martedì, 14 ottobre 2008

Articolo tratto da: http://www.tuttiinpiazza.it/articolo_det.asp?idarticolo=1471



Ci hanno illuso di poter appagare ogni nostro desiderio. Hanno ideato slogan, sponsorizzato massicce campagne pubblicitarie, perpetrato una costante opera di persuasione. E’ la religione del debito. Quello che un tempo era un miraggio, gli oggetti che potevano sì essere ottenuti ma con sforzi, accantonando risparmi, facendo delle rinunce, oggi sono lì alla portata di tutti.

Pagherai in 24 comode rate a partire “dall’anno prossimo”!

Ai più ingenui non smette di sembrare un affare, un grande affare. L’ultimo cellulare o il televisore di ultima generazione, anche ad un prezzo che fino a poco tempo fa lo si sarebbe ritenuto esorbitante, ora diventa acquistabile. Tanto poi lo si paga a rate! Nessuno che si chieda dove sia il trucco.


Le carte di credito hanno rappresentato l’inizio della stagione del debito. Il pagare posticipatamente una cosa ci dava l’idea illusoria di pagarla di meno, o dava il giusto tempo di preparazione al sacrificio dell’esborso. Poi si è passati alla fase successiva, quella in cui quel debito contratto non si era più capaci di estinguerlo. A quel punto subentravano le rate. (Perché le banche si adattano, mica si fanno trovare impreparate, a loro non interessa pignorare immediatamente, a loro interessa che tu continui a pagare).

 

Perché la verità è che ci si misura sempre per paragone. Se chiedi ad un abitante degli slam di Nairobi o di Mombasa come si trovi a vivere tra quelle case, ti può capitare di sentirti dire che magari si sente fortunato perché ha il televisore o la macchina, insomma qualcosa che gli altri non hanno. Lui valuta lo stare bene in base alla situazione di quelli che lo circondano. Ripeto: ci si misura sempre per paragone.

Per noi vale la stessa cosa. Il marketing si basa su quello stesso principio. Originare il circolo virtuoso (per i produttori) del desiderio, dare l’illusione di poterlo soddisfare, far passare per necessari oggetti che un tempo erano ritenuti futili. Se tutti i tuoi amici hanno un televisore al plasma, perché tu non puoi averlo, perché devi essere diverso dagli altri? Come se fino a quel momento non ti sia accontentato del tubo catodico! “Ma vuoi mettere?” ed in quell’interrogativo retorico si sostanzia il successo dell’opera di costante plagio mediatico. Ti hanno convinto, ti hanno piazzato questa convinzione sottopelle, in un punto oramai irraggiungibile, che il tuo bisogno impellente sia quello: avere per essere, è tutto lì.

La religione del debito ha i suoi templi nei centri commerciali. Sempre pieni nonostante si parli di crisi, di recessione. Offerte a caratteri cubitali che ti dicono di non preoccuparti, che nulla ti è precluso.


Ogni cosa, si sa, ha però le sue controindicazioni. Stavolta però non sono in bella mostra come su un bugiardino, sono al contrario a piè di pagina, piccole e fitte come le maglie della rete in cui siamo cascati.

In cinque anni, cioè dall’adozione della moneta unica alla fine del 2007, le famiglie italiane si sono indebitate in modo crescente, tanto da raddoppiare quasi la loro esposizione nei confronti degli istituti di credito. Se prima l’Italia era nel gruppo di coda nelle classifiche di utilizzo delle carte di credito e di ricorso al credito oggi è balzata prepotentemente nel gruppo di comando.

L’indebitamento degli italiani è salito, tra il 2002 e il 2007, del 93,28%.

In cinque anni, il record della crescita del debito è di Napoli, con un aumento del 116,36%, che non si discosta molto da quello di Reggio Emilia e Piacenza (116,1%).

Oggi è diventato semplicissimo indebitarsi, sempre più difficile uscirne.

