mercoledì, 21 ottobre 2009



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Qui i consigli di lettura: Rubrica letteraria








postato da: gogol77 alle ore ottobre 21, 2009 16:41 | Permalink | commenti
categoria:cinema, letteratura, racconto, recensione, televisione, libro, woody allen, sistema, nove racconti, capolavoro, TUTTIINPIAZZA
mercoledì, 14 ottobre 2009

ARTICOLO TRATTO DA TUTTIINPIAZZA.IT

   Con 43 film all’attivo (attore in 28) Woody Allen è forse uno degli ultimi grandi registi di Hollywood.
Leggendo “Effetti collaterali” ci si sorprende a scoprire quanto il seme della sua arte esistesse già nei suoi racconti giovanili.

“La mia seconda moglie era bellissima, ma priva di vera passione. Ricordo che una volta, mentre facevamo l’amore, accadde una curiosa illusione ottica e per una frazione di secondo sembrò quasi che si muovesse.”

La raccolta, apparsa per la prima volta sulla rivista “The New Yorker” e pubblicata poi in una trilogia (“Rivincite” e “Senza piume” gli altri titoli), ci mostra molto del Woody Allen che ritroveremo successivamente nelle sue numerose opere cinematografiche, ci sono i suoi tic, il suo umorismo dissacrante, la beffarda autoironia sul suo “essere ebreo”, c’è l’immancabile New York, con i suoi ambienti intellettuali, c’è chiaramente il cinema, la letteratura, la musica, e tutta la sua capacità di giocare con lo scibile umano e farne incredibile materia di non-sense e di comicità.


Un intellettuale a tutto tondo insomma, capace di cimentarsi con la letteratura (e anche col teatro), senza scadere nella mediocrità, ma piuttosto riproducendo quell’eccellenza e quell’originalità che lo hanno reso grande al cinema.
Le diciassette storie di questa raccolta colpiscono proprio per le idee forti che le sostengono, che ne fanno non derivazioni del suo cinema, quanto oggetti a sé stanti, unici, indipendenti l’uno dall’altro, delle autentiche chicche letterarie pervase da una vena stramba e spesso geniale.



D’altra parte, la sua cinematografia ha sempre pescato a piene mani nella letteratura e nel teatro
, fatta com’è di dialoghi brillanti, di battute intelligenti e cervellotiche che abbattono cliché o violano templi (“Juliet era marxista, del tipo più interessante di marxista: con le gambe lunghe ed abbronzate”), restituendoci l’immagine di un genio che si muove con disinvoltura tra riferimenti coltissimi non resistendo alla tentazione di profanarli.
Il soggetto che Allen predilige come protagonista delle sue storie è sempre stato qualcuno che gli somiglia: qui può essere un professore dalla vita coniugale infelice che viene spedito da un mago nel romanzo di Flaubert, Emma Bovary (“Il caso Kugelmass”); oppure il personaggio kafkiano del “La dieta” che si chiama F.

“ - E’ in gamba, questo Richter - disse il padre di F. - Ecco perché si farà strada nel mondo degli affari, mentre tu ti contorcerai sempre nella frustrazione come un parassita nauseabondo con le zampe lunghe e sottili, degno solo di essere spiaccicato.- F. si complimentò col padre per la sua lungimiranza.”



Il tempo letterario ben si presta alla piena fruizione del suo humour
perché offre occasione di rilettura e quindi di piena comprensione dei numerosi meccanismi che usa per far ridere.
Permette di osservare le sue battute come se fossero al rallenty, capirne appieno l’intelligenza che nascondono.
Altra straordinaria capacità di Allen è quella di creare battute con una duplice valenza: perfettamente inserite in un crescendo surreale e funzionale, ma anche dotate di vita propria, ossia capaci di essere efficaci anche se slegate dal contesto - e quante battute anche dei suoi film hanno avuto la forza di diventare memorabili.

