martedì, 27 ottobre 2009


Il nuovo giornale online Tuttiinpiazza.it, testata con la quale mi onoro di collaborare con recensioni letterarie
e articoli di economia, sta partecipando ad un concorso indetto dalla Provincia di Caserta che intende premiare giovani talenti e le loro iniziative.
A rappresentarci, quello che, in apparenza, sembra un losco figuro, Domenico Callipo, è in verità un ragazzo d'oro, pieno di sani principi oltre che un ottimo giornalista.
Vi invito pertanto a darci una mano in questa votazione che è molto importante soprattutto per i premi in denaro che potrebbero permetterci qualche attimo di tranquillità nella conduzione di questa nostra iniziativa giornalistica.
Tuttiinpiazza.it è una testata indipendente, un progetto portato avanti da giovani appassionati e senza alcuna finalità di lucro. Finora siamo riusciti a sopperire alle immancabili spese con sponsor e anche grazie all'intervento della redazione tutta.

Qualora insomma vogliate votarci dovete collegarvi al seguente indirizzo:

http://talentsraising.eu/talent/index.php?option=com_content&view=article&id=46:domenico-callipo&catid=3:schede-finalisti&Itemid=40

E' necessario votare tutti i 19 partecipanti, pertanto, per agevolate Tuttiinpiazza, dare voto 1 a tutti e 5 solo all'ultimo concorrente, appunto Domenico Callipo.






postato da: gogol77 alle ore ottobre 27, 2009 12:38 | Permalink | commenti
categoria:recensione, campania, libro, elezioni, sistema, candidature, TUTTIINPIAZZA
sabato, 24 ottobre 2009



Fonte:
Tuttiinpiazza.it

L’ex guardasigilli ancora nella bufera: la Procura di Napoli indaga la veridicità di una testimonianza che parla di lavori risarciti con appalti del Comune di Ceppaloni


La “brava persona” Clemente Mastella torna sotto i riflettori nazionali, ma non c’è da preoccuparsi, non c’è verso di fargli lasciare la politica. Come se ne avessimo avuto bisogno, lui si è affrettato a rassicurarci: quest’ennesima campagna di infamie, contro chi ha sempre pensato al bene dei suoi rappresentati, non riuscirà a tenerlo lontano dal suo scranno. E d’altra parte, se mai accadesse una cosa del genere, non ci sorprenderebbe l’avvento di un secondo diluvio.
Lui dice di non esserlo, clemente, come recita il titolo del suo unico libro, ma in verità Mastella non è solo clemente, è anche generoso. Peccato che cada in quello che potrebbe essere definito “un vizio da politico”, quello di essere generoso con i soldi degli altri.
Per capire appieno la bravura del personaggio Mastella, vi racconterò una storia.

Immaginate di essere un politico in gamba, di quelli furbi, equilibristi, capaci di stare a proprio agio in qualsiasi parte vi si collochi, di dimostrare costantemente un opportunismo senza vergogna, e, da buon ex democristiano, di saper dire tutto e il contrario tutto, ma anche di saper dire niente.
Immaginate di commissionare dei lavori per la vostra villa, l’umile dimora che vi siete scelti per tornare dalle vostre missioni politiche all’estero e per ricevere i bisognosi in cerca di aiuto che accorrono da ogni parte d’Italia, ma che questi lavori (continua a leggere)


postato da: gogol77 alle ore ottobre 24, 2009 11:40 | Permalink | commenti
categoria:campania, elezioni, sistema, classico, candidature, inflazione, TUTTIINPIAZZA
mercoledì, 21 ottobre 2009
Fonte: "Tuttiinpiazza.it" - Una Class Action contro Trenitalia


Non c’è questione che unisca di più, che trovi più consensi, che catalizzi di più l’opinione pubblica, livellando ogni differenza di età, ceto, orientamento politico, dell’eterna protesta contro i disservizi di Trenitalia: le voci di studenti, impiegati, professori, dirigenti, militari, spesso si alzano per denunciare gli innumerevoli disagi, ottenendone in cambio solo la beffa dell’aumento immotivato dei biglietti.
D’altra parte, tutti, ma proprio tutti, almeno cento volte nella vita, hanno avuto a che fare con ritardi, cancellazioni, “problemi tecnici di linea”, scioperi, e tutti, ma proprio tutti, una volta messi in viaggio, hanno riscontrato le pessime condizioni igieniche in cui versano le carrozze, la scortesia e il pressappochismo di gran parte del personale ferroviario, l’assenza di sicurezza, insomma, una serie tale di controindicazioni da costringere i più a desistere, la volta successiva, dalla scelta del treno come mezzo di trasporto.
Questa moltitudine parteciperà di certo alla raccolta di adesioni, lanciata dal Codacons, che intende imbastire una class action contro Trenitalia per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dai disservizi.


