lunedì, 30 marzo 2009


Partiamo da un fatto: alla base del successo di “Gomorra”, il libro di Roberto Saviano, c'è una molteplicità di fattori talmente vasta che è difficile indicarne uno in particolare.

Primo fra tutti l’esigenza, sentita da gran parte dei lettori, di una letteratura che si sporchi di realtà, che tenti di intelleggerla e di spiegarne quello che nasconde dietro le apparenze.
Saviano non ha solo parlato di camorra, ma ci ha mostrato i cancri nascosti e smascherando soprattutto i collegamenti, gli intrecci, le interposizioni di interessi, ci ha fornito una radiografia del reale capace di darci una inorridente visione di insieme.
Ha fatto tutto questo utilizzando, inoltre, un espediente letterario – l’inchiesta giornalistica che si fa romanzo che si fa denuncia – di un’efficacia senza precedenti, in grado di lasciarci, a fine lettura, storditi ed esausti. 



Alla luce di queste considerazioni, le obiezioni di plagio che Simone Di Meo, giornalista napoletano, muove nei confronti di Saviano appaiono ancora più risibili. Di Meo accusa lo scrittore di aver preso spunto da alcuni suoi articoli e da qualche sua confidenza senza indicarne, nel romanzo, la fonte.

Adesso, non c’è dubbio che Saviano non abbia vissuto direttamente tutte le esperienze che racconta. Lo stesso scrittore ammette di aver attinto informazioni da una molteplicità di fonti. Quello che però ne ha tratto da questa argilla grezza è un unicum letterario, unanimemente apprezzato da critica e lettori, che ha poi avuto, soprattutto, il grande merito extra letterario di smuovere le coscienze e di catalizzare l’attenzione su un problema che prima molti facevano finta di non vedere. E’ questo a mio avviso il merito più grande di Saviano che spiega, in parte, il suo successo.
E’ possibile che Di Meo non intuisca come passino davvero in secondo piano le sue richieste di una nota a piè di pagina? E’ possibile che tenti di passare oltre l’importanza di tutto questo per tediarci con le sue frivole questioni editoriali? Sono forse queste domande ad aver eccitato la mia dietrologia. Ed ecco che quello che pensavo mi viene confermato anche da Saviano.
Nel suo intervento televisivo egli ha motivato quest’attacco adducendo un intento diffamatorio che proverrebbe da quella stessa stampa che “spalleggiava” la criminalità organizzata e usava il mezzo della diffamazione per isolare chi si ribellava. Accadde con Don Peppe Diana sul cui conto certa stampa casertana elevò a certezza, nei giorni immediatamente successivi alla sua morte, accuse infamanti che non erano supportate da alcuna prova. Di Meo, non a caso, proverrebbe proprio da quella stampa.



Certo può essere. Che almeno questo sia nelle intenzioni di qualcuno è possibile. Che ci siano anche qui collegamenti e relazioni con la criminalità organizzata è probabile, anzi, appare quasi inevitabile.

Nel suo intervento televisivo Saviano ha voluto andare oltre tutto questo. Ha fatto sì nomi e mostrato articoli, e dimostrato la sua tesi, ma oltre a denunciare collusioni a mio avviso il suo intento era ancora un altro: quello di continuare nella rappresentazione di quella realtà che tanto lo inorridisce. La cultura mafiosa, ha voluto ripeterci, impregna ogni settore di questa nostra società meridionale, la satura orientando menti e coscienze e impone atteggiamenti consenzienti che, però, diventano colpevoli se ad assumerli sono giornalisti o editori.
Inoltre conduce, cosa ancor più grave, all’abitudine: l’indignazione si placa e si è portati ad accettare quello che avviene perché così vanno le cose, non c’è alcun modo di cambiarle.
Lo stesso Di Meo afferma banalmente nel suo blog che Saviano esageri, che i padrini non sono queste menti eccelse, che lo scrittore “mitizzi” il sistema. Insomma tenta di sminuire.
Io adesso non so se l’intento di Di Meo sia quello di farsi testa di ponte di questo oscuro fronte diffamatorio, o se invece tenti solo di inserirsi nella scia del successo di Gomorra. In entrambi i casi lui potrebbe solo essere uno strumento. Però ci preme rassicurarlo: che tenti pure di inserirsi nella schiera di epigoni che tentano di sfruttare la scia, ma difficilmente riuscirà ad oscurare la luce di un ragazzo che davvero sta facendo molto per cambiare le cose.
Perché la più grande ragione alla base del successo di Gomorra è, secondo me, lo stesso Roberto Saviano.



