Nome: Stefano Crupi Mi alimento di parole. Le parole mi indicano le rotte da seguire, sono la musica della mia vita. Sono cieco finchè non do un nome alle cose che vedo.
Le prime pagine di “Domani nella battaglia pensa a me” dello scrittore spagnolo Javier Marias sono una trappola che ti incatena:
Nessuno pensa mai che potrebbe ritrovarsi con una morta tra le braccia e non rivedere mai più il viso di cui ricorda il nome. Nessuno pensa mai che qualcuno possa morire nel momento più inopportuno anche se questo capita di continuo, e crediamo che nessuno, se non chi sia previsto, dovrà morire accanto a noi.
Quello che segue non è un semplice racconto dei fatti ma il pensiero di un uomo – che procede attraverso un denso flusso di coscienza, inizialmente farraginoso poi via via più ipnotico, i cui ingredienti sono qualche ripetizione, lunghe digressioni, il soffermarsi spesso su dettagli a prima vista insignificanti – che si è trovato impelagato in una strana storia: Victor viene invitato a cena da Marta, mentre il marito è a Londra per lavoro ed il figlio dorme.
L’incontro clandestino sembrerebbe svilupparsi nel modo più convenzionale se non fosse che ad un certo punto accade il peggio: per una non precisata ragione Marta si sente male e muore in pochi minuti.
Non è morta da sola, e il fatto che qualcuno muoia mentre tu continui a rimanere vivo ti fa sentire come un criminale per un istante o per una vita.
Da questo momento assisteremo ad un continuo smascheramento, un gioco letterario di scatole cinesi che sfrutta il potere della parola - di creare suggestione e stuzzicare le corde dell’emotività - per svelare, attraverso(continua a leggere)
Il nuovo giornale online Tuttiinpiazza.it, testata con la quale mi onoro di collaborare con recensioni letterarie e articoli di economia, sta partecipando ad un concorso indetto dalla Provincia di Caserta che intende premiare giovani talenti e le loro iniziative.
A rappresentarci, quello che, in apparenza, sembra un losco figuro, Domenico Callipo, è in verità un ragazzo d'oro, pieno di sani principi oltre che un ottimo giornalista.
Vi invito pertanto a darci una mano in questa votazione che è molto importante soprattutto per i premi in denaro che potrebbero permetterci qualche attimo di tranquillità nella conduzione di questa nostra iniziativa giornalistica.
Tuttiinpiazza.it è una testata indipendente, un progetto portato avanti da giovani appassionati e senza alcuna finalità di lucro. Finora siamo riusciti a sopperire alle immancabili spese con sponsor e anche grazie all'intervento della redazione tutta.
E' necessario votare tutti i 19 partecipanti, pertanto, per agevolate Tuttiinpiazza, dare voto 1 a tutti e 5 solo all'ultimo concorrente, appunto Domenico Callipo.
Il contadino bengalese Hasari Pal abbandona l’avara campagna indiana con famiglia al seguito, direzione Calcutta. La bidonville nella quale finisce, Anand Nagar, “la città della gioia”, di gioia gliene riserverà ben poca. Presto verrà ribattezzata più propriamente “città disumana”, perché la più grande baraccopoli di Calcutta è in verità un posto infernale e maleodorante nel quale si affannano, in cerca di cibo, genti di ogni religione e razza: cattolici, induisti, mussulmani, buddisti, bianchi, neri, meticci.
Hasari Pal troverà impiego come “uomo cavallo”, ossia come conduttore del mezzo di locomozione più comune, il risciò, sopportando estremi patimenti e rinunce, ma affrontando con rassegnazione la sua quotidiana sfida per la vita.
Padre Paul Lambert è invece un missionario francese con chiare aspirazioni alla santità, venuto in India per farsi povero fra i poveri. Il suo punto di vista è opposto rispetto a quello di Hasari Pal: nessuna delle difficoltà sembra piegare la sua determinazione, anzi, ogni prova alla quale la città lo sottopone rappresenta per lui l’ennesima manifestazione di Dio.
