mercoledì, 24 settembre 2008


Il problema del lavoro, che affligge Napoli e il Sud Italia in un’epoca in cui la parola disoccupazione è stata parzialmente sostituita dalla più innocua precarietà, si manifesta vistosamente nelle selezioni che le agenzie di lavoro interinale – tramite alternativo alla raccomandazione per l’ingresso nel mondo del lavoro meridionale – attivano alle richieste di personale avanzate dalle aziende. Casi di laureati disposti ad occuparsi in mansioni per le quali sarebbe sufficiente un diploma sono diventati la regola. E così prolificano ricerche di laureate in filosofia o lettere (per indicare le due lauree “meno occupate”) per posti di promoter o hostess, laureati in economia in alternativa a semplici ragionieri, addirittura laureati in chimica richiesti per un lavoro in profumeria (sich!).



Lo scenario è davvero desolante, soprattutto per coloro che vedono a malincuore l’alternativa di dover trasmigrare per poter lavorare, con l’inevitabile prezzo di affetti da pagare.

Vista la situazione attuale che vede tanti laureati a spasso, i datori di lavoro più spudorati non si risparmiano dal chiedere, nelle loro richieste di personale, diplomati o laureati, indifferentemente, come se tra i due percorsi formativi non vi sia alcuna differenza. Ciò chiaramente va a diretto svantaggio dei laureati che vedono vanificati i propri sforzi universitari a causa di un mercato lavorativo asfittico e dalle possibilità di sbocco risicate. Un tempo era scontato che lo stipendio di un laureato dovesse essere superiore a quello di un diplomato, semplicemente per il fatto (il mondo era più semplice allora, ma anche più giusto) che un laureato apportava nell’impiego che occupava un bagaglio di conoscenze di gran lunga superiore ad un diplomato (senza contare le spese universitarie sopportate negli anni).



Ai datori di lavoro non disposti a seguire il neolaureato in un percorso formativo, rimaneva la possibilità di impiegare un diplomato, magari con esperienza, remunerandolo in base a tale esperienza, ma ben sapendo di rinunciare alla preparazione superiore di uno studente laureato. I laureati erano occupati in posizioni generalmente di responsabilità, dove c’erano possibilità di avanzamenti di carriera.

Oggi i laureati sono più a buon mercato, o sarebbe meglio dire che sono costretti a svendersi, e ad impiegarsi per mansioni che sviliscono il loro bagaglio di conoscenze. Sono, per dirla con un neologismo orribile ma ultimamente molto in uso, sottomansionati. E di conseguenza anche sottopagati.



Le statistiche fornite dalle università (?!) parlano dell’88% dei laureati “impiegati” a 5 anni dalla laurea, ma non dicono di che tipo di impiego si tratti. Come se questo fosse un dato poco importante! Tralasciando la durata del contratto (solo 2 laureati su 10 possono vantare un contratto a tempo indeterminato) nulla ci dice se la mansione svolta è quella per la quale questi laureati hanno studiato. E d’altra parte le università non approfondiscono. Lo scopo del dato fornito è palesemente pubblicitario. Con malizia si potrebbe pensare che ci sia un palese intento di nascondere dati che potrebbero apparire sconvenienti.

A causa di tale svendita di talenti, si è insinuata nelle menti delle persone la convinzione che un laureato, perché privo di esperienza, valga in fondo quanto un diplomato e pertanto che da un punto di vista retributivo non gli spetti quel maggiore guadagno che prima gli era garantito.



Questo accade soprattutto al sud, porzione di Europa che si mantiene ai margini e che è abituata a beneficiare solo della lieve eco di tutti gli sviluppi che coinvolgono il resto della comunità. Lo svilimento che coinvolge i laureati travolge chiaramente quei diplomati in discipline tecniche che dovrebbero essere una ricchezza per il nerbo di una società lavorativa sana, e che spesso sono guardati alla stregua di analfabeti.

Le statistiche dicono che un laureato italiano guadagna il 37 % più di un diplomato, rispetto al 44 % della Germania, il 50 % della Francia e il 63 % del Regno Unito. Ad approfondire la differenza bisognerebbe però aggiungere che un diplomato italiano guadagna molto meno di qualsiasi suo collega europeo.

Il discorso “flessibilità” all’interno di tale scenario appare in conclusione a dir poco inadeguato. Si può parlare di flessibilità solo in un mercato lavorativo con bassi livelli di disoccupazione e con una mobilità all’interno dello stesso comparto produttivo. E può essere anche che ciò avvenga in pochissime fortunate regione del Nord Italia. Ma il Sud resta come sempre al palo.

L’alta percentuale di dipendenti sottomansionati dovrebbe essere un allarme per i nostri governanti, perché rappresenta una grossa crepa all’interno del sistema-paese.

