mercoledì, 21 ottobre 2009
Fonte: "Tuttiinpiazza.it" - Una Class Action contro Trenitalia


Non c’è questione che unisca di più, che trovi più consensi, che catalizzi di più l’opinione pubblica, livellando ogni differenza di età, ceto, orientamento politico, dell’eterna protesta contro i disservizi di Trenitalia: le voci di studenti, impiegati, professori, dirigenti, militari, spesso si alzano per denunciare gli innumerevoli disagi, ottenendone in cambio solo la beffa dell’aumento immotivato dei biglietti.
D’altra parte, tutti, ma proprio tutti, almeno cento volte nella vita, hanno avuto a che fare con ritardi, cancellazioni, “problemi tecnici di linea”, scioperi, e tutti, ma proprio tutti, una volta messi in viaggio, hanno riscontrato le pessime condizioni igieniche in cui versano le carrozze, la scortesia e il pressappochismo di gran parte del personale ferroviario, l’assenza di sicurezza, insomma, una serie tale di controindicazioni da costringere i più a desistere, la volta successiva, dalla scelta del treno come mezzo di trasporto.
Questa moltitudine parteciperà di certo alla raccolta di adesioni, lanciata dal Codacons, che intende imbastire una class action contro Trenitalia per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dai disservizi.


Cos’è la Class action?
A meno di ulteriori rinvii o cambi di rotta, da gennaio del 2010 anche in Italia si avrà la possibilità di fare cause di gruppo. La class action italiana sarà però, per molti aspetti, diversa da quella americana, soprattutto per il suo punto più dolente, ossia la mancanza della retroattività: non si potrà applicare a tutti i vecchi danneggiamenti ma solo a quelli che verranno.
Una clausola che intende preservare il sistema dal proliferare selvaggio di azioni collettive, ma che comporta una sorta di “spuntatina” di questo strumento di tutela giuridica pensato per la difesa dei diritti del consumatore.



Il Codacons non è nuovo ad azioni legali contro Trenitalia.
A partire dal 2002 sono molte le sentenze che hanno costretto la società ferroviaria a risarcire danni ai suoi passeggeri: l’ultima risale agli inizi di quest’anno quando il Giudice di pace di Roma ha condannato Trenitalia, per aver fatto viaggiare un passeggero al freddo e senza riscaldamento, ad un risarcimento di 350 euro più 1.300 di spese legali, oltre alla pubblicazione della sentenza sui quotidiani "Il Sole24 ore”, "La Repubblica” e "Il Mattino”. Per aderire all'iniziativa del Codacons, è sufficiente compilare il modulo pubblicato sul sito dell’associazione e seguire le istruzioni riportate.



La rivoluzione che si prospetta potrà avere serie conseguenze nei confronti della società,
perché questi risarcimenti, che singolarmente possono sembrare irrisori, potrebbero raggiungere livelli astronomici qualora il fronte degli aderenti si facesse ampio.
Chiaramente si spera che ciò non avvenga, ma che, piuttosto, l’introduzione di questa normativa incentivi la società a migliorare un servizio che adesso, in termini di qualità, è uno dei peggiori d’Europa.

postato da: gogol77 alle ore ottobre 21, 2009 17:36 | Permalink | commenti
categoria:libro, treno, trenitalia, sistema, carovita, codacons, inflazione, ribellione, class action, salari, TUTTIINPIAZZA
mercoledì, 19 agosto 2009

Due ragazzi sono morti: un israeliano di 26 anni che partecipava ad un rave party nelle campagne tra Molise e Campania, nei pressi di Castello del Matese, ed una ragazza di 23 anni, lucana, ad una festa simile nel Salento, tra Castro marina e Marittima di Diso.
Alla base di entrambi i decessi un micidiale cocktail di sostanze stupefacenti. I due fatti di cronaca hanno fornito la solita occasione ai vari Giovanardi e consimili per cavalcare l’onda emotiva con demagogiche minacce di divieti e provvedimenti drastici. Cadendo nell’errore di credere che il problema siano i rave e non le persone che vi partecipano.

