a fare quel salto del fosso che lo renda non-comune e cede alla vita comoda, ordinaria e agra, della borghesia rinunciataria, apatica, irreggimentata. La sua riflessione giunge alla conclusione che si è sempre sconfitti, qualsiasi scelta si faccia, perché si combatte contro forze stritolanti, verso le quali l’individuo, spolpato, ridotto a fantoccio, nella sua solitudine, ha poco da fare. E’ un esito rassegnato, triste, ma che mai dimentica quell’ironia di fondo, quel piglio da goliardico toscanaccio che contraddistingue tutta la produzione di Bianciardi.

Se non l’avete ancora letto, non è mai troppo tardi per farlo. Ma non perdete altro tempo!

Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?
È vero, di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano.


postato da: gogol77 alle ore agosto 12, 2008 13:40 | Permalink | commenti
categoria:cinema, milano, letteratura, recensione, televisione, libro, sistema, classico, ribellione, bianciardi, agra
martedì, 05 agosto 2008


Funny Games, versione 2007, (o forse sarebbe meglio dire versione inglese) è il primo esempio di clone filmico, non un remake sulla scia del Psycho di Van Sant, ma una pedissequa copia con unico neo distinguente : il cast.

Laddove nel 1997 c’erano sconosciuti, seppur bravissimi, attori austriaci, ora ci sono Tim Roth e Naomi Watts, altrettanto bravi, ma soprattutto più appetibili per il botteghino.

E d’altronde il regista non nasconde che l’unica ragione che lo ha spinto a girare questa seconda versione è quella di arrivare ad un pubblico più vasto. Comprensibile ragione a mio avviso. Perché, in fondo, quale peggiore condanna per un regista se non quella di essere relegato in un fantomatico gotha di registi d’essai? Condanna ancora più paradossale per un film pensato espressamente per provocare lo spettatore, per incollarlo alla poltrona e coinvolgerlo – per colpa dell’occhiolino ammiccante strizzato ad un tratto del film dal protagonista Michael Pitt – come testimone e, se vogliamo, come complice del simpatico gioco di perversa dominazione della famiglia, un semplice esercizio di crudeltà volto alla degradazione di esseri umani a rigidi fantocci incapaci di sottrarsi, a straordinari oggetti da intrattenimento.

Il classico intento cinematografico di immedesimazione del pubblico nei protagonisti/vittime della storia raccontata viene provocatoriamente ribaltato. Il pubblico è uno sterile – e molto sadico – voyeur che assiste alla violenza immotivata in tempo reale, una violenza affatto filtrata quanto fortemente realistica.


Nella tranquilla vita di una famigliola medio borghese, colta e istruita, in una casa in riva al lago nella quale passano le vacanze, irrompono due giovani di bianco vestiti e guantati, dai modi gentili ed affabili, quasi raffinati nel loro modo di porsi, nel vezzo di avanzare con le mani agganciate dietro la schiena. Lentamente la famiglia diventerà ostaggio del loro simpatico gioco, senza scopo alcuno se non quello, appunto, di giocare.



Gli indizi che indicano l’intento meramente provocatorio di questa opera possono individuarsi fin dal principio: le scene di vita casalinga, pensate per presentare gli oggetti della violenza (coltelli, mazze da golf), hanno un che di caricaturale, di beffardo, quasi a voler scimmiottare il solito repertorio del film di genere, a voler ironicamente parodiare le sue logiche e le certezze di uno spettatore assuefatto ad una narrazione stereotipata. La trovata del rewind conferma ulteriormente quanto detto, anzi lo certifica: non la solita resa dei conti tanto liberatoria ma anche tanto banale e prevedibile, eccoti servito l’epilogo anticonvenzionale: i cattivi restano impuniti, le vittime muoiono incapaci di opporre resistenza, i simpatici giochi continuano altrove, non c’è nessun consolante riscatto stavolta.

Haneke maltratta lo spettatore, lo accusa senza mezzi termini di complicità, anche il suo è un simpatico gioco per condurre il quale si serve di un’oggettività glaciale fatta di dilatazioni del tempo, piani sequenza e violenza trattenuta fuori campo. Quest’ultima scelta a mio avviso molto efficace nella logica del racconto: il fatto che la violenza non sia mai mostrata ma rimanga fuori campo accresce il contrasto tra l’aspetto apparentemente innocuo dei seviziatori (che non si vedono mai compiere appunto le atrocità) e l’efferatezza delle azioni che compiono.

"Perchè non ci uccidete subito e la fate finita?"
"E che ne sarebbe dello spettacolo?"


http://www.luckyred.it/funnygames/

postato da: gogol77 alle ore agosto 05, 2008 11:59 | Permalink | commenti
categoria:cinema, recensione, violenza, funny games, classico, naomi watts, tim roth, capolavoro, haneke