E’ partita leggermente in anticipo quest’anno la stagione degli scioperi scolastici.
Appuntamento immancabile di ogni autunno (sempre caldi questi autunni), rappresenta anche un’occasione d’incontro (quasi istituzionalizzata) tra studenti e professori, a metà strada tra due sponde generazionali.
Nel breve volgere di un anno il cambio di governo ha avuto il non trascurabile merito di suscitare ugual dissenso nei diversi schieramenti politici esistenti all’interno della scuola. Nel terreno accogliente della maggioranza variopinta (i contestatori di argomenti) si sono inseriti i rossi (contestatori di governo) e i neri (contestatori di argomenti, contestatori di governo, contestatori dei contestatori).
In un proliferare multicolore di slogan, tra prevedibili accuse di plagio professorale e l’immancabile sospetto di scioperare solo “per fare sega a scuola”, si sono svolti cortei oceanici, spesso alquanto movimentati, soprattutto nella zona di Piazza Navona a Roma, a causa di un bar dalle scomodissime sedie di vimini (prontamente fatte a pezzettini).

In quella situazione l’azione della polizia è stata pronta ma anche risoluta: si è atteso che l’avanscoperta in borghese (i neri) facesse il suo dovere con le mazze tricolori (probabilmente utilizzate dai destrorsi anche nei loro intimi giochi di onanismo anal-nazionalista), e poi si è intervenuto con opportune mosse di sostegno atte a far arretrare l’avanzata universitario-comunista, appena scesa dal motorino (non si spiega se no perché tutti avessero il casco).

L’ondata di proteste, elegantemente cavalcata dai partiti di sinistra ed altrettanto elegantemente sminuita dai partiti di destra (è risaputo come i partiti siano eleganti in queste cose) si è svolta ciononostante piuttosto pacificamente. Particolare alquanto noioso questo per il fronte giornalistico televisivo che ha deciso, quindi, di far passare sullo schermo le immagini dello scontro (uno) in un loop moltiplicante.
Veniamo alle motivazioni di entrambi gli schieramenti.
Di sicuro più convincenti quelle dei fautori della riforma: c’è chi ha detto che solo Dio è trino e che quindi quella dei tre maestri era una vera e propria presunzione di onnipotenza; e c’è chi invece ha coraggiosamente affermato (senza ipocriti pudori) che la riduzione degli insegnanti è il primo passo verso l’eliminazione totale di questa razza di vetero-comunisti e fannulloni. Probabilmente il tempo di una legislatura non basterà, ma, comunque, statistiche alla mano, si è a buon punto.

Le motivazioni dei contestatori sono invece apparse un po’ più fragili: parlano di promozione della cultura e dell’istruzione (decisamente fuori moda), di insostenibilità dei tagli alle università (come se andare all’università servisse ancora a qualcosa), di riforma poco attenta ai problemi veri della scuola (come se la scuola avesse problemi veri).
Singolare la sincerità (rara per un politico) di Tremonti che ha giustificato i tagli con ragioni meramente economiche, senza scomodare inattendibili obiettivi pedagogici: da qualche parte, ha detto, bisogna pur prenderli ‘sti soldi.
Se c’è da scegliere, meglio accantonare l’incivile lotta all’evasione fiscale (finalmente terminata) che tanti imprenditori ha rattristato e piuttosto tagliare sanità ed istruzione. Tanto lì non si corre nessun rischio. Con una placida smorfia di disgusto deve aver affermato fuori onda: è tutta gente di sinistra!