Quello che infatti avviene nei rave non è molto diverso da quello che succede in certe discoteche (non in tutte, sia chiaro). Qualcuno dice che i ravers non siano altro che discotecari più estremi, più luridi o più “azzeccati”, non allontanandosi tanto dalla verità.
Perché di queste feste, nate negli Stati Uniti come espressione di una controcultura vitalistica che si inseriva in un clima politico di forte contestazione e che intendeva, con una valenza fortemente simbolica, far rivivere luoghi abbandonati, è rimasto forse solo il nome.
Quella che poteva essere un tempo una straordinaria esperienza di trasgressione, ammantata di idealismo rivoluzionario che si esprimeva in una musica volutamente fuori dagli schemi, suonata con strumenti che richiamassero i simboli di un’epoca post industriale, si è svuotata col tempo di ogni significato, diventando trasgressione fine a se stessa, ricovero spesso di teste di cazzo senza argomenti, modaioli figli di papà senza scopi o ancor peggio di tossici allo sbando alla ricerca di droga a buon mercato.
Storditi dalla musica più delirante, all’interno di un silenzio comunicativo accentuato dalla droga, queste persone vivono la loro esperienza di sballo, senza altro scopo se non quello di autodistruggersi.

Il problema non è il modello rave (esistono, tra l’altro, vari tipi di rave), quanto piuttosto come tali degenerazioni riescano ad attecchire nel vuoto idealistico in cui sguazzano molti dei ragazzi che vi partecipano i quali non contestano la società in cui vivono, bensì ne sono la peggiore espressione.
Apologeti del divertimento senza limiti, generalmente apolitici (colpa questa a mio avviso davvero imperdonabile), estimatori di una musica istintiva, che non sarebbe contestabile a priori se non ne esaltasse solo gli istinti di violenza e di autodistruzione, cadono nella rete della droga per mancanza di alternative.
Se solo si riuscisse a privare il “modello rave” degli elementi distruttivi, facendolo ritornare quell’occasione di aggregazione estemporanea che era un tempo, allora sì il problema sarebbe risolto.
Ma forse è chiedere troppo a questa generazione allo sbando!

Articolo tratto da Tuttiinpiazza.it

 

postato da: gogol77 alle ore agosto 19, 2009 20:13 | Permalink | commenti
categoria:televisione, violenza, sistema, carovita, inflazione, ribellione, salari
mercoledì, 24 settembre 2008


Il problema del lavoro, che affligge Napoli e il Sud Italia in un’epoca in cui la parola disoccupazione è stata parzialmente sostituita dalla più innocua precarietà, si manifesta vistosamente nelle selezioni che le agenzie di lavoro interinale – tramite alternativo alla raccomandazione per l’ingresso nel mondo del lavoro meridionale – attivano alle richieste di personale avanzate dalle aziende. Casi di laureati disposti ad occuparsi in mansioni per le quali sarebbe sufficiente un diploma sono diventati la regola. E così prolificano ricerche di laureate in filosofia o lettere (per indicare le due lauree “meno occupate”) per posti di promoter o hostess, laureati in economia in alternativa a semplici ragionieri, addirittura laureati in chimica richiesti per un lavoro in profumeria (sich!).



Lo scenario è davvero desolante, soprattutto per coloro che vedono a malincuore l’alternativa di dover trasmigrare per poter lavorare, con l’inevitabile prezzo di affetti da pagare.

Vista la situazione attuale che vede tanti laureati a spasso, i datori di lavoro più spudorati non si risparmiano dal chiedere, nelle loro richieste di personale, diplomati o laureati, indifferentemente, come se tra i due percorsi formativi non vi sia alcuna differenza. Ciò chiaramente va a diretto svantaggio dei laureati che vedono vanificati i propri sforzi universitari a causa di un mercato lavorativo asfittico e dalle possibilità di sbocco risicate. Un tempo era scontato che lo stipendio di un laureato dovesse essere superiore a quello di un diplomato, semplicemente per il fatto (il mondo era più semplice allora, ma anche più giusto) che un laureato apportava nell’impiego che occupava un bagaglio di conoscenze di gran lunga superiore ad un diplomato (senza contare le spese universitarie sopportate negli anni).