"Di tutti gli uomini famosi mai vissuti, quello che di più mi sarebbe piaciuto essere è Socrate. Non tanto perché era un grande pensatore, dato che io stesso sono noto per aver avuto delle pensate discretamente profonde, anche se le mie ruotano invariabilmente attorno a una hostess svedese e a delle manette."


postato da: gogol77 alle ore ottobre 14, 2009 17:28 | Permalink | commenti (3)
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sabato, 19 settembre 2009

Recensione tratta da TUTTIINPIAZZA.IT
 




Il contadino bengalese Hasari Pal abbandona l’avara campagna indiana con famiglia al seguito, direzione Calcutta. La bidonville nella quale finisce, Anand Nagar, “la città della gioia”, di gioia gliene riserverà ben poca. Presto verrà ribattezzata più propriamente “città disumana”, perché la più grande baraccopoli di Calcutta è in verità un posto infernale e maleodorante nel quale si affannano, in cerca di cibo, genti di ogni religione e razza: cattolici, induisti, mussulmani, buddisti, bianchi, neri, meticci.
Hasari Pal troverà impiego come “uomo cavallo”, ossia come conduttore del mezzo di locomozione più comune, il risciò, sopportando estremi patimenti e rinunce, ma affrontando con rassegnazione la sua quotidiana sfida per la vita.

Padre Paul Lambert è invece un missionario francese con chiare aspirazioni alla santità, venuto in India per farsi povero fra i poveri. Il suo punto di vista è opposto rispetto a quello di Hasari Pal: nessuna delle difficoltà sembra piegare la sua determinazione, anzi, ogni prova alla quale la città lo sottopone rappresenta per lui l’ennesima manifestazione di Dio.
Ai suoi occhi, la capacità di quegli uomini di trovare, anche in quello spettacolo di immensa e profondissima miseria, ragioni di allegria ed istanti di felicità, è qualcosa di sublime.
L’amore di Lambert verso questa umanità misera ma vivissima diverrà presto sconfinato e, oltrepassando ogni distinzione religiosa (e tantissimi ostacoli burocratici), lo porterà a costruire una struttura per l’assistenza medica ai lebbrosi.

Solo verso la fine del libro incontreremo un terzo personaggio, Max Loeb, un medico americano accorso a Calcutta in risposta ad un annuncio di padre Lambert; un personaggio piuttosto marginale se non fosse che il film, tratto dal libro, lo elevi a protagonista.
(Curiosità vuole che lo stesso faccia chi ha scritto la quarta di copertina per la Mondadori; è molto probabile che costui abbia dedicato alla stesura della recensione le sole due ore di durata del film!).
La forza del libro sta però nello stile che Dominique Lapierre ha voluto imprimergli. Pochi libri sono capaci di suscitare una così grande capacità di immedesimazione.
Mischiando racconto e reportage, alternando le vive voci dei personaggi con descrizioni precise e dettagliate, Lapierre riesce a rendere la sua narrazione incredibilmente realistica, capace di catapultarci nella brulicante e spesso terribile vita indiana, legandoci alla pagina in tanti modi: narrando con minuzia la miseria, la povertà, gli enormi disagi della quotidianità, ma anche fornendo straordinari esempi di dignità e gioia di vivere.
Aggiungerei: incuriosendoci continuamente e spesso commuovendoci.
Il risultato che l’opera produce sull’anima di un occidentale non può che essere quello di condurlo verso una maggiore consapevolezza della sua fortuna: abituati come siamo agli agi, ignoriamo l’indigenza nella quale versa gran parte dell’umanità.
Ciò da una parte getta nuova luce sulla nostra fortuna, la ravviva, le dà il giusto valore, dall’altra (soprattutto gli esempi di Lambert e Max Loeb) ci spinge a fare qualcosa che possa cambiare veramente le cose.
Tutto questo dà a “La Città della gioia” un’aura di “lettura obbligata”.
 
postato da: gogol77 alle ore settembre 19, 2009 12:39 | Permalink | commenti
categoria:cinema, letteratura, racconto, recensione, libro, classico, capolavoro, dominique lapierre, TUTTIINPIAZZA
lunedì, 30 marzo 2009


Partiamo da un fatto: alla base del successo di “Gomorra”, il libro di Roberto Saviano, c'è una molteplicità di fattori talmente vasta che è difficile indicarne uno in particolare.