Cos’è la Class action?
A meno di ulteriori rinvii o cambi di rotta, da gennaio del 2010 anche in Italia si avrà la possibilità di fare cause di gruppo. La class action italiana sarà però, per molti aspetti, diversa da quella americana, soprattutto per il suo punto più dolente, ossia la mancanza della retroattività: non si potrà applicare a tutti i vecchi danneggiamenti ma solo a quelli che verranno.
Una clausola che intende preservare il sistema dal proliferare selvaggio di azioni collettive, ma che comporta una sorta di “spuntatina” di questo strumento di tutela giuridica pensato per la difesa dei diritti del consumatore.



Il Codacons non è nuovo ad azioni legali contro Trenitalia.
A partire dal 2002 sono molte le sentenze che hanno costretto la società ferroviaria a risarcire danni ai suoi passeggeri: l’ultima risale agli inizi di quest’anno quando il Giudice di pace di Roma ha condannato Trenitalia, per aver fatto viaggiare un passeggero al freddo e senza riscaldamento, ad un risarcimento di 350 euro più 1.300 di spese legali, oltre alla pubblicazione della sentenza sui quotidiani "Il Sole24 ore”, "La Repubblica” e "Il Mattino”. Per aderire all'iniziativa del Codacons, è sufficiente compilare il modulo pubblicato sul sito dell’associazione e seguire le istruzioni riportate.



La rivoluzione che si prospetta potrà avere serie conseguenze nei confronti della società,
perché questi risarcimenti, che singolarmente possono sembrare irrisori, potrebbero raggiungere livelli astronomici qualora il fronte degli aderenti si facesse ampio.
Chiaramente si spera che ciò non avvenga, ma che, piuttosto, l’introduzione di questa normativa incentivi la società a migliorare un servizio che adesso, in termini di qualità, è uno dei peggiori d’Europa.

postato da: gogol77 alle ore ottobre 21, 2009 17:36 | Permalink | commenti
categoria:libro, treno, trenitalia, sistema, carovita, codacons, inflazione, ribellione, class action, salari, TUTTIINPIAZZA
mercoledì, 21 ottobre 2009



Interessanti articoli su
www.tuttiinpiazza.it.

Qui i consigli di lettura: Rubrica letteraria








postato da: gogol77 alle ore ottobre 21, 2009 16:41 | Permalink | commenti
categoria:cinema, letteratura, racconto, recensione, televisione, libro, woody allen, sistema, nove racconti, capolavoro, TUTTIINPIAZZA
mercoledì, 19 agosto 2009

Due ragazzi sono morti: un israeliano di 26 anni che partecipava ad un rave party nelle campagne tra Molise e Campania, nei pressi di Castello del Matese, ed una ragazza di 23 anni, lucana, ad una festa simile nel Salento, tra Castro marina e Marittima di Diso.
Alla base di entrambi i decessi un micidiale cocktail di sostanze stupefacenti. I due fatti di cronaca hanno fornito la solita occasione ai vari Giovanardi e consimili per cavalcare l’onda emotiva con demagogiche minacce di divieti e provvedimenti drastici. Cadendo nell’errore di credere che il problema siano i rave e non le persone che vi partecipano.

Quello che infatti avviene nei rave non è molto diverso da quello che succede in certe discoteche (non in tutte, sia chiaro). Qualcuno dice che i ravers non siano altro che discotecari più estremi, più luridi o più “azzeccati”, non allontanandosi tanto dalla verità.
Perché di queste feste, nate negli Stati Uniti come espressione di una controcultura vitalistica che si inseriva in un clima politico di forte contestazione e che intendeva, con una valenza fortemente simbolica, far rivivere luoghi abbandonati, è rimasto forse solo il nome.
Quella che poteva essere un tempo una straordinaria esperienza di trasgressione, ammantata di idealismo rivoluzionario che si esprimeva in una musica volutamente fuori dagli schemi, suonata con strumenti che richiamassero i simboli di un’epoca post industriale, si è svuotata col tempo di ogni significato, diventando trasgressione fine a se stessa, ricovero spesso di teste di cazzo senza argomenti, modaioli figli di papà senza scopi o ancor peggio di tossici allo sbando alla ricerca di droga a buon mercato.
Storditi dalla musica più delirante, all’interno di un silenzio comunicativo accentuato dalla droga, queste persone vivono la loro esperienza di sballo, senza altro scopo se non quello di autodistruggersi.