Ai datori di lavoro non disposti a seguire il neolaureato in un percorso formativo, rimaneva la possibilità di impiegare un diplomato, magari con esperienza, remunerandolo in base a tale esperienza, ma ben sapendo di rinunciare alla preparazione superiore di uno studente laureato. I laureati erano occupati in posizioni generalmente di responsabilità, dove c’erano possibilità di avanzamenti di carriera.

Oggi i laureati sono più a buon mercato, o sarebbe meglio dire che sono costretti a svendersi, e ad impiegarsi per mansioni che sviliscono il loro bagaglio di conoscenze. Sono, per dirla con un neologismo orribile ma ultimamente molto in uso, sottomansionati. E di conseguenza anche sottopagati.



Le statistiche fornite dalle università (?!) parlano dell’88% dei laureati “impiegati” a 5 anni dalla laurea, ma non dicono di che tipo di impiego si tratti. Come se questo fosse un dato poco importante! Tralasciando la durata del contratto (solo 2 laureati su 10 possono vantare un contratto a tempo indeterminato) nulla ci dice se la mansione svolta è quella per la quale questi laureati hanno studiato. E d’altra parte le università non approfondiscono. Lo scopo del dato fornito è palesemente pubblicitario. Con malizia si potrebbe pensare che ci sia un palese intento di nascondere dati che potrebbero apparire sconvenienti.

A causa di tale svendita di talenti, si è insinuata nelle menti delle persone la convinzione che un laureato, perché privo di esperienza, valga in fondo quanto un diplomato e pertanto che da un punto di vista retributivo non gli spetti quel maggiore guadagno che prima gli era garantito.



Questo accade soprattutto al sud, porzione di Europa che si mantiene ai margini e che è abituata a beneficiare solo della lieve eco di tutti gli sviluppi che coinvolgono il resto della comunità. Lo svilimento che coinvolge i laureati travolge chiaramente quei diplomati in discipline tecniche che dovrebbero essere una ricchezza per il nerbo di una società lavorativa sana, e che spesso sono guardati alla stregua di analfabeti.

Le statistiche dicono che un laureato italiano guadagna il 37 % più di un diplomato, rispetto al 44 % della Germania, il 50 % della Francia e il 63 % del Regno Unito. Ad approfondire la differenza bisognerebbe però aggiungere che un diplomato italiano guadagna molto meno di qualsiasi suo collega europeo.

Il discorso “flessibilità” all’interno di tale scenario appare in conclusione a dir poco inadeguato. Si può parlare di flessibilità solo in un mercato lavorativo con bassi livelli di disoccupazione e con una mobilità all’interno dello stesso comparto produttivo. E può essere anche che ciò avvenga in pochissime fortunate regione del Nord Italia. Ma il Sud resta come sempre al palo.

L’alta percentuale di dipendenti sottomansionati dovrebbe essere un allarme per i nostri governanti, perché rappresenta una grossa crepa all’interno del sistema-paese.

Altra contraddizione che stride con la realtà è questa tensione verso l’accrescimento del numero dei laureati che da tante parti viene incoraggiata. Come se all’economia italiana per raggiungere il livello delle economie degli altri paesi bastasse semplicemente pareggiare il numero dei laureati.



Le statistiche ci dicono, dato questo davvero paradossale, che, è vero, l’Italia è il paese con il minor numero di laureati tra i 25 e i 34 anni (il 12 % contro il 22 % della Germania, il 33 % del Regno Unito, il 37 % della Francia e il 38 % della Spagna) ma che, nel contempo, vanta un tasso di disoccupazione dei propri laureati superiore a quello degli altri paesi europei.