Primo fra tutti l’esigenza, sentita da gran parte dei lettori, di una letteratura che si sporchi di realtà, che tenti di intelleggerla e di spiegarne quello che nasconde dietro le apparenze.
Saviano non ha solo parlato di camorra, ma ci ha mostrato i cancri nascosti e smascherando soprattutto i collegamenti, gli intrecci, le interposizioni di interessi, ci ha fornito una radiografia del reale capace di darci una inorridente visione di insieme.
Ha fatto tutto questo utilizzando, inoltre, un espediente letterario – l’inchiesta giornalistica che si fa romanzo che si fa denuncia – di un’efficacia senza precedenti, in grado di lasciarci, a fine lettura, storditi ed esausti. 



Alla luce di queste considerazioni, le obiezioni di plagio che Simone Di Meo, giornalista napoletano, muove nei confronti di Saviano appaiono ancora più risibili. Di Meo accusa lo scrittore di aver preso spunto da alcuni suoi articoli e da qualche sua confidenza senza indicarne, nel romanzo, la fonte.

Adesso, non c’è dubbio che Saviano non abbia vissuto direttamente tutte le esperienze che racconta. Lo stesso scrittore ammette di aver attinto informazioni da una molteplicità di fonti. Quello che però ne ha tratto da questa argilla grezza è un unicum letterario, unanimemente apprezzato da critica e lettori, che ha poi avuto, soprattutto, il grande merito extra letterario di smuovere le coscienze e di catalizzare l’attenzione su un problema che prima molti facevano finta di non vedere. E’ questo a mio avviso il merito più grande di Saviano che spiega, in parte, il suo successo.
E’ possibile che Di Meo non intuisca come passino davvero in secondo piano le sue richieste di una nota a piè di pagina? E’ possibile che tenti di passare oltre l’importanza di tutto questo per tediarci con le sue frivole questioni editoriali? Sono forse queste domande ad aver eccitato la mia dietrologia. Ed ecco che quello che pensavo mi viene confermato anche da Saviano.
Nel suo intervento televisivo egli ha motivato quest’attacco adducendo un intento diffamatorio che proverrebbe da quella stessa stampa che “spalleggiava” la criminalità organizzata e usava il mezzo della diffamazione per isolare chi si ribellava. Accadde con Don Peppe Diana sul cui conto certa stampa casertana elevò a certezza, nei giorni immediatamente successivi alla sua morte, accuse infamanti che non erano supportate da alcuna prova. Di Meo, non a caso, proverrebbe proprio da quella stampa.



Certo può essere. Che almeno questo sia nelle intenzioni di qualcuno è possibile. Che ci siano anche qui collegamenti e relazioni con la criminalità organizzata è probabile, anzi, appare quasi inevitabile.

Nel suo intervento televisivo Saviano ha voluto andare oltre tutto questo. Ha fatto sì nomi e mostrato articoli, e dimostrato la sua tesi, ma oltre a denunciare collusioni a mio avviso il suo intento era ancora un altro: quello di continuare nella rappresentazione di quella realtà che tanto lo inorridisce. La cultura mafiosa, ha voluto ripeterci, impregna ogni settore di questa nostra società meridionale, la satura orientando menti e coscienze e impone atteggiamenti consenzienti che, però, diventano colpevoli se ad assumerli sono giornalisti o editori.
Inoltre conduce, cosa ancor più grave, all’abitudine: l’indignazione si placa e si è portati ad accettare quello che avviene perché così vanno le cose, non c’è alcun modo di cambiarle.
Lo stesso Di Meo afferma banalmente nel suo blog che Saviano esageri, che i padrini non sono queste menti eccelse, che lo scrittore “mitizzi” il sistema. Insomma tenta di sminuire.
Io adesso non so se l’intento di Di Meo sia quello di farsi testa di ponte di questo oscuro fronte diffamatorio, o se invece tenti solo di inserirsi nella scia del successo di Gomorra. In entrambi i casi lui potrebbe solo essere uno strumento. Però ci preme rassicurarlo: che tenti pure di inserirsi nella schiera di epigoni che tentano di sfruttare la scia, ma difficilmente riuscirà ad oscurare la luce di un ragazzo che davvero sta facendo molto per cambiare le cose.
Perché la più grande ragione alla base del successo di Gomorra è, secondo me, lo stesso Roberto Saviano.



