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Scopro con imperdonabile ritardo i “Nove racconti” di J.D. Salinger e con imperdonabile ritardo ne vengo mutato.
A colpirmi particolarmente è la forza dei dialoghi. Lo stile è moderno, conciso, i trucchi che Salinger imbastisce sono lì, si sente che c'è tanto studio dietro ogni battuta, dietro ogni gesto, eppure tutto è nascosto a dovere. I batti e ribatti sono geometricamente precisi, non una sbavatura del ritmo, tutto scorre rapido facendo emergere voci, atmosfere, incredibilmente evocative.
Ne derivano racconti dall’apparenza semplice ma capaci di trasmettere al lettore quel “non-detto” che è il tocco di genio dello scrittore.
Le piccole tragedie quotidiane tracciano un profilo di una condizione umana costantemente in bilico tra aspirazioni e la grigia esistenza fatta di perbenismo e superficialità. La verità è esclusiva di bambini e personalità nevrotiche, perché entrambi incapaci di nasconderla dietro la facile panacea del conformismo.

Bambini dotati intellettualmente, curiosi, a volte con un sorprendente senso dell’esistenza, bambini sensibili, anche se spesso difficili, come turbati da un’acerba disperazione di cui percepiscono l’incombenza.
La loro ingenuità giocosa e curiosa consacra l’infanzia come momento irripetibile e magico, picco esistenziale verso il quale la nostalgia rimarrà incurabile.

Lettura imprescindibile, quella dei “Nove Racconti” per chi aspira a costruire short stories che siano solo accettabili, lettura però anche rischiosa, perché capace di suscitare, nel lettore/scrittore meno scafato, la tentazione all’imitazione. Prima di conoscere i nove racconti ignoravo la grandezza di Salinger e, ascrivendola solo a “Il giovane Holden”, la ritenevo quasi un’esagerazione del fronte critico. I nove racconti hanno risolto l’errore in cui cadevo. Nessuno dei nove racconti è stato capace di deludermi. Ciascuno di essi cela un numero impressionante di insegnamenti. Primo fra tutti quello di una narrazione che lasci qua e là delle zone d’ombra, nelle quali il lettore possa piacevolmente avventurarsi con la bussola della propria immaginazione.






