
Il copione è sempre lo stesso: scoppia un caso, i giornalisti lo esasperano, la gente si indigna, la notizia occupa con titoloni prime pagine, giunge in aiuto degli organizzatori dei palinsesti per occupare i vuoti, insomma tutto monta fino a quando non viene raggiunto l’acme dell’indignazione popolare. Poi, d’improvviso, tutto tace, segue un attimo di silenzio. La notizia svanisce, generalmente sgonfiata dalla lentezza della giustizia italiana.
Infine va in onda l’epilogo ossia la autodisamina dei rei, ora reietti, e la loro riabilitazione pubblica.

L’altra sera, a Porta a porta, è andato in onda l’epilogo del caso Calciopoli, con il protagonista, Luciano Moggi, in scena a sminuire, ritrattare, sgonfiare ognuna delle accuse mossagli dal fronte televisivo e giornalistico. Dalla sua parte la sentenza della decima sezione del Tribunale di Roma che lo ha assolto dall’accusa di associazione per delinquere, tacendo per sempre quelle voci che lo disegnavano come il padrino di una cupola che avrebbe, per anni, orientato gli acquisti e le cessioni dei giocatori. L’unica accusa rimasta in piedi è quella relativa alle minacce personali fatte a due giocatori della Gea, per la quale Moggi e figlio hanno beccato un anno e sei mesi (chiaramente condonati).
Nel suo “one man show” Moggi, geniale manipolatore di verità, si è tolto un bel po’ di sassolini dalle scarpe.

Ha normalizzato la sudditanza psicologica degli arbitri nei confronti delle grandi squadre, ha svalutato i casi arbitrali strombazzati dai giornali, ha messo nel calderone, nel quale è stato a lungo da solo, tutte le società calcistiche il cui coinvolgimento è passato sottogamba.
Ha insomma ridimensionato quel ruolo di burattinaio che gli avevano cucito addosso.
Ma a questo punto dov’è la verità? E’ lecito che i tifosi juventini chiedano la restituzione dei due scudetti confiscatigli in seguito ad una sentenza sportiva tra le più pesanti mai registrate prima?

La verità è che Moggi rappresenta quell’italietta un po’ cialtrona che si ritrova in molti degli affaire nazionali. E’ anche lui un furbetto del quartierino che, armato di telefono cellulare, ha tentato di incastrarsi, e poi di farsi spazio, nei giochetti di potere (nel suo caso calcistico) per portare acqua al suo mulino, violando ogni trasparenza e superando con uno scrollo di spalle ogni barlume di moralità. Non mi sembra di aver mai sentito pronunciare a Moggi le parole sportività o lealtà, perché nel suo vocabolario probabilmente queste parole neanche esistono.

Moggi lo ammette: non ha fatto altro che combattere una battaglia alle cui regole spietate si è adeguato. Come hanno fatto e continuano a fare tutti. Era l’unico modo per vincere, e lui lo ha fatto, più volte. E’ un uomo in grado di mentire come pochi e nello stesso tempo mantenersi simpatico a coloro che inganna.
Moggi rappresenta, ad oggi, uno dei più talentuosi cialtroni in circolazione (ma quanti ce ne sono!) i cui servizi prima o poi torneranno ad essere a disposizione di qualche squadra di calcio … o di qualche partito.