Ai suoi occhi, la capacità di quegli uomini di trovare, anche in quello spettacolo di immensa e profondissima miseria, ragioni di allegria ed istanti di felicità, è qualcosa di sublime.
L’amore di Lambert verso questa umanità misera ma vivissima diverrà presto sconfinato e, oltrepassando ogni distinzione religiosa (e tantissimi ostacoli burocratici), lo porterà a costruire una struttura per l’assistenza medica ai lebbrosi.
Solo verso la fine del libro incontreremo un terzo personaggio, Max Loeb, un medico americano accorso a Calcutta in risposta ad un annuncio di padre Lambert; un personaggio piuttosto marginale se non fosse che il film, tratto dal libro, lo elevi a protagonista.
(Curiosità vuole che lo stesso faccia chi ha scritto la quarta di copertina per la Mondadori; è molto probabile che costui abbia dedicato alla stesura della recensione le sole due ore di durata del film!).
La forza del libro sta però nello stile che Dominique Lapierre ha voluto imprimergli. Pochi libri sono capaci di suscitare una così grande capacità di immedesimazione.
Mischiando racconto e reportage, alternando le vive voci dei personaggi con descrizioni precise e dettagliate, Lapierre riesce a rendere la sua narrazione incredibilmente realistica, capace di catapultarci nella brulicante e spesso terribile vita indiana, legandoci alla pagina in tanti modi: narrando con minuzia la miseria, la povertà, gli enormi disagi della quotidianità, ma anche fornendo straordinari esempi di dignità e gioia di vivere.
Aggiungerei: incuriosendoci continuamente e spesso commuovendoci.
Il risultato che l’opera produce sull’anima di un occidentale non può che essere quello di condurlo verso una maggiore consapevolezza della sua fortuna: abituati come siamo agli agi, ignoriamo l’indigenza nella quale versa gran parte dell’umanità.
Ciò da una parte getta nuova luce sulla nostra fortuna, la ravviva, le dà il giusto valore, dall’altra (soprattutto gli esempi di Lambert e Max Loeb) ci spinge a fare qualcosa che possa cambiare veramente le cose.
Tutto questo dà a “La Città della gioia” un’aura di “lettura obbligata”.
In una Tokyofredda e geometrica, le prostitute di un’agenzia si muovono da un grattacielo all’altro, addentrandosi negli spazi angusti di anonime stanze d’albergo, con il loro armamentario di attrezzi di piacere in borsetta. Il ventaglio di servizi che offrono è ampio e singolare ma può essere riassunto da una sigla: BDSM ossia bondage o sadomasochismo.
Sebbene il libro (e il film successivo dello stesso scrittore) sia diventato un cult per gli amanti di questo genere di pratiche sessuali estreme, limitare quest’opera a semplice inventario esemplificativo significa non averne colto per nulla il significato profondo né l’intento dell’autore.
Pensato come una successione di esperienze raccontate dalle stesse ragazze, Ryu Murakami ci conduce insieme alle sue “vittime” in equilibrio su di un filo di rasoio, lungo un sentiero di degradazione che ondeggia tra confini di follia e perdita di sé.
Tokyo Decadence non ci mostra il male puro, ma piuttosto fin dove possa spingersi “il gioco del male a pagamento”.
Da una parte i clienti, facoltosi, che sperimentano su questi giocattoli di carne le torture più umilianti, le pratiche più perverse, il loro catalogo più bestiale di tormenti e umiliazioni; clienti ai quali il denaro concede il piacere complesso e insano di poter decidere della vita di un altro essere, di degradarlo ad insetto, di violare le regole della normalità per abbandonarsi a pratiche che in altri ambiti sembrerebbero folli se non addirittura ridicole (il denaro trasforma la condannata anormalità in tollerabile eccentricità).
