mercoledì, 21 ottobre 2009



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Qui i consigli di lettura: Rubrica letteraria








postato da: gogol77 alle ore ottobre 21, 2009 16:41 | Permalink | commenti
categoria:cinema, letteratura, racconto, recensione, televisione, libro, woody allen, sistema, nove racconti, capolavoro, TUTTIINPIAZZA
mercoledì, 14 ottobre 2009

ARTICOLO TRATTO DA TUTTIINPIAZZA.IT

   Con 43 film all’attivo (attore in 28) Woody Allen è forse uno degli ultimi grandi registi di Hollywood.
Leggendo “Effetti collaterali” ci si sorprende a scoprire quanto il seme della sua arte esistesse già nei suoi racconti giovanili.

“La mia seconda moglie era bellissima, ma priva di vera passione. Ricordo che una volta, mentre facevamo l’amore, accadde una curiosa illusione ottica e per una frazione di secondo sembrò quasi che si muovesse.”

La raccolta, apparsa per la prima volta sulla rivista “The New Yorker” e pubblicata poi in una trilogia (“Rivincite” e “Senza piume” gli altri titoli), ci mostra molto del Woody Allen che ritroveremo successivamente nelle sue numerose opere cinematografiche, ci sono i suoi tic, il suo umorismo dissacrante, la beffarda autoironia sul suo “essere ebreo”, c’è l’immancabile New York, con i suoi ambienti intellettuali, c’è chiaramente il cinema, la letteratura, la musica, e tutta la sua capacità di giocare con lo scibile umano e farne incredibile materia di non-sense e di comicità.


Un intellettuale a tutto tondo insomma, capace di cimentarsi con la letteratura (e anche col teatro), senza scadere nella mediocrità, ma piuttosto riproducendo quell’eccellenza e quell’originalità che lo hanno reso grande al cinema.
Le diciassette storie di questa raccolta colpiscono proprio per le idee forti che le sostengono, che ne fanno non derivazioni del suo cinema, quanto oggetti a sé stanti, unici, indipendenti l’uno dall’altro, delle autentiche chicche letterarie pervase da una vena stramba e spesso geniale.



D’altra parte, la sua cinematografia ha sempre pescato a piene mani nella letteratura e nel teatro
, fatta com’è di dialoghi brillanti, di battute intelligenti e cervellotiche che abbattono cliché o violano templi (“Juliet era marxista, del tipo più interessante di marxista: con le gambe lunghe ed abbronzate”), restituendoci l’immagine di un genio che si muove con disinvoltura tra riferimenti coltissimi non resistendo alla tentazione di profanarli.
Il soggetto che Allen predilige come protagonista delle sue storie è sempre stato qualcuno che gli somiglia: qui può essere un professore dalla vita coniugale infelice che viene spedito da un mago nel romanzo di Flaubert, Emma Bovary (“Il caso Kugelmass”); oppure il personaggio kafkiano del “La dieta” che si chiama F.

“ - E’ in gamba, questo Richter - disse il padre di F. - Ecco perché si farà strada nel mondo degli affari, mentre tu ti contorcerai sempre nella frustrazione come un parassita nauseabondo con le zampe lunghe e sottili, degno solo di essere spiaccicato.- F. si complimentò col padre per la sua lungimiranza.”



Il tempo letterario ben si presta alla piena fruizione del suo humour
perché offre occasione di rilettura e quindi di piena comprensione dei numerosi meccanismi che usa per far ridere.
Permette di osservare le sue battute come se fossero al rallenty, capirne appieno l’intelligenza che nascondono.
Altra straordinaria capacità di Allen è quella di creare battute con una duplice valenza: perfettamente inserite in un crescendo surreale e funzionale, ma anche dotate di vita propria, ossia capaci di essere efficaci anche se slegate dal contesto - e quante battute anche dei suoi film hanno avuto la forza di diventare memorabili.