E’ quel misto di qualità che saltano agli occhi dei suoi lettori e di chi lo ha potuto osservare nei suoi interventi televisivi. Un ragazzo dal coraggio e dalla testardaggine fuori dal comune che tenta giorno dopo giorno di perpetuare la sua ossessione, di resistere alle forze che tentano di riposizionarlo ai margini, e che ci continua a parlare di camorra (a noi ma soprattutto all’Italia intera, affinché la camorra non venga scambiata per un problema locale). E tutto questo perché non ritorni il silenzio, perché si parli di ciò che per troppi anni è stato colpevolmente taciuto.

La sua profonda e sincera indignazione civile trasuda da ogni parola che pronuncia, e dietro di essa, sono sicuro, non c’è mai stato - perché non ci può essere - nessunissimo calcolo. Che poi quella “macchina da guerra” di marketing che è la Mondadori si arricchisca con lui, questa è un’altra questione che, a me, personalmente non interessa.
Le reazioni di Roberto Saviano alla popolarità, al successo anche economico, non hanno per nulla scalfito la forza di una lotta che lo pervade tutto, e che orienta ogni sua azione e intervento.
E sono queste le cose fondamentali su cui conta concentrarsi. A noi pubblico di suoi lettori non interessano le beghe da scrittorucoli verso le quali qualcuno, chissà chi, tenta di spostare la nostra attenzione. La nostra attenzione resta lì, accanto a questo ragazzo che agita le nostre coscienze civili e ci inculca, giorno dopo giorno, la speranza che un giorno le cose, dalle nostre parti, possano cambiare.

http://www.tuttiinpiazza.it/articoli/arte_e_letteratura/no_saviano_non_ha_plagiato_nessuno/no_saviano_non_ha_plagiato_nessuno.asp


postato da: gogol77 alle ore marzo 30, 2009 17:29 | Permalink | commenti
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giovedì, 04 dicembre 2008

 

Articolo tratto da http://www.tuttiinpiazza.it/articolo_rub.asp?id_articolo=221




In una Tokyo fredda e geometrica, le prostitute di un’agenzia si muovono da un grattacielo all’altro, addentrandosi negli spazi angusti di anonime stanze d’albergo, con il loro armamentario di attrezzi di piacere in borsetta. Il ventaglio di servizi che offrono è ampio e singolare ma può essere riassunto da una sigla: BDSM ossia bondage o sadomasochismo.



Sebbene il libro (e il film successivo dello stesso scrittore) sia diventato un cult per gli amanti di questo genere di pratiche sessuali estreme, limitare quest’opera a semplice inventario esemplificativo significa non averne colto per nulla il significato profondo né l’intento dell’autore.

Pensato come una successione di esperienze raccontate dalle stesse ragazze, Ryu Murakami ci conduce insieme alle sue “vittime” in equilibrio su di un filo di rasoio, lungo un sentiero di degradazione che ondeggia tra confini di follia e perdita di sé.

Tokyo Decadence non ci mostra il male puro, ma piuttosto fin dove possa spingersi “il gioco del male a pagamento”.




Da una parte i clienti, facoltosi, che sperimentano su questi giocattoli di carne le torture più umilianti, le pratiche più perverse, il loro catalogo più bestiale di tormenti e umiliazioni; clienti ai quali il denaro concede il piacere complesso e insano di poter decidere della vita di un altro essere, di degradarlo ad insetto, di violare le regole della normalità per abbandonarsi a pratiche che in altri ambiti sembrerebbero folli se non addirittura ridicole (il denaro trasforma la condannata anormalità in tollerabile eccentricità).