E’ quel misto di qualità che saltano agli occhi dei suoi lettori e di chi lo ha potuto osservare nei suoi interventi televisivi. Un ragazzo dal coraggio e dalla testardaggine fuori dal comune che tenta giorno dopo giorno di perpetuare la sua ossessione, di resistere alle forze che tentano di riposizionarlo ai margini, e che ci continua a parlare di camorra (a noi ma soprattutto all’Italia intera, affinché la camorra non venga scambiata per un problema locale). E tutto questo perché non ritorni il silenzio, perché si parli di ciò che per troppi anni è stato colpevolmente taciuto.

La sua profonda e sincera indignazione civile trasuda da ogni parola che pronuncia, e dietro di essa, sono sicuro, non c’è mai stato - perché non ci può essere - nessunissimo calcolo. Che poi quella “macchina da guerra” di marketing che è la Mondadori si arricchisca con lui, questa è un’altra questione che, a me, personalmente non interessa.
Le reazioni di Roberto Saviano alla popolarità, al successo anche economico, non hanno per nulla scalfito la forza di una lotta che lo pervade tutto, e che orienta ogni sua azione e intervento.
E sono queste le cose fondamentali su cui conta concentrarsi. A noi pubblico di suoi lettori non interessano le beghe da scrittorucoli verso le quali qualcuno, chissà chi, tenta di spostare la nostra attenzione. La nostra attenzione resta lì, accanto a questo ragazzo che agita le nostre coscienze civili e ci inculca, giorno dopo giorno, la speranza che un giorno le cose, dalle nostre parti, possano cambiare.

http://www.tuttiinpiazza.it/articoli/arte_e_letteratura/no_saviano_non_ha_plagiato_nessuno/no_saviano_non_ha_plagiato_nessuno.asp


postato da: gogol77 alle ore marzo 30, 2009 17:29 | Permalink | commenti
categoria:cinema, letteratura, libro, violenza, sistema, capolavoro
lunedì, 16 marzo 2009


Ha ragione Mourinho a dire che in Italia il calcio venga vissuto in maniera drammatica. Quindici giorni prima a parlare di una partita per rinfocolare la paura di perdere, quindici giorni dopo a discutere dell’inevitabile sconfitta. Un mese da dedicare ad una partita di calcio. Per quanto lo sport sia importante, divertente, e tante altre belle e sane cose, in Italia è di certo sopravvalutato. Ma la cosa non mi sorprende. Cosa ti puoi aspettare da un paese che non si indigna di fronte ai diritti violati, che non si solleva quando sul tavolo ci sono questioni fondamentali e di un’importanza capitale come per esempio la procreazione assistita, che non si infuria per la pessima informazione costretto a sorbirsi ogni santo giorno a causa di una stampa asservita o fin troppo compiacente, che non si scuote di fronte alle pressioni retrograde e conservatrici che la Chiesa esercita su ogni questione politica, un paese nel quale la maggioranza di governo è nelle mani di un uomo che rastrella potere e denaro ed immunità mentre racconta barzellette, un paese che sorride di fronte alle sue intemperanze internazionali, alle sue gaffe da cafone, al suo esibizionismo da tronista.



In un paese del genere, con gente del genere, non sorprende che il calcio possa diventare per molti una ragione di vita, che si arrivi addirittura ad uccidere, a sporcarsi le mani in nome di una fede che non è altro che la panacea di un vuoto esistenziale e morale senza precedenti. Mourinho, che è uno straniero al primo anno in Italia, non si è ancora adeguato al comodo conformismo di molti allenatori e calciatori che concedono solo interviste convenzionali.



La sua franchezza caratteriale, che gli fa dire quello che pensa senza alcun filtro di sorta, ci restituisce un’immagine realistica dell’Italia. L’Italia che drammatizza sul “pallone” appare ai suoi occhi in tutta la sua ridicolaggine. Ancor più se confrontata con l’Inghilterra dove invece, al “pallone”, si dedicano solo 90 minuti.E’ da quest’Italia che il signor B. si ostina a raccattare spunti per le sue storielle, perché, portatore sano di tutti i difetti italici qual è, piuttosto che nasconderli o risolverli preferisce ostentarli. Restituendo all’estero l’immagine di un’italietta da barzelletta che, ahimè, corrisponde al vero.

postato da: gogol77 alle ore marzo 16, 2009 17:03 | Permalink | commenti
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