
Due ragazzi sono morti: un israeliano di 26 anni che partecipava ad un rave party nelle campagne tra Molise e Campania, nei pressi di Castello del Matese, ed una ragazza di 23 anni, lucana, ad una festa simile nel Salento, tra Castro marina e Marittima di Diso.
Alla base di entrambi i decessi un micidiale cocktail di sostanze stupefacenti. I due fatti di cronaca hanno fornito la solita occasione ai vari Giovanardi e consimili per cavalcare l’onda emotiva con demagogiche minacce di divieti e provvedimenti drastici. Cadendo nell’errore di credere che il problema siano i rave e non le persone che vi partecipano.

Quello che infatti avviene nei rave non è molto diverso da quello che succede in certe discoteche (non in tutte, sia chiaro). Qualcuno dice che i ravers non siano altro che discotecari più estremi, più luridi o più “azzeccati”, non allontanandosi tanto dalla verità.
Perché di queste feste, nate negli Stati Uniti come espressione di una controcultura vitalistica che si inseriva in un clima politico di forte contestazione e che intendeva, con una valenza fortemente simbolica, far rivivere luoghi abbandonati, è rimasto forse solo il nome.
Quella che poteva essere un tempo una straordinaria esperienza di trasgressione, ammantata di idealismo rivoluzionario che si esprimeva in una musica volutamente fuori dagli schemi, suonata con strumenti che richiamassero i simboli di un’epoca post industriale, si è svuotata col tempo di ogni significato, diventando trasgressione fine a se stessa, ricovero spesso di teste di cazzo senza argomenti, modaioli figli di papà senza scopi o ancor peggio di tossici allo sbando alla ricerca di droga a buon mercato.
Storditi dalla musica più delirante, all’interno di un silenzio comunicativo accentuato dalla droga, queste persone vivono la loro esperienza di sballo, senza altro scopo se non quello di autodistruggersi.

Il problema non è il modello rave (esistono, tra l’altro, vari tipi di rave), quanto piuttosto come tali degenerazioni riescano ad attecchire nel vuoto idealistico in cui sguazzano molti dei ragazzi che vi partecipano i quali non contestano la società in cui vivono, bensì ne sono la peggiore espressione.
Apologeti del divertimento senza limiti, generalmente apolitici (colpa questa a mio avviso davvero imperdonabile), estimatori di una musica istintiva, che non sarebbe contestabile a priori se non ne esaltasse solo gli istinti di violenza e di autodistruzione, cadono nella rete della droga per mancanza di alternative.
Se solo si riuscisse a privare il “modello rave” degli elementi distruttivi, facendolo ritornare quell’occasione di aggregazione estemporanea che era un tempo, allora sì il problema sarebbe risolto.
Ma forse è chiedere troppo a questa generazione allo sbando!
Articolo tratto da Tuttiinpiazza.it
categoria:televisione, violenza, sistema, carovita, inflazione, ribellione, salari