Dall’altra, queste ragazze, abituate a non mostrare la propria umanità, a celarla, ad alienarsi, che vivono la loro condizione di schiave in maniera quasi automatica, ciascuna di loro con in mente uno stratagemma psicologico per tirarsi fuori dalla squallida pozza di realtà nella quale sono costrette a guadare.

I ricordi o un amore rappresentano una corda di salvezza mentale, sottile e fragile, tesa tra due pianeti, che talvolta si spezza abbandonandole oltre il confine della pazzia.



Nel loro sforzo di diventare oggetti, “cose animate” nella misura che desiderano i clienti, sanno bene che il segreto per sopravvivere è quello di rinforzare a sufficienza lo scrigno nel quale custodire la propria anima.

Rimbalzi frequenti ad esperienze passate, i ricordi dell’infanzia, o di un’epoca felice del proprio vissuto, arrivano in soccorso di queste donne nei momenti di peggiore degradazione fisica e morale, nel mentre di una pratica sadomaso o di un perverso gioco di depravazione e prevaricazione.

Il vuoto pneumatico nel quale si immergono per un attimo si riempie di colore, e ne preserva la sanità mentale. Ma il rischio che si corre è grande e non per tutte c’è la salvezza. Lì fuori, nel mondo, in questo mondo, non c’è nessuna umana compassione, né pietà.



Murakami in un’intervista ha ammesso che l’intento della sua opera era quello di “tracciare un parallelismo tra la solitudine dello scrittore e quello della prostituta”. Entrambi guardano ciò che gli accade intorno con la stessa indifferenza, senza coinvolgimenti che li spingano ad amare od odiare, ma registrando semplicemente ciò che succede con una passività che è presunzione esistenziale, distacco intellettuale.

Il rischio di smarrirsi è dietro l’angolo, ma correre quel rischio rappresenta per entrambi l’unica alternativa di vita possibile.

postato da: gogol77 alle ore dicembre 04, 2008 17:42 | Permalink | commenti (1)
categoria:cinema, letteratura, racconto, recensione, televisione, libro, violenza, classico, capolavoro
martedì, 12 agosto 2008


L’adattamento cinematografico di un libro è sempre un passaggio traumatico, mai scevro di critiche e confronti.  Profonde mutilazioni o troppa libertà interpretativa, mai che si giunga alla sua giusta via di mezzo. Ma come possono due linguaggi artistici diversi giungere all’ideale della coincidenza?

Per quanto Carlo Lizzani, portando sugli schermi “La vita agra” di Luciano Bianciardi, con uno straordinario Ugo Tognazzi, abbia tentato di riproporre, a mio avviso riuscendoci, lo spirito dell’opera, ciò che preme è rispolverare il ricordo di uno scrittore grandissimo che però, a distanza di anni, resta ancora poco conosciuto e divulgato.

 

Il film riproposto da La7 la serata dell’11 agosto fornisce l’occasione per parlare di quello che resta uno dei capisaldi della letteratura italiana del Novecento. 

“La vita agra” è la storia di un infiltrato, di un intellettuale di provincia che si reca a Milano con propositi anarchico-dinamitardi (vuole far saltare il Pirellone per vendicare 43 minatori morti in un’esplosione pilotata), ma che rimane impantanato nella vita da incubo del cittadino medio metropolitano, con la frenesia che la contraddistingue, abitante anonimo di un microappartamento diviso con una folla chiassosa, spettatore involontario di un’Italia post-miracolo, contraddittoria nei suoi scontri di piazza e nel suo consumismo dilagante.

 

Lo sguardo del protagonista, Luciano, è dissacratorio, ironico, nei confronti di una modernità un po’ bizzarra, mossa dall’ideale del denaro, del capitalismo distillato nelle pieghe della società da mezzi di persuasione di massa sempre più efficaci. E’ un proletario più sarcastico che guerrafondaio, che non partecipa attivamente alle manifestazioni popolari, che si ribella ad un lavoro parcellizzato e disumanizzante, ma che l’amore per Anna e il bisogno piegheranno alla vita media.