Dall’altra, queste ragazze, abituate a non mostrare la propria umanità, a celarla, ad alienarsi, che vivono la loro condizione di schiave in maniera quasi automatica, ciascuna di loro con in mente uno stratagemma psicologico per tirarsi fuori dalla squallida pozza di realtà nella quale sono costrette a guadare.
I ricordi o un amore rappresentano una corda di salvezza mentale, sottile e fragile, tesa tra due pianeti, che talvolta si spezza abbandonandole oltre il confine della pazzia.
Nel loro sforzo di diventare oggetti, “cose animate” nella misura che desiderano i clienti, sanno bene che il segreto per sopravvivere è quello di rinforzare a sufficienza lo scrigno nel quale custodire la propria anima.
Rimbalzi frequenti ad esperienze passate, i ricordi dell’infanzia, o di un’epoca felice del proprio vissuto, arrivano in soccorso di queste donne nei momenti di peggiore degradazione fisica e morale, nel mentre di una pratica sadomaso o di un perverso gioco di depravazione e prevaricazione.
Il vuoto pneumatico nel quale si immergono per un attimo si riempie di colore, e ne preserva la sanità mentale. Ma il rischio che si corre è grande e non per tutte c’è la salvezza. Lì fuori, nel mondo, in questo mondo, non c’è nessuna umana compassione, né pietà.
Murakami in un’intervista ha ammesso che l’intento della sua opera era quello di “tracciare un parallelismo tra la solitudine dello scrittore e quello della prostituta”. Entrambi guardano ciò che gli accade intorno con la stessa indifferenza, senza coinvolgimenti che li spingano ad amare od odiare, ma registrando semplicemente ciò che succede con una passività che è presunzione esistenziale, distacco intellettuale.
Il rischio di smarrirsi è dietro l’angolo, ma correre quel rischio rappresenta per entrambi l’unica alternativa di vita possibile.
Nonostante sia il suo giorno di riposo, alla fine di una settimana faticosa e stressante, questo “Sabato” è pieno di impegni per il neurochirurgoHenry Perowne, tra una partita di squash, la visita in clinica dell’anziana mamma che oramai neanche più lo riconosce, e i preparativi per la cena serale che vedrà finalmente riconciliarsi, dopo anni di silenzioso rancore, la figlia, poetessa esordiente, e il suocero, poeta famoso e conclamato.
Già l’inizio della giornata lascia presagire che non tutto filerà liscio come programmato: l’insonne Perowne assiste all’atterraggio di fortuna di un aereo in fiamme, stando comodamente affacciato alla propria finestra di casa, per poi seguire, durante l’intero arco della giornata (e del libro), le news dalla televisione e il lento scivolare di quell’evento attraverso la scaletta di importanza dei telegiornali.
Una famiglia borghese, benestante, colta, quella di Perowne: lui, razionalista, conservatore, ma nello stesso tempo aperto alle altrui opinioni, capace di mettere in discussione le proprie; la moglie Rosalind, avvocatessa, ancora bella, di cui è felicemente innamorato; due figli moderni e girovaghi, liberi e tranquilli (a parte piccoli contrasti sulla vicenda Iraq con la figlia Daisy, pacifista tout court); un suocero con il quale ha instaurato un rapporto di pacifica indifferenza.
Tutto andrebbe alla grande se non intervenisse a guastare il solito tram tram feriale un piccolo evento dall’apparenza irrilevante – un banale incidente stradale - che però si rivelerà potenziale portatore di sciagure.
Siamo in una Londra post 11 settembre, invasa da una manifestazione contro l’intervento in Iraq. Il clima è quello comune a tanti capitali europee: una ritrovata insicurezza, l’instabilità derivante dall’aver visto la storia deviare ed obbligare ogni cittadino occidentale a fare i conti con il terrorismo.
Perowne è un individuo comune che vive l’attualità attraverso la finestra televisiva, paventando che quello che vede possa sconvolgere la sua quotidianità.
Questo l’intreccio.