Il problema non è il modello rave (esistono, tra l’altro, vari tipi di rave), quanto piuttosto come tali degenerazioni riescano ad attecchire nel vuoto idealistico in cui sguazzano molti dei ragazzi che vi partecipano i quali non contestano la società in cui vivono, bensì ne sono la peggiore espressione.
Apologeti del divertimento senza limiti, generalmente apolitici (colpa questa a mio avviso davvero imperdonabile), estimatori di una musica istintiva, che non sarebbe contestabile a priori se non ne esaltasse solo gli istinti di violenza e di autodistruzione, cadono nella rete della droga per mancanza di alternative.
Se solo si riuscisse a privare il “modello rave” degli elementi distruttivi, facendolo ritornare quell’occasione di aggregazione estemporanea che era un tempo, allora sì il problema sarebbe risolto.
Ma forse è chiedere troppo a questa generazione allo sbando!

Articolo tratto da Tuttiinpiazza.it

 

postato da: gogol77 alle ore agosto 19, 2009 20:13 | Permalink | commenti
categoria:televisione, violenza, sistema, carovita, inflazione, ribellione, salari
lunedì, 30 marzo 2009


Partiamo da un fatto: alla base del successo di “Gomorra”, il libro di Roberto Saviano, c'è una molteplicità di fattori talmente vasta che è difficile indicarne uno in particolare.

Primo fra tutti l’esigenza, sentita da gran parte dei lettori, di una letteratura che si sporchi di realtà, che tenti di intelleggerla e di spiegarne quello che nasconde dietro le apparenze.
Saviano non ha solo parlato di camorra, ma ci ha mostrato i cancri nascosti e smascherando soprattutto i collegamenti, gli intrecci, le interposizioni di interessi, ci ha fornito una radiografia del reale capace di darci una inorridente visione di insieme.
Ha fatto tutto questo utilizzando, inoltre, un espediente letterario – l’inchiesta giornalistica che si fa romanzo che si fa denuncia – di un’efficacia senza precedenti, in grado di lasciarci, a fine lettura, storditi ed esausti. 



Alla luce di queste considerazioni, le obiezioni di plagio che Simone Di Meo, giornalista napoletano, muove nei confronti di Saviano appaiono ancora più risibili. Di Meo accusa lo scrittore di aver preso spunto da alcuni suoi articoli e da qualche sua confidenza senza indicarne, nel romanzo, la fonte.

Adesso, non c’è dubbio che Saviano non abbia vissuto direttamente tutte le esperienze che racconta. Lo stesso scrittore ammette di aver attinto informazioni da una molteplicità di fonti. Quello che però ne ha tratto da questa argilla grezza è un unicum letterario, unanimemente apprezzato da critica e lettori, che ha poi avuto, soprattutto, il grande merito extra letterario di smuovere le coscienze e di catalizzare l’attenzione su un problema che prima molti facevano finta di non vedere. E’ questo a mio avviso il merito più grande di Saviano che spiega, in parte, il suo successo.
E’ possibile che Di Meo non intuisca come passino davvero in secondo piano le sue richieste di una nota a piè di pagina? E’ possibile che tenti di passare oltre l’importanza di tutto questo per tediarci con le sue frivole questioni editoriali? Sono forse queste domande ad aver eccitato la mia dietrologia. Ed ecco che quello che pensavo mi viene confermato anche da Saviano.
Nel suo intervento televisivo egli ha motivato quest’attacco adducendo un intento diffamatorio che proverrebbe da quella stessa stampa che “spalleggiava” la criminalità organizzata e usava il mezzo della diffamazione per isolare chi si ribellava. Accadde con Don Peppe Diana sul cui conto certa stampa casertana elevò a certezza, nei giorni immediatamente successivi alla sua morte, accuse infamanti che non erano supportate da alcuna prova. Di Meo, non a caso, proverrebbe proprio da quella stampa.