Perché il marketing del debito è già pronto all’evenienza che tu non possa pagare. Ecco allora offerta la possibilità di prolungare il tuo debito. E’ il criterio della maxirata finale tanto utilizzato negli acquisti delle auto. Una rata esigua per i primi due anni serve a conquistare il cliente, ad accalappiarlo, poi però arriva il momento di fare i conti. Difficilmente la rata finale (a ragione detta maxirata) viene estinta in un sol colpo. E le banche neanche ci sperano. Per loro rifinanziare quel debito rappresenta un successo. Altro tasso di interesse da intascare, altro debitore da mantenere nella pletora dei debitori.

Ed allora la stanza del prestito si fa più accogliente: l’ingresso è concesso a tutti, pensionati e protestati, con o senza busta paga. Nei loro annunci gli istituti di finanziamento, sempre più numerosi, utilizzano questa formula: prestiti per chi deve riequilibrare la propria situazione finanziaria. Una perifrasi per intendere coloro che sono con l’acqua alla gola.

Situazioni di tal genere sono evitabili. Bisogna però comprendere che il ricorso al credito può diventare una droga pericolosissima. Conosco persone che si sono sposate ammonticchiando decine di debiti, ed altre - cosa ancor più criticabile - che hanno aggiunto ai loro debiti preesistenti un nuovo finanziamento per una vacanza in una meta esotica.

Il credito sembra darci la possibilità di poter vivere una vita al di sopra dei nostri mezzi. Il che è un’illusione. Non è questo lo stesso effetto della droga? Cedere a questa malia, continuare sulla strada del “facile prestito” può portare chiunque alla rovina.

Il premio per chi cede alla religione del debito non è il paradiso ma piuttosto un inferno fatto di scadenze e di pignoramenti.  

postato da: gogol77 alle ore ottobre 14, 2008 13:22 | Permalink | commenti (1)
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mercoledì, 01 ottobre 2008


Nonostante sia il suo giorno di riposo, alla fine di una settimana faticosa e stressante, questo “Sabato” è pieno di impegni per il neurochirurgo Henry Perowne, tra una partita di squash, la visita in clinica dell’anziana mamma che oramai neanche più lo riconosce, e i preparativi per la cena serale che vedrà finalmente riconciliarsi, dopo anni di silenzioso rancore, la figlia, poetessa esordiente, e il suocero, poeta famoso e conclamato.

Già l’inizio della giornata lascia presagire che non tutto filerà liscio come programmato: l’insonne Perowne assiste all’atterraggio di fortuna di un aereo in fiamme, stando comodamente affacciato alla propria finestra di casa, per poi seguire, durante l’intero arco della giornata (e del libro), le news dalla televisione e il lento scivolare di quell’evento attraverso la scaletta di importanza dei telegiornali.

Una famiglia borghese, benestante, colta, quella di Perowne: lui, razionalista, conservatore, ma nello stesso tempo aperto alle altrui opinioni, capace di mettere in discussione le proprie; la moglie Rosalind, avvocatessa, ancora bella, di cui è felicemente innamorato; due figli moderni e girovaghi, liberi e tranquilli (a parte piccoli contrasti sulla vicenda Iraq con la figlia Daisy, pacifista tout court); un suocero con il quale ha instaurato un rapporto di pacifica indifferenza.

Tutto andrebbe alla grande se non intervenisse a guastare il solito tram tram feriale un piccolo evento dall’apparenza irrilevante – un banale incidente stradale - che però si rivelerà potenziale portatore di sciagure.


Siamo in una Londra post 11 settembre, invasa da una manifestazione contro l’intervento in Iraq. Il clima è quello comune a tanti capitali europee: una ritrovata insicurezza, l’instabilità derivante dall’aver visto la storia deviare ed obbligare ogni cittadino occidentale a fare i conti con il terrorismo.

Perowne è un individuo comune che vive l’attualità attraverso la finestra televisiva, paventando che quello che vede possa sconvolgere la sua quotidianità.

Questo l’intreccio.

McEwan ci ha abituato a partire da piccole vicende ordinarie per mostrarci nuove prospettive o le emozioni fugaci che fanno capolino nelle rare occasioni del nostro vivere quotidiano. Ogni storia, per quanto ordinaria, nelle sue mani può mostrarci il lato inaspettato, sorprendente.