McEwan ci ha abituato a partire da piccole vicende ordinarie per mostrarci nuove prospettive o le emozioni fugaci che fanno capolino nelle rare occasioni del nostro vivere quotidiano. Ogni storia, per quanto ordinaria, nelle sue mani può mostrarci il lato inaspettato, sorprendente.
Veniamo allora allo stile. Attraverso una terza persona “molto personale”, McEwan sceglie di descrivere il più particolare dettaglio emozionale con precisione chirurgica (non sarà un caso che scelga come protagonista un neurochirurgo), con una perizia lessicale che è frutto di una profonda ricerca terminologica, costruendo frasi di straordinaria efficacia.
Ci introduce nel mondo di dettagli che l’occhio normale, per sua natura distratto, non può cogliere. Ecco i frame che ci scivolano davanti troppo rapidamente. Ecco la nostra disattenzione. Lo scrittore può mostrarci la trama della corda che ci sfugge di mano, scandagliare la realtà con lo strumento della letteratura, dilatare il tempo vivisezionando ogni emozione o sensazione.
Ecco allora il suo intento: evidenziare, nella vita che conduciamo, quanto della realtà che ci circonda sfugga al setaccio della nostra attenzione.
Se avesse scelto protagonisti meno convenzionali, con caratteristiche più distintive, avrebbe rischiato di tradire il suo scopo, avrebbe vanificato quell’effetto di immedesimazione profonda che intende condurci al nocciolo di un’esistenza, all’essenza del suo “vivere”. Scopo di per sé impossibile da cogliere in pieno, quasi trascendentale, ma soprattutto rischioso perché toglie spazio al lettore: tenta di esaurire la sua fantasia piuttosto che stuzzicarla.
E così quella precisione maniacale per il dettaglio che a volte risulta illuminante e attraente, altre volte dà l’impressione che “la tiri troppo per le lunghe”, dilatando il tempo fino a lambire l’irrealistico. Se in molti punti (soprattutto quando descrive gli interventi chirurgici di Perowne) ci immerge in mondi sconosciuti, microscopici, che siano viaggi nelle masse cerebrali o un’interminabile partita di squash, in altre parti, soprattutto laddove la suspence è più alta, la protratta attesa diventa a volte soffocante.
Risultati ambigui quindi. Un gioco che in alcuni punti riesce perfettamente a far sentire il cuore pulsante - di questa individualità ben incastrata nella sua esistenza - ma che spesso rischia di spaventare.
L’aria della camera da letto gli arriva fresca alle narici: è vagamente eccitato mentre si sposta più vicino a Rosalind. Sente il primo ronzio regolare del traffico su Euston Road, come una brezza in un bosco di abeti. Gente che deve trovarsi al lavoro anche di sabato. Il pensiero non gli concilia il sonno però, come spesso succede. La sua mente va al sesso. Se il mondo fosse strutturato a misura dei suoi bisogni, adesso Henry farebbe l’amore con Rosalind, senza preliminari, con una Rosalind più che disponibile, e poi scivolerebbe in un deliquio di sonno immemore. Ma perfino i monarchi dispotici, perfino gli dei dell’antichità non potevano sognarsi un mondo eternamente al loro servizio. Sono soltanto i bambini, in effetti, gli infanti, a percepire il desiderio e la sua realizzazione come una cosa sola; forse è questo che conferisce ai tiranni quell’aria puerile. Il loro pretendere ciò che non possono avere. Quando conoscono la frustrazione, la furia omicida non tarda ad arrivare. Saddam, per esempio, non assomiglia solo ad un brutale mastino. Dà anche l’impressione di un ragazzetto troppo cresciuto e insoddisfatto con l’aria da cane bastonato, e gli occhi scuri un po’ interdetti da tutto quello che sfugge al suo volere. Potere assoluto e piaceri connessi sono appena oltre la sua portata, e si vanno allontanando. Il tiranno sa bene che spedire alla tortura l’ennesimo generale adulatore, o ficcare un proiettile in testa all’ennesimo congiunto non gli procurerà l’appagamento di un tempo.