Le misure da adottare a mio avviso sono ben altre: è necessario accrescere piuttosto il punto di contatto fra università e mondo lavorativo, rendere gli studi sempre più pratici, coinvolgere le aziende, sia piccole che grandi, esortarle ad investire nell’università per riceverne in cambio non solo personale ma anche progetti di sviluppo, di formazione.

 

 

postato da: gogol77 alle ore settembre 24, 2008 10:20 | Permalink | commenti
categoria:sistema, carovita, inflazione, ribellione, bianciardi, salari
martedì, 26 agosto 2008


Il tasso di inflazione indica il livello dei prezzi di un insieme di beni. Come molti avranno notato, mai una volta che il telegiornale dia la notizia che il tasso di inflazione sia diminuito. In Italia è quindi in costante crescita. Significa che, in misura più o meno percettibile, i prezzi dei beni che acquistiamo crescono. Per fronteggiare l’inflazione sono state previste una serie di misure di aggiustamento salariale che preservino il potere di acquisto dei salari.

E’ opinione diffusa che tali misure siano di gran lunga inadeguate ad affrontare l’inflazione degli ultimi anni e a mantenere costante il potere di acquisto. Non a caso gli acquisti hanno subito una brusca frenata con conseguente diminuzione della produzione industriale. Come si spiega allora che i prezzi continuino a salire nonostante la diminuzione del potere di acquisto e la conseguente diminuzione della domanda?


Cominciamo da un assunto: quanto più un mercato si trova in concorrenza tanto più il prezzo del prodotto che offre sarà contenuto, questo perché ciascun concorrente tenderà a conquistare una fetta di domanda offrendo la propria produzione ad un prezzo accettabile. In una condizione di monopolio invece il monopolista sarà libero di fare anche un prezzo più alto di quello che farebbe se operasse in un mercato concorrenziale, perché essendo l’unico venditore la scelta è semplicemente tra l’acquistare quel prodotto o il non farlo.

Avviene però nella realtà che, anche in una situazione di concorrenza, il prezzo medio del prodotto offerto non sia concorrenziale. Ciò avviene quando quella concorrenza è solo di facciata, ossia quando i produttori si accordano per spremere il mercato e massimizzare i propri profitti. Nel caso di accordo tra i concorrenti di un mercato si parla di cartello.

L’Italia è il paese dei monopoli e dei cartelli.


E’ soprattutto nei periodi di crisi che i cartelli fioriscono: le aziende per salvaguardare i propri ricavati, che altrimenti diminuirebbero vista la diminuzione del potere d’acquisto dei potenziali compratori, arrivano ad accordarsi per vendere il proprio prodotto ad un prezzo conveniente.

Qualsiasi cosa l’italiano acquisti paga un prezzo superiore al suo collega europeo: dalla colazione (pane, burro, latte) al pranzo (pasta, vino, carne), dalle telefonate alla benzina, dai francobolli alle assicurazioni, o anche solo aprendo un conto in banca. Eppure agli italiani non sembra proprio di essere i più ricchi d’Europa. La nostra unica salvezza sarebbe quella di rimanere a casa così da non acquistare nulla, a patto però di non utilizzare la rete elettrica o il gas per cucinare: anche lì nessuno ha mai pagato il giusto.

L’Autorità per la Concorrenza dovrebbe occuparsi di queste situazioni penalizzanti per il consumatore, ed in parte se ne occupa. Ma le armi a sua disposizione sono a dir poco spuntate. Le multe fioccano ma i loro effetti raramente sono risolutivi, tanto più per il fatto che si tratta di multe non tanto alte. I cartelli inoltre spesso tengono in conto l’eventualità di una multa e si accordano anche per affrontarla. Negli Stati Uniti ed in Inghilterra, ben consci dell’inadeguatezza di tali misure, si finisce in galera o la multa è talmente alta da causare il fallimento della società che la subisce. In Europa, invece, tutto resta nell’ambito amministrativo.

 

postato da: gogol77 alle ore agosto 26, 2008 12:08 | Permalink | commenti (1)
categoria:carovita, inflazione, salari