Certo può essere. Che almeno questo sia nelle intenzioni di qualcuno è possibile. Che ci siano anche qui collegamenti e relazioni con la criminalità organizzata è probabile, anzi, appare quasi inevitabile.

Nel suo intervento televisivo Saviano ha voluto andare oltre tutto questo. Ha fatto sì nomi e mostrato articoli, e dimostrato la sua tesi, ma oltre a denunciare collusioni a mio avviso il suo intento era ancora un altro: quello di continuare nella rappresentazione di quella realtà che tanto lo inorridisce. La cultura mafiosa, ha voluto ripeterci, impregna ogni settore di questa nostra società meridionale, la satura orientando menti e coscienze e impone atteggiamenti consenzienti che, però, diventano colpevoli se ad assumerli sono giornalisti o editori.
Inoltre conduce, cosa ancor più grave, all’abitudine: l’indignazione si placa e si è portati ad accettare quello che avviene perché così vanno le cose, non c’è alcun modo di cambiarle.
Lo stesso Di Meo afferma banalmente nel suo blog che Saviano esageri, che i padrini non sono queste menti eccelse, che lo scrittore “mitizzi” il sistema. Insomma tenta di sminuire.
Io adesso non so se l’intento di Di Meo sia quello di farsi testa di ponte di questo oscuro fronte diffamatorio, o se invece tenti solo di inserirsi nella scia del successo di Gomorra. In entrambi i casi lui potrebbe solo essere uno strumento. Però ci preme rassicurarlo: che tenti pure di inserirsi nella schiera di epigoni che tentano di sfruttare la scia, ma difficilmente riuscirà ad oscurare la luce di un ragazzo che davvero sta facendo molto per cambiare le cose.
Perché la più grande ragione alla base del successo di Gomorra è, secondo me, lo stesso Roberto Saviano.



E’ quel misto di qualità che saltano agli occhi dei suoi lettori e di chi lo ha potuto osservare nei suoi interventi televisivi. Un ragazzo dal coraggio e dalla testardaggine fuori dal comune che tenta giorno dopo giorno di perpetuare la sua ossessione, di resistere alle forze che tentano di riposizionarlo ai margini, e che ci continua a parlare di camorra (a noi ma soprattutto all’Italia intera, affinché la camorra non venga scambiata per un problema locale). E tutto questo perché non ritorni il silenzio, perché si parli di ciò che per troppi anni è stato colpevolmente taciuto.

La sua profonda e sincera indignazione civile trasuda da ogni parola che pronuncia, e dietro di essa, sono sicuro, non c’è mai stato - perché non ci può essere - nessunissimo calcolo. Che poi quella “macchina da guerra” di marketing che è la Mondadori si arricchisca con lui, questa è un’altra questione che, a me, personalmente non interessa.
Le reazioni di Roberto Saviano alla popolarità, al successo anche economico, non hanno per nulla scalfito la forza di una lotta che lo pervade tutto, e che orienta ogni sua azione e intervento.
E sono queste le cose fondamentali su cui conta concentrarsi. A noi pubblico di suoi lettori non interessano le beghe da scrittorucoli verso le quali qualcuno, chissà chi, tenta di spostare la nostra attenzione. La nostra attenzione resta lì, accanto a questo ragazzo che agita le nostre coscienze civili e ci inculca, giorno dopo giorno, la speranza che un giorno le cose, dalle nostre parti, possano cambiare.

http://www.tuttiinpiazza.it/articoli/arte_e_letteratura/no_saviano_non_ha_plagiato_nessuno/no_saviano_non_ha_plagiato_nessuno.asp


postato da: gogol77 alle ore marzo 30, 2009 17:29 | Permalink | commenti
categoria:cinema, letteratura, libro, violenza, sistema, capolavoro
mercoledì, 24 settembre 2008


Il problema del lavoro, che affligge Napoli e il Sud Italia in un’epoca in cui la parola disoccupazione è stata parzialmente sostituita dalla più innocua precarietà, si manifesta vistosamente nelle selezioni che le agenzie di lavoro interinale – tramite alternativo alla raccomandazione per l’ingresso nel mondo del lavoro meridionale – attivano alle richieste di personale avanzate dalle aziende. Casi di laureati disposti ad occuparsi in mansioni per le quali sarebbe sufficiente un diploma sono diventati la regola. E così prolificano ricerche di laureate in filosofia o lettere (per indicare le due lauree “meno occupate”) per posti di promoter o hostess, laureati in economia in alternativa a semplici ragionieri, addirittura laureati in chimica richiesti per un lavoro in profumeria (sich!).