L’adattamento cinematografico di un libro è sempre un passaggio traumatico, mai scevro di critiche e confronti. Profonde mutilazioni o troppa libertà interpretativa, mai che si giunga alla sua giusta via di mezzo. Ma come possono due linguaggi artistici diversi giungere all’ideale della coincidenza?
Per quanto Carlo Lizzani, portando sugli schermi “La vita agra” di Luciano Bianciardi, con uno straordinario Ugo Tognazzi, abbia tentato di riproporre, a mio avviso riuscendoci, lo spirito dell’opera, ciò che preme è rispolverare il ricordo di uno scrittore grandissimo che però, a distanza di anni, resta ancora poco conosciuto e divulgato.
Il film riproposto da La7 la serata dell’11 agosto fornisce l’occasione per parlare di quello che resta uno dei capisaldi della letteratura italiana del Novecento.
“La vita agra” è la storia di un infiltrato, di un intellettuale di provincia che si reca a Milano con propositi anarchico-dinamitardi (vuole far saltare il Pirellone per vendicare 43 minatori morti in un’esplosione pilotata), ma che rimane impantanato nella vita da incubo del cittadino medio metropolitano, con la frenesia che la contraddistingue, abitante anonimo di un microappartamento diviso con una folla chiassosa, spettatore involontario di un’Italia post-miracolo, contraddittoria nei suoi scontri di piazza e nel suo consumismo dilagante.
Lo sguardo del protagonista, Luciano, è dissacratorio, ironico, nei confronti di una modernità un po’ bizzarra, mossa dall’ideale del denaro, del capitalismo distillato nelle pieghe della società da mezzi di persuasione di massa sempre più efficaci. E’ un proletario più sarcastico che guerrafondaio, che non partecipa attivamente alle manifestazioni popolari, che si ribella ad un lavoro parcellizzato e disumanizzante, ma che l’amore per Anna e il bisogno piegheranno alla vita media.
Diventerà addirittura un creativo pubblicitario, uno di quei persuasori occulti espressione più perversa di quel tipo di società che aveva tanto criticato e vilipeso.
La storia di Luciano Bianchi, alter ego assolutamente non celato dell’autore, non smette di affascinare a distanza di più di 40 anni, perché descrive una condizione piuttosto universale, quella dell’intellettuale che per ragioni di sopravvivenza si trova ad un tratto della propria vita di fronte un bivio: continuare nella cieca ribellione al sistema e subirne le conseguenze o inchinarsi allo stesso, ma dissacrarlo almeno. Luciano non ha la forza necessaria a fare quel salto del fosso che lo renda non-comune e cede alla vita comoda, ordinaria e agra, della borghesia rinunciataria, apatica, irreggimentata. La sua riflessione giunge alla conclusione che si è sempre sconfitti, qualsiasi scelta si faccia, perché si combatte contro forze stritolanti, verso le quali l’individuo, spolpato, ridotto a fantoccio, nella sua solitudine, ha poco da fare. E’ un esito rassegnato, triste, ma che mai dimentica quell’ironia di fondo, quel piglio da goliardico toscanaccio che contraddistingue tutta la produzione di Bianciardi.
Se non l’avete ancora letto, non è mai troppo tardi per farlo. Ma non perdete altro tempo!
“Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?
È vero, di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano.”
Funny Games, versione 2007, (o forse sarebbe meglio dire versione inglese) è il primo esempio di clone filmico, non un remake sulla scia del Psycho di Van Sant, ma una pedissequa copia con unico neo distinguente : il cast.
Laddove nel 1997 c’erano sconosciuti, seppur bravissimi, attori austriaci, ora ci sono Tim Roth e Naomi Watts, altrettanto bravi, ma soprattutto più appetibili per il botteghino.