Diventerà addirittura un creativo pubblicitario, uno di quei persuasori occulti espressione più perversa di quel tipo di società che aveva tanto criticato e vilipeso.

    La storia di Luciano Bianchi, alter ego assolutamente non celato dell’autore, non smette di affascinare a distanza di più di 40 anni, perché descrive una condizione piuttosto universale, quella dell’intellettuale che per ragioni di sopravvivenza si trova ad un tratto della propria vita di fronte un bivio: continuare nella cieca ribellione al sistema e subirne le conseguenze o inchinarsi allo stesso, ma dissacrarlo almeno. Luciano non ha la forza necessaria a fare quel salto del fosso che lo renda non-comune e cede alla vita comoda, ordinaria e agra, della borghesia rinunciataria, apatica, irreggimentata. La sua riflessione giunge alla conclusione che si è sempre sconfitti, qualsiasi scelta si faccia, perché si combatte contro forze stritolanti, verso le quali l’individuo, spolpato, ridotto a fantoccio, nella sua solitudine, ha poco da fare. E’ un esito rassegnato, triste, ma che mai dimentica quell’ironia di fondo, quel piglio da goliardico toscanaccio che contraddistingue tutta la produzione di Bianciardi.

Se non l’avete ancora letto, non è mai troppo tardi per farlo. Ma non perdete altro tempo!

Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?
È vero, di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano.


postato da: gogol77 alle ore agosto 12, 2008 13:40 | Permalink | commenti
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martedì, 05 agosto 2008


Funny Games, versione 2007, (o forse sarebbe meglio dire versione inglese) è il primo esempio di clone filmico, non un remake sulla scia del Psycho di Van Sant, ma una pedissequa copia con unico neo distinguente : il cast.

Laddove nel 1997 c’erano sconosciuti, seppur bravissimi, attori austriaci, ora ci sono Tim Roth e Naomi Watts, altrettanto bravi, ma soprattutto più appetibili per il botteghino.

E d’altronde il regista non nasconde che l’unica ragione che lo ha spinto a girare questa seconda versione è quella di arrivare ad un pubblico più vasto. Comprensibile ragione a mio avviso. Perché, in fondo, quale peggiore condanna per un regista se non quella di essere relegato in un fantomatico gotha di registi d’essai? Condanna ancora più paradossale per un film pensato espressamente per provocare lo spettatore, per incollarlo alla poltrona e coinvolgerlo – per colpa dell’occhiolino ammiccante strizzato ad un tratto del film dal protagonista Michael Pitt – come testimone e, se vogliamo, come complice del simpatico gioco di perversa dominazione della famiglia, un semplice esercizio di crudeltà volto alla degradazione di esseri umani a rigidi fantocci incapaci di sottrarsi, a straordinari oggetti da intrattenimento.

Il classico intento cinematografico di immedesimazione del pubblico nei protagonisti/vittime della storia raccontata viene provocatoriamente ribaltato. Il pubblico è uno sterile – e molto sadico – voyeur che assiste alla violenza immotivata in tempo reale, una violenza affatto filtrata quanto fortemente realistica.


Nella tranquilla vita di una famigliola medio borghese, colta e istruita, in una casa in riva al lago nella quale passano le vacanze, irrompono due giovani di bianco vestiti e guantati, dai modi gentili ed affabili, quasi raffinati nel loro modo di porsi, nel vezzo di avanzare con le mani agganciate dietro la schiena. Lentamente la famiglia diventerà ostaggio del loro simpatico gioco, senza scopo alcuno se non quello, appunto, di giocare.