Lo scenario è davvero desolante, soprattutto per coloro che vedono a malincuore l’alternativa di dover trasmigrare per poter lavorare, con l’inevitabile prezzo di affetti da pagare.

Vista la situazione attuale che vede tanti laureati a spasso, i datori di lavoro più spudorati non si risparmiano dal chiedere, nelle loro richieste di personale, diplomati o laureati, indifferentemente, come se tra i due percorsi formativi non vi sia alcuna differenza. Ciò chiaramente va a diretto svantaggio dei laureati che vedono vanificati i propri sforzi universitari a causa di un mercato lavorativo asfittico e dalle possibilità di sbocco risicate. Un tempo era scontato che lo stipendio di un laureato dovesse essere superiore a quello di un diplomato, semplicemente per il fatto (il mondo era più semplice allora, ma anche più giusto) che un laureato apportava nell’impiego che occupava un bagaglio di conoscenze di gran lunga superiore ad un diplomato (senza contare le spese universitarie sopportate negli anni).



Ai datori di lavoro non disposti a seguire il neolaureato in un percorso formativo, rimaneva la possibilità di impiegare un diplomato, magari con esperienza, remunerandolo in base a tale esperienza, ma ben sapendo di rinunciare alla preparazione superiore di uno studente laureato. I laureati erano occupati in posizioni generalmente di responsabilità, dove c’erano possibilità di avanzamenti di carriera.

Oggi i laureati sono più a buon mercato, o sarebbe meglio dire che sono costretti a svendersi, e ad impiegarsi per mansioni che sviliscono il loro bagaglio di conoscenze. Sono, per dirla con un neologismo orribile ma ultimamente molto in uso, sottomansionati. E di conseguenza anche sottopagati.



Le statistiche fornite dalle università (?!) parlano dell’88% dei laureati “impiegati” a 5 anni dalla laurea, ma non dicono di che tipo di impiego si tratti. Come se questo fosse un dato poco importante! Tralasciando la durata del contratto (solo 2 laureati su 10 possono vantare un contratto a tempo indeterminato) nulla ci dice se la mansione svolta è quella per la quale questi laureati hanno studiato. E d’altra parte le università non approfondiscono. Lo scopo del dato fornito è palesemente pubblicitario. Con malizia si potrebbe pensare che ci sia un palese intento di nascondere dati che potrebbero apparire sconvenienti.

A causa di tale svendita di talenti, si è insinuata nelle menti delle persone la convinzione che un laureato, perché privo di esperienza, valga in fondo quanto un diplomato e pertanto che da un punto di vista retributivo non gli spetti quel maggiore guadagno che prima gli era garantito.



Questo accade soprattutto al sud, porzione di Europa che si mantiene ai margini e che è abituata a beneficiare solo della lieve eco di tutti gli sviluppi che coinvolgono il resto della comunità. Lo svilimento che coinvolge i laureati travolge chiaramente quei diplomati in discipline tecniche che dovrebbero essere una ricchezza per il nerbo di una società lavorativa sana, e che spesso sono guardati alla stregua di analfabeti.

Le statistiche dicono che un laureato italiano guadagna il 37 % più di un diplomato, rispetto al 44 % della Germania, il 50 % della Francia e il 63 % del Regno Unito. Ad approfondire la differenza bisognerebbe però aggiungere che un diplomato italiano guadagna molto meno di qualsiasi suo collega europeo.

Il discorso “flessibilità” all’interno di tale scenario appare in conclusione a dir poco inadeguato. Si può parlare di flessibilità solo in un mercato lavorativo con bassi livelli di disoccupazione e con una mobilità all’interno dello stesso comparto produttivo. E può essere anche che ciò avvenga in pochissime fortunate regione del Nord Italia. Ma il Sud resta come sempre al palo.

L’alta percentuale di dipendenti sottomansionati dovrebbe essere un allarme per i nostri governanti, perché rappresenta una grossa crepa all’interno del sistema-paese.

Altra contraddizione che stride con la realtà è questa tensione verso l’accrescimento del numero dei laureati che da tante parti viene incoraggiata. Come se all’economia italiana per raggiungere il livello delle economie degli altri paesi bastasse semplicemente pareggiare il numero dei laureati.