E d’altronde il regista non nasconde che l’unica ragione che lo ha spinto a girare questa seconda versione è quella di arrivare ad un pubblico più vasto. Comprensibile ragione a mio avviso. Perché, in fondo, quale peggiore condanna per un regista se non quella di essere relegato in un fantomatico gotha di registi d’essai? Condanna ancora più paradossale per un film pensato espressamente per provocare lo spettatore, per incollarlo alla poltrona e coinvolgerlo – per colpa dell’occhiolino ammiccante strizzato ad un tratto del film dal protagonista Michael Pitt – come testimone e, se vogliamo, come complice del simpatico gioco di perversa dominazione della famiglia, un semplice esercizio di crudeltà volto alla degradazione di esseri umani a rigidi fantocci incapaci di sottrarsi, a straordinari oggetti da intrattenimento.
Il classico intento cinematografico di immedesimazione del pubblico nei protagonisti/vittime della storia raccontata viene provocatoriamente ribaltato. Il pubblico è uno sterile – e molto sadico – voyeur che assiste alla violenza immotivata in tempo reale, una violenza affatto filtrata quanto fortemente realistica.
Nella tranquilla vita di una famigliola medio borghese, colta e istruita, in una casa in riva al lago nella quale passano le vacanze, irrompono due giovani di bianco vestiti e guantati, dai modi gentili ed affabili, quasi raffinati nel loro modo di porsi, nel vezzo di avanzare con le mani agganciate dietro la schiena. Lentamente la famiglia diventerà ostaggio del loro simpatico gioco, senza scopo alcuno se non quello, appunto, di giocare.
Gli indizi che indicano l’intento meramente provocatorio di questa opera possono individuarsi fin dal principio: le scene di vita casalinga, pensate per presentare gli oggetti della violenza (coltelli, mazze da golf), hanno un che di caricaturale, di beffardo, quasi a voler scimmiottare il solito repertorio del film di genere, a voler ironicamente parodiare le sue logiche e le certezze di uno spettatore assuefatto ad una narrazione stereotipata. La trovata del rewind conferma ulteriormente quanto detto, anzi lo certifica: non la solita resa dei conti tanto liberatoria ma anche tanto banale e prevedibile, eccoti servito l’epilogo anticonvenzionale: i cattivi restano impuniti, le vittime muoiono incapaci di opporre resistenza, i simpatici giochi continuano altrove, non c’è nessun consolante riscatto stavolta.
Haneke maltratta lo spettatore, lo accusa senza mezzi termini di complicità, anche il suo è un simpatico gioco per condurre il quale si serve di un’oggettività glaciale fatta di dilatazioni del tempo, piani sequenza e violenza trattenuta fuori campo. Quest’ultima scelta a mio avviso molto efficace nella logica del racconto: il fatto che la violenza non sia mai mostrata ma rimanga fuori campo accresce il contrasto tra l’aspetto apparentemente innocuo dei seviziatori (che non si vedono mai compiere appunto le atrocità) e l’efferatezza delle azioni che compiono.
"Perchè non ci uccidete subito e la fate finita?"
"E che ne sarebbe dello spettacolo?"
Scopro con imperdonabile ritardo i “Nove racconti” di J.D. Salinger e con imperdonabile ritardo ne vengo mutato.
A colpirmi particolarmente è la forza dei dialoghi. Lo stile è moderno, conciso, i trucchi che Salinger imbastisce sono lì, si sente che c'è tanto studio dietro ogni battuta, dietro ogni gesto, eppure tutto è nascosto a dovere. I batti e ribatti sono geometricamente precisi, non una sbavatura del ritmo, tutto scorre rapido facendo emergere voci, atmosfere, incredibilmente evocative.
Ne derivano racconti dall’apparenza semplice ma capaci di trasmettere al lettore quel “non-detto” che è il tocco di genio dello scrittore.