Veniamo allora allo stile. Attraverso una terza persona “molto personale”, McEwan sceglie di descrivere il più particolare dettaglio emozionale con precisione chirurgica (non sarà un caso che scelga come protagonista un neurochirurgo), con una perizia lessicale che è frutto di una profonda ricerca terminologica, costruendo frasi di straordinaria efficacia.

 



Ci introduce nel mondo di dettagli che l’occhio normale, per sua natura distratto, non può cogliere. Ecco i frame che ci scivolano davanti troppo rapidamente. Ecco la nostra disattenzione. Lo scrittore può mostrarci la trama della corda che ci sfugge di mano, scandagliare la realtà con lo strumento della letteratura, dilatare il tempo vivisezionando ogni emozione o sensazione.

Ecco allora il suo intento: evidenziare, nella vita che conduciamo, quanto della realtà che ci circonda sfugga al setaccio della nostra attenzione.

Se avesse scelto protagonisti meno convenzionali, con caratteristiche più distintive, avrebbe rischiato di tradire il suo scopo, avrebbe vanificato quell’effetto di immedesimazione profonda che intende condurci al nocciolo di un’esistenza, all’essenza del suo “vivere”. Scopo di per sé impossibile da cogliere in pieno, quasi trascendentale, ma soprattutto rischioso perché toglie spazio al lettore: tenta di esaurire la sua fantasia piuttosto che stuzzicarla.

E così quella precisione maniacale per il dettaglio che a volte risulta illuminante e attraente, altre volte dà l’impressione che “la tiri troppo per le lunghe”, dilatando il tempo fino a lambire l’irrealistico. Se in molti punti (soprattutto quando descrive gli interventi chirurgici di Perowne) ci immerge in mondi sconosciuti, microscopici, che siano viaggi nelle masse cerebrali o un’interminabile partita di squash, in altre parti, soprattutto laddove la suspence è più alta, la protratta attesa diventa a volte soffocante.

Risultati ambigui quindi. Un gioco che in alcuni punti riesce perfettamente a far sentire il cuore pulsante - di questa individualità ben incastrata nella sua esistenza - ma che spesso rischia di spaventare.

 

 

L’aria della camera da letto gli arriva fresca alle narici: è vagamente eccitato mentre si sposta più vicino a Rosalind. Sente il primo ronzio regolare del traffico su Euston Road, come una brezza in un bosco di abeti. Gente che deve trovarsi al lavoro anche di sabato. Il pensiero non gli concilia il sonno però, come spesso succede. La sua mente va al sesso. Se il mondo fosse strutturato a misura dei suoi bisogni, adesso Henry farebbe l’amore con Rosalind, senza preliminari, con una Rosalind più che disponibile, e poi scivolerebbe in un deliquio di sonno immemore. Ma perfino i monarchi dispotici, perfino gli dei dell’antichità non potevano sognarsi un mondo eternamente al loro servizio. Sono soltanto i bambini, in effetti, gli infanti, a percepire il desiderio e la sua realizzazione come una cosa sola; forse è questo che conferisce ai tiranni quell’aria puerile. Il loro pretendere ciò che non possono avere. Quando conoscono la frustrazione, la furia omicida non tarda ad arrivare. Saddam, per esempio, non assomiglia solo ad un brutale mastino. Dà anche l’impressione di un ragazzetto troppo cresciuto e insoddisfatto con l’aria da cane bastonato, e gli occhi scuri un po’ interdetti da tutto quello che sfugge al suo volere. Potere assoluto e piaceri connessi sono appena oltre la sua portata, e si vanno allontanando. Il tiranno sa bene che spedire alla tortura l’ennesimo generale adulatore, o ficcare un proiettile in testa all’ennesimo congiunto non gli procurerà l’appagamento di un tempo.


postato da: gogol77 alle ore ottobre 01, 2008 17:05 | Permalink | commenti
categoria:bambini, letteratura, racconto, recensione, libro, classico, capolavoro