Gli indizi che indicano l’intento meramente provocatorio di questa opera possono individuarsi fin dal principio: le scene di vita casalinga, pensate per presentare gli oggetti della violenza (coltelli, mazze da golf), hanno un che di caricaturale, di beffardo, quasi a voler scimmiottare il solito repertorio del film di genere, a voler ironicamente parodiare le sue logiche e le certezze di uno spettatore assuefatto ad una narrazione stereotipata. La trovata del rewind conferma ulteriormente quanto detto, anzi lo certifica: non la solita resa dei conti tanto liberatoria ma anche tanto banale e prevedibile, eccoti servito l’epilogo anticonvenzionale: i cattivi restano impuniti, le vittime muoiono incapaci di opporre resistenza, i simpatici giochi continuano altrove, non c’è nessun consolante riscatto stavolta.

Haneke maltratta lo spettatore, lo accusa senza mezzi termini di complicità, anche il suo è un simpatico gioco per condurre il quale si serve di un’oggettività glaciale fatta di dilatazioni del tempo, piani sequenza e violenza trattenuta fuori campo. Quest’ultima scelta a mio avviso molto efficace nella logica del racconto: il fatto che la violenza non sia mai mostrata ma rimanga fuori campo accresce il contrasto tra l’aspetto apparentemente innocuo dei seviziatori (che non si vedono mai compiere appunto le atrocità) e l’efferatezza delle azioni che compiono.

"Perchè non ci uccidete subito e la fate finita?"
"E che ne sarebbe dello spettacolo?"


http://www.luckyred.it/funnygames/

postato da: gogol77 alle ore agosto 05, 2008 11:59 | Permalink | commenti
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mercoledì, 20 febbraio 2008

                                            


Otilia è una ragazza romena, ventiduenne, che occupa una delle stanze della casa dello studente di Bucarest insieme a Gabita.

Entrambe sono giovani e belle, ma Gabita ha un problema: una gravidanza non voluta che le inimicherà il padre, la società, l’universo intero.

Fragile, superficiale, ammalata di una tremula incapacità di vivere, appesantita da questo fardello troppo ingombrante per la sua giovane età, chiede alla più risoluta e determinata Otilia di organizzarle l’aborto. Illegale all’epoca dei fatti (siamo nella Romania del 1987).

Assisteremo in tempo reale all’incontro col medico abortista, alle sue spietate richieste di sesso e denaro, all’operazione condotta in un’anonima stanza d’albergo e alla finale liberazione dal feto.


In una Bucarest senza orpelli, povera e rinsecchita come le piante spoglie che costeggiano le sue strade mal asfaltate, sorvegliata da una burocrazia scostante e frustrata, prevedibile scenario di un regime in disfacimento, l’attenzione del regista si concentra su queste due individualità impaurite, che si esprimono tanto con silenzi, pause, tenerezze di piccoli gesti.

Ma è un’attenzione compunta, distaccata, che fa parlare i volti degli attori, le loro azioni, i drammi che in presa diretta incontrano e vivono.

Con uno scarno armamentario di campi lunghi, successioni di inquadrature fisse, spesso divise o occupate da un tavolo, di riprese camera alla mano nelle scene in movimento, di dialoghi di un raro realismo, questa straordinaria essenzialità rende le immagini ancora più dure, terrificanti, drammatiche.

La scena della cena a casa dei genitori del fidanzato di Otilia descrive un mondo - le sue logiche sociali, il suo perbenismo ipocrita e razzista - e nello stesso tempo tortura lo spettatore, gioca con la sua ansia, provocando, grazie a questa tecnica asciutta di rappresentazione, la sensazione che qualcosa di terribile stia per accadere.

Non c’è patetismo, non c’è presa di posizione, né tanto meno condanna, nessun filtro ideologico, è solo cinema votato alla narrazione, il tentativo, riuscito, di far toccare con mano vite lontane dalle nostre, di farci rivivere per un attimo, attraverso il nostro sguardo rapito, un mondo sconosciuto e annichilito.

Vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2007 (meritatissima a detta di gran parte del fronte critico), “4 mesi 3 settimane 2 giorni” del regista Christian Mingiu è il primo racconto di una serie, intitolata “Racconti dell’età dell’oro”, ambientata nella Romania del regime comunista.


postato da: gogol77 alle ore febbraio 20, 2008 10:13 | Permalink | commenti
categoria:cinema, recensione