Altra contraddizione che stride con la realtà è questa tensione verso l’accrescimento del numero dei laureati che da tante parti viene incoraggiata. Come se all’economia italiana per raggiungere il livello delle economie degli altri paesi bastasse semplicemente pareggiare il numero dei laureati.



Le statistiche ci dicono, dato questo davvero paradossale, che, è vero, l’Italia è il paese con il minor numero di laureati tra i 25 e i 34 anni (il 12 % contro il 22 % della Germania, il 33 % del Regno Unito, il 37 % della Francia e il 38 % della Spagna) ma che, nel contempo, vanta un tasso di disoccupazione dei propri laureati superiore a quello degli altri paesi europei.

Le misure da adottare a mio avviso sono ben altre: è necessario accrescere piuttosto il punto di contatto fra università e mondo lavorativo, rendere gli studi sempre più pratici, coinvolgere le aziende, sia piccole che grandi, esortarle ad investire nell’università per riceverne in cambio non solo personale ma anche progetti di sviluppo, di formazione.

 

 

postato da: gogol77 alle ore settembre 24, 2008 10:20 | Permalink | commenti
categoria:sistema, carovita, inflazione, ribellione, bianciardi, salari
martedì, 12 agosto 2008


L’adattamento cinematografico di un libro è sempre un passaggio traumatico, mai scevro di critiche e confronti.  Profonde mutilazioni o troppa libertà interpretativa, mai che si giunga alla sua giusta via di mezzo. Ma come possono due linguaggi artistici diversi giungere all’ideale della coincidenza?

Per quanto Carlo Lizzani, portando sugli schermi “La vita agra” di Luciano Bianciardi, con uno straordinario Ugo Tognazzi, abbia tentato di riproporre, a mio avviso riuscendoci, lo spirito dell’opera, ciò che preme è rispolverare il ricordo di uno scrittore grandissimo che però, a distanza di anni, resta ancora poco conosciuto e divulgato.

 

Il film riproposto da La7 la serata dell’11 agosto fornisce l’occasione per parlare di quello che resta uno dei capisaldi della letteratura italiana del Novecento. 

“La vita agra” è la storia di un infiltrato, di un intellettuale di provincia che si reca a Milano con propositi anarchico-dinamitardi (vuole far saltare il Pirellone per vendicare 43 minatori morti in un’esplosione pilotata), ma che rimane impantanato nella vita da incubo del cittadino medio metropolitano, con la frenesia che la contraddistingue, abitante anonimo di un microappartamento diviso con una folla chiassosa, spettatore involontario di un’Italia post-miracolo, contraddittoria nei suoi scontri di piazza e nel suo consumismo dilagante.

 

Lo sguardo del protagonista, Luciano, è dissacratorio, ironico, nei confronti di una modernità un po’ bizzarra, mossa dall’ideale del denaro, del capitalismo distillato nelle pieghe della società da mezzi di persuasione di massa sempre più efficaci. E’ un proletario più sarcastico che guerrafondaio, che non partecipa attivamente alle manifestazioni popolari, che si ribella ad un lavoro parcellizzato e disumanizzante, ma che l’amore per Anna e il bisogno piegheranno alla vita media.

Diventerà addirittura un creativo pubblicitario, uno di quei persuasori occulti espressione più perversa di quel tipo di società che aveva tanto criticato e vilipeso.

    La storia di Luciano Bianchi, alter ego assolutamente non celato dell’autore, non smette di affascinare a distanza di più di 40 anni, perché descrive una condizione piuttosto universale, quella dell’intellettuale che per ragioni di sopravvivenza si trova ad un tratto della propria vita di fronte un bivio: continuare nella cieca ribellione al sistema e subirne le conseguenze o inchinarsi allo stesso, ma dissacrarlo almeno. Luciano non ha la forza necessaria a fare quel salto del fosso che lo renda non-comune e cede alla vita comoda, ordinaria e agra, della borghesia rinunciataria, apatica, irreggimentata. La sua riflessione giunge alla conclusione che si è sempre sconfitti, qualsiasi scelta si faccia, perché si combatte contro forze stritolanti, verso le quali l’individuo, spolpato, ridotto a fantoccio, nella sua solitudine, ha poco da fare. E’ un esito rassegnato, triste, ma che mai dimentica quell’ironia di fondo, quel piglio da goliardico toscanaccio che contraddistingue tutta la produzione di Bianciardi.

Se non l’avete ancora letto, non è mai troppo tardi per farlo. Ma non perdete altro tempo!

Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?
È vero, di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano.


postato da: gogol77 alle ore agosto 12, 2008 13:40 | Permalink | commenti
categoria:cinema, milano, letteratura, recensione, televisione, libro, sistema, classico, ribellione, bianciardi, agra