Recensione tratta da TUTTIINPIAZZA.IT

Il contadino bengalese Hasari Pal abbandona l’avara campagna indiana con famiglia al seguito, direzione Calcutta. La bidonville nella quale finisce, Anand Nagar, “la città della gioia”, di gioia gliene riserverà ben poca. Presto verrà ribattezzata più propriamente “città disumana”, perché la più grande baraccopoli di Calcutta è in verità un posto infernale e maleodorante nel quale si affannano, in cerca di cibo, genti di ogni religione e razza: cattolici, induisti, mussulmani, buddisti, bianchi, neri, meticci.
Hasari Pal troverà impiego come “uomo cavallo”, ossia come conduttore del mezzo di locomozione più comune, il risciò, sopportando estremi patimenti e rinunce, ma affrontando con rassegnazione la sua quotidiana sfida per la vita.
Padre Paul Lambert è invece un missionario francese con chiare aspirazioni alla santità, venuto in India per farsi povero fra i poveri. Il suo punto di vista è opposto rispetto a quello di Hasari Pal: nessuna delle difficoltà sembra piegare la sua determinazione, anzi, ogni prova alla quale la città lo sottopone rappresenta per lui l’ennesima manifestazione di Dio.
Ai suoi occhi, la capacità di quegli uomini di trovare, anche in quello spettacolo di immensa e profondissima miseria, ragioni di allegria ed istanti di felicità, è qualcosa di sublime.
L’amore di Lambert verso questa umanità misera ma vivissima diverrà presto sconfinato e, oltrepassando ogni distinzione religiosa (e tantissimi ostacoli burocratici), lo porterà a costruire una struttura per l’assistenza medica ai lebbrosi.
Solo verso la fine del libro incontreremo un terzo personaggio, Max Loeb, un medico americano accorso a Calcutta in risposta ad un annuncio di padre Lambert; un personaggio piuttosto marginale se non fosse che il film, tratto dal libro, lo elevi a protagonista.
(Curiosità vuole che lo stesso faccia chi ha scritto la quarta di copertina per la Mondadori; è molto probabile che costui abbia dedicato alla stesura della recensione le sole due ore di durata del film!).
Hasari Pal troverà impiego come “uomo cavallo”, ossia come conduttore del mezzo di locomozione più comune, il risciò, sopportando estremi patimenti e rinunce, ma affrontando con rassegnazione la sua quotidiana sfida per la vita.
Padre Paul Lambert è invece un missionario francese con chiare aspirazioni alla santità, venuto in India per farsi povero fra i poveri. Il suo punto di vista è opposto rispetto a quello di Hasari Pal: nessuna delle difficoltà sembra piegare la sua determinazione, anzi, ogni prova alla quale la città lo sottopone rappresenta per lui l’ennesima manifestazione di Dio.
Ai suoi occhi, la capacità di quegli uomini di trovare, anche in quello spettacolo di immensa e profondissima miseria, ragioni di allegria ed istanti di felicità, è qualcosa di sublime.
L’amore di Lambert verso questa umanità misera ma vivissima diverrà presto sconfinato e, oltrepassando ogni distinzione religiosa (e tantissimi ostacoli burocratici), lo porterà a costruire una struttura per l’assistenza medica ai lebbrosi.
Solo verso la fine del libro incontreremo un terzo personaggio, Max Loeb, un medico americano accorso a Calcutta in risposta ad un annuncio di padre Lambert; un personaggio piuttosto marginale se non fosse che il film, tratto dal libro, lo elevi a protagonista.
(Curiosità vuole che lo stesso faccia chi ha scritto la quarta di copertina per la Mondadori; è molto probabile che costui abbia dedicato alla stesura della recensione le sole due ore di durata del film!).
La forza del libro sta però nello stile che Dominique Lapierre ha voluto imprimergli. Pochi libri sono capaci di suscitare una così grande capacità di immedesimazione.
Mischiando racconto e reportage, alternando le vive voci dei personaggi con descrizioni precise e dettagliate, Lapierre riesce a rendere la sua narrazione incredibilmente realistica, capace di catapultarci nella brulicante e spesso terribile vita indiana, legandoci alla pagina in tanti modi: narrando con minuzia la miseria, la povertà, gli enormi disagi della quotidianità, ma anche fornendo straordinari esempi di dignità e gioia di vivere.
Aggiungerei: incuriosendoci continuamente e spesso commuovendoci.
Il risultato che l’opera produce sull’anima di un occidentale non può che essere quello di condurlo verso una maggiore consapevolezza della sua fortuna: abituati come siamo agli agi, ignoriamo l’indigenza nella quale versa gran parte dell’umanità.
Ciò da una parte getta nuova luce sulla nostra fortuna, la ravviva, le dà il giusto valore, dall’altra (soprattutto gli esempi di Lambert e Max Loeb) ci spinge a fare qualcosa che possa cambiare veramente le cose.
Tutto questo dà a “La Città della gioia” un’aura di “lettura obbligata”.
Mischiando racconto e reportage, alternando le vive voci dei personaggi con descrizioni precise e dettagliate, Lapierre riesce a rendere la sua narrazione incredibilmente realistica, capace di catapultarci nella brulicante e spesso terribile vita indiana, legandoci alla pagina in tanti modi: narrando con minuzia la miseria, la povertà, gli enormi disagi della quotidianità, ma anche fornendo straordinari esempi di dignità e gioia di vivere.
Aggiungerei: incuriosendoci continuamente e spesso commuovendoci.
Il risultato che l’opera produce sull’anima di un occidentale non può che essere quello di condurlo verso una maggiore consapevolezza della sua fortuna: abituati come siamo agli agi, ignoriamo l’indigenza nella quale versa gran parte dell’umanità.
Ciò da una parte getta nuova luce sulla nostra fortuna, la ravviva, le dà il giusto valore, dall’altra (soprattutto gli esempi di Lambert e Max Loeb) ci spinge a fare qualcosa che possa cambiare veramente le cose.
Tutto questo dà a “La Città della gioia” un’aura di “lettura obbligata”.
postato da: gogol77 alle ore settembre 19, 2009 12:39 | Permalink | commenti
categoria:cinema, letteratura, racconto, recensione, libro, classico, capolavoro, dominique lapierre, TUTTIINPIAZZA
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