Le statistiche ci dicono, dato questo davvero paradossale, che, è vero, l’Italia è il paese con il minor numero di laureati tra i 25 e i 34 anni (il 12 % contro il 22 % della Germania, il 33 % del Regno Unito, il 37 % della Francia e il 38 % della Spagna) ma che, nel contempo, vanta un tasso di disoccupazione dei propri laureati superiore a quello degli altri paesi europei.

Le misure da adottare a mio avviso sono ben altre: è necessario accrescere piuttosto il punto di contatto fra università e mondo lavorativo, rendere gli studi sempre più pratici, coinvolgere le aziende, sia piccole che grandi, esortarle ad investire nell’università per riceverne in cambio non solo personale ma anche progetti di sviluppo, di formazione.

 

 

postato da: gogol77 alle ore settembre 24, 2008 10:20 | Permalink | commenti
categoria:sistema, carovita, inflazione, ribellione, bianciardi, salari
martedì, 12 agosto 2008


L’adattamento cinematografico di un libro è sempre un passaggio traumatico, mai scevro di critiche e confronti.  Profonde mutilazioni o troppa libertà interpretativa, mai che si giunga alla sua giusta via di mezzo. Ma come possono due linguaggi artistici diversi giungere all’ideale della coincidenza?

Per quanto Carlo Lizzani, portando sugli schermi “La vita agra” di Luciano Bianciardi, con uno straordinario Ugo Tognazzi, abbia tentato di riproporre, a mio avviso riuscendoci, lo spirito dell’opera, ciò che preme è rispolverare il ricordo di uno scrittore grandissimo che però, a distanza di anni, resta ancora poco conosciuto e divulgato.

 

Il film riproposto da La7 la serata dell’11 agosto fornisce l’occasione per parlare di quello che resta uno dei capisaldi della letteratura italiana del Novecento. 

“La vita agra” è la storia di un infiltrato, di un intellettuale di provincia che si reca a Milano con propositi anarchico-dinamitardi (vuole far saltare il Pirellone per vendicare 43 minatori morti in un’esplosione pilotata), ma che rimane impantanato nella vita da incubo del cittadino medio metropolitano, con la frenesia che la contraddistingue, abitante anonimo di un microappartamento diviso con una folla chiassosa, spettatore involontario di un’Italia post-miracolo, contraddittoria nei suoi scontri di piazza e nel suo consumismo dilagante.

 

Lo sguardo del protagonista, Luciano, è dissacratorio, ironico, nei confronti di una modernità un po’ bizzarra, mossa dall’ideale del denaro, del capitalismo distillato nelle pieghe della società da mezzi di persuasione di massa sempre più efficaci. E’ un proletario più sarcastico che guerrafondaio, che non partecipa attivamente alle manifestazioni popolari, che si ribella ad un lavoro parcellizzato e disumanizzante, ma che l’amore per Anna e il bisogno piegheranno alla vita media.

Diventerà addirittura un creativo pubblicitario, uno di quei persuasori occulti espressione più perversa di quel tipo di società che aveva tanto criticato e vilipeso.

    La storia di Luciano Bianchi, alter ego assolutamente non celato dell’autore, non smette di affascinare a distanza di più di 40 anni, perché descrive una condizione piuttosto universale, quella dell’intellettuale che per ragioni di sopravvivenza si trova ad un tratto della propria vita di fronte un bivio: continuare nella cieca ribellione al sistema e subirne le conseguenze o inchinarsi allo stesso, ma dissacrarlo almeno. Luciano non ha la forza necessaria a fare quel salto del fosso che lo renda non-comune e cede alla vita comoda, ordinaria e agra, della borghesia rinunciataria, apatica, irreggimentata. La sua riflessione giunge alla conclusione che si è sempre sconfitti, qualsiasi scelta si faccia, perché si combatte contro forze stritolanti, verso le quali l’individuo, spolpato, ridotto a fantoccio, nella sua solitudine, ha poco da fare. E’ un esito rassegnato, triste, ma che mai dimentica quell’ironia di fondo, quel piglio da goliardico toscanaccio che contraddistingue tutta la produzione di Bianciardi.

Se non l’avete ancora letto, non è mai troppo tardi per farlo. Ma non perdete altro tempo!

Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?
È vero, di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano.


postato da: gogol77 alle ore agosto 12, 2008 13:40 | Permalink | commenti
categoria:cinema, milano, letteratura, recensione, televisione, libro, sistema, classico, ribellione, bianciardi, agra