lunedì, 26 gennaio 2009



Il copione è sempre lo stesso: scoppia un caso, i giornalisti lo esasperano, la gente si indigna, la notizia occupa con titoloni prime pagine, giunge in aiuto degli organizzatori dei palinsesti per occupare i vuoti, insomma tutto monta fino a quando non viene raggiunto l’acme dell’indignazione popolare. Poi, d’improvviso, tutto tace, segue un attimo di silenzio. La notizia svanisce, generalmente sgonfiata dalla lentezza della giustizia italiana.

Infine va in onda l’epilogo ossia la autodisamina dei rei, ora reietti, e la loro riabilitazione pubblica.



L’altra sera, a Porta a porta, è andato in onda l’epilogo del caso Calciopoli, con il protagonista, Luciano Moggi, in scena a sminuire, ritrattare, sgonfiare ognuna delle accuse mossagli dal fronte televisivo e giornalistico. Dalla sua parte la sentenza della decima sezione del Tribunale di Roma che lo ha assolto dall’accusa di associazione per delinquere, tacendo per sempre quelle voci che lo disegnavano come il padrino di una cupola che avrebbe, per anni, orientato gli acquisti e le cessioni dei giocatori. L’unica accusa rimasta in piedi è quella relativa alle minacce personali fatte a due giocatori della Gea, per la quale Moggi e figlio hanno beccato un anno e sei mesi (chiaramente condonati).

Nel suo “one man show” Moggi, geniale manipolatore di verità, si è tolto un bel po’ di sassolini dalle scarpe.



Ha normalizzato la sudditanza psicologica degli arbitri nei confronti delle grandi squadre, ha svalutato i casi arbitrali strombazzati dai giornali, ha messo nel calderone, nel quale è stato a lungo da solo, tutte le società calcistiche il cui coinvolgimento è passato sottogamba. 

Ha insomma ridimensionato quel ruolo di burattinaio che gli avevano cucito addosso.

Ma a questo punto dov’è la verità? E’ lecito che i tifosi juventini chiedano la restituzione dei due scudetti confiscatigli in seguito ad una sentenza sportiva tra le più pesanti mai registrate prima?



La verità è che Moggi rappresenta quell’italietta un po’ cialtrona che si ritrova in molti degli affaire nazionali. E’ anche lui un furbetto del quartierino che, armato di telefono cellulare, ha tentato di incastrarsi, e poi di farsi spazio, nei giochetti di potere (nel suo caso calcistico) per portare acqua al suo mulino, violando ogni trasparenza e superando con uno scrollo di spalle ogni barlume di moralità. Non mi sembra di aver mai sentito pronunciare a Moggi le parole sportività o lealtà, perché nel suo vocabolario probabilmente queste parole neanche esistono.


 


Moggi lo ammette: non ha fatto altro che combattere una battaglia alle cui regole spietate si è adeguato. Come hanno fatto e continuano a fare tutti. Era l’unico modo per vincere, e lui lo ha fatto, più volte. E’ un uomo in grado di mentire come pochi e nello stesso tempo mantenersi simpatico a coloro che inganna.

Moggi rappresenta, ad oggi, uno dei più talentuosi cialtroni in circolazione (ma quanti ce ne sono!) i cui servizi prima o poi torneranno ad essere a disposizione di qualche squadra di calcio … o di qualche partito. 

postato da: gogol77 alle ore gennaio 26, 2009 17:18 | Permalink | commenti
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giovedì, 15 gennaio 2009


Vladimir Nabokov, autore geniale “sminuito” dal clamoroso successo di Lolita (e dalla poco fedele trasposizione cinematografica di Kubrick) ambienta questo breve romanzo – scritto nel 1930 in russo e poi riscritto in inglese nel 1965 - in una Berlino vitale, popolata da emigree russi.

 

 


Un corteo di anime molto eterogeneo: si va dall’aristocratico indigente al ricco industriale, dalla dottoressa pacifista all’ex combattente, scappati tutti dalla tirannia russa per rifugiarsi nella città che si riteneva allora più culturalmente congeniale.

Adottando la struttura di un racconto poliziesco (il lento dipanarsi della vicenda che prepara un epilogo illuminante), Nabokov ci mostra (o ci nasconde) un personaggio multiforme, Smurov, che è sbruffone, patetico, galante, sensibile, focoso ed altro ancora.

 



Egli sembra non godere di vita propria, ma piuttosto assumere la forma che ciascuno degli altri personaggi, di volta in volta, intende conferirgli. Assistiamo al moltiplicarsi dei riflessi fallaci di un’unica esistenza, come immagini di un obiettivo traballante.

 


L’autore nella prefazione (da leggere, vi consiglio, alla fine) ammette che questo straordinario racconto pirandelliano, divertissement di sdoppiamenti ed incastri, non nasce con l’intento “di imbrogliare, mettere in imbarazzo, beffare o altrimenti ingannare il lettore”.

Come se intendesse scusarsi.

In verità vediamo la trappola quando è oramai troppo tardi, quando nel tentativo di emergere da questo inferno di specchi ci accorgiamo che il popolo di fantasmi che si rassomigliano non è altro che un corteo di immagini gemelle che si fondono in una.

L’occhio che ci ha guidato fino a quel momento non ha fatto altro che contemplarsi, vivendo ancora un po’, come per inerzia, oltre il confine tracciato dalla fine della propria esistenza.

postato da: gogol77 alle ore gennaio 15, 2009 16:57 | Permalink | commenti
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