Le piccole tragedie quotidiane tracciano un profilo di una condizione umana costantemente in bilico tra aspirazioni e la grigia esistenza fatta di perbenismo e superficialità. La verità è esclusiva di bambini e personalità nevrotiche, perché entrambi incapaci di nasconderla dietro la facile panacea del conformismo.
Bambini dotati intellettualmente, curiosi, a volte con un sorprendente senso dell’esistenza, bambini sensibili, anche se spesso difficili, come turbati da un’acerba disperazione di cui percepiscono l’incombenza.
La loro ingenuità giocosa e curiosa consacra l’infanzia come momento irripetibile e magico, picco esistenziale verso il quale la nostalgia rimarrà incurabile.
Lettura imprescindibile, quella dei “Nove Racconti” per chi aspira a costruire short stories che siano solo accettabili, lettura però anche rischiosa, perché capace di suscitare, nel lettore/scrittore meno scafato, la tentazione all’imitazione. Prima di conoscere i nove racconti ignoravo la grandezza di Salinger e, ascrivendola solo a “Il giovane Holden”, la ritenevo quasi un’esagerazione del fronte critico. I nove racconti hanno risolto l’errore in cui cadevo. Nessuno dei nove racconti è stato capace di deludermi. Ciascuno di essi cela un numero impressionante di insegnamenti. Primo fra tutti quello di una narrazione che lasci qua e là delle zone d’ombra, nelle quali il lettore possa piacevolmente avventurarsi con la bussola della propria immaginazione.
Otilia è una ragazza romena, ventiduenne, che occupa una delle stanze della casa dello studente di Bucarest insieme a Gabita.
Entrambe sono giovani e belle, ma Gabita ha un problema: una gravidanza non voluta che le inimicherà il padre, la società, l’universo intero.
Fragile, superficiale, ammalata di una tremula incapacità di vivere, appesantita da questo fardello troppo ingombrante per la sua giovane età, chiede alla più risoluta e determinata Otilia di organizzarle l’aborto. Illegale all’epoca dei fatti (siamo nella Romania del 1987).
Assisteremo in tempo reale all’incontro col medico abortista, alle sue spietate richieste di sesso e denaro, all’operazione condotta in un’anonima stanza d’albergo e alla finale liberazione dal feto.
In una Bucarest senza orpelli, povera e rinsecchita come le piante spoglie che costeggiano le sue strade mal asfaltate, sorvegliata da una burocrazia scostante e frustrata, prevedibile scenario di un regime in disfacimento, l’attenzione del regista si concentra su queste due individualità impaurite, che si esprimono tanto con silenzi, pause, tenerezze di piccoli gesti.
Ma è un’attenzione compunta, distaccata, che fa parlare i volti degli attori, le loro azioni, i drammi che in presa diretta incontrano e vivono.
Con uno scarno armamentario di campi lunghi, successioni di inquadrature fisse, spesso divise o occupate da un tavolo, di riprese camera alla mano nelle scene in movimento, di dialoghi di un raro realismo, questa straordinaria essenzialità rende le immagini ancora più dure, terrificanti, drammatiche.
La scena dellacena a casa dei genitori del fidanzato di Otilia descrive un mondo - le sue logiche sociali, il suo perbenismo ipocrita e razzista - e nello stesso tempo tortura lo spettatore, gioca con la sua ansia, provocando, grazie a questa tecnica asciutta di rappresentazione, la sensazione che qualcosa di terribile stia per accadere.
Non c’è patetismo, non c’è presa di posizione, né tanto meno condanna, nessun filtro ideologico, è solo cinema votato alla narrazione, il tentativo, riuscito, di far toccare con mano vite lontane dalle nostre, di farci rivivere per un attimo, attraverso il nostro sguardo rapito, un mondo sconosciuto e annichilito.
Vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2007 (meritatissima a detta di gran parte del fronte critico), “4 mesi 3 settimane 2 giorni” del regista Christian Mingiu è il primo racconto di una serie, intitolata “Racconti dell’età dell’oro”, ambientata nella Romania del regime comunista.