"Di tutti gli uomini famosi mai vissuti, quello che di più mi sarebbe piaciuto essere è Socrate. Non tanto perché era un grande pensatore, dato che io stesso sono noto per aver avuto delle pensate discretamente profonde, anche se le mie ruotano invariabilmente attorno a una hostess svedese e a delle manette."


postato da: gogol77 alle ore ottobre 14, 2009 17:28 | Permalink | commenti (3)
categoria:cinema, letteratura, racconto, televisione, libro, woody allen, classico, capolavoro, TUTTIINPIAZZA
mercoledì, 19 agosto 2009

Due ragazzi sono morti: un israeliano di 26 anni che partecipava ad un rave party nelle campagne tra Molise e Campania, nei pressi di Castello del Matese, ed una ragazza di 23 anni, lucana, ad una festa simile nel Salento, tra Castro marina e Marittima di Diso.
Alla base di entrambi i decessi un micidiale cocktail di sostanze stupefacenti. I due fatti di cronaca hanno fornito la solita occasione ai vari Giovanardi e consimili per cavalcare l’onda emotiva con demagogiche minacce di divieti e provvedimenti drastici. Cadendo nell’errore di credere che il problema siano i rave e non le persone che vi partecipano.

Quello che infatti avviene nei rave non è molto diverso da quello che succede in certe discoteche (non in tutte, sia chiaro). Qualcuno dice che i ravers non siano altro che discotecari più estremi, più luridi o più “azzeccati”, non allontanandosi tanto dalla verità.
Perché di queste feste, nate negli Stati Uniti come espressione di una controcultura vitalistica che si inseriva in un clima politico di forte contestazione e che intendeva, con una valenza fortemente simbolica, far rivivere luoghi abbandonati, è rimasto forse solo il nome.
Quella che poteva essere un tempo una straordinaria esperienza di trasgressione, ammantata di idealismo rivoluzionario che si esprimeva in una musica volutamente fuori dagli schemi, suonata con strumenti che richiamassero i simboli di un’epoca post industriale, si è svuotata col tempo di ogni significato, diventando trasgressione fine a se stessa, ricovero spesso di teste di cazzo senza argomenti, modaioli figli di papà senza scopi o ancor peggio di tossici allo sbando alla ricerca di droga a buon mercato.
Storditi dalla musica più delirante, all’interno di un silenzio comunicativo accentuato dalla droga, queste persone vivono la loro esperienza di sballo, senza altro scopo se non quello di autodistruggersi.

Il problema non è il modello rave (esistono, tra l’altro, vari tipi di rave), quanto piuttosto come tali degenerazioni riescano ad attecchire nel vuoto idealistico in cui sguazzano molti dei ragazzi che vi partecipano i quali non contestano la società in cui vivono, bensì ne sono la peggiore espressione.
Apologeti del divertimento senza limiti, generalmente apolitici (colpa questa a mio avviso davvero imperdonabile), estimatori di una musica istintiva, che non sarebbe contestabile a priori se non ne esaltasse solo gli istinti di violenza e di autodistruzione, cadono nella rete della droga per mancanza di alternative.
Se solo si riuscisse a privare il “modello rave” degli elementi distruttivi, facendolo ritornare quell’occasione di aggregazione estemporanea che era un tempo, allora sì il problema sarebbe risolto.
Ma forse è chiedere troppo a questa generazione allo sbando!

Articolo tratto da Tuttiinpiazza.it

 

postato da: gogol77 alle ore agosto 19, 2009 20:13 | Permalink | commenti
categoria:televisione, violenza, sistema, carovita, inflazione, ribellione, salari
giovedì, 04 dicembre 2008

 

Articolo tratto da http://www.tuttiinpiazza.it/articolo_rub.asp?id_articolo=221




In una Tokyo fredda e geometrica, le prostitute di un’agenzia si muovono da un grattacielo all’altro, addentrandosi negli spazi angusti di anonime stanze d’albergo, con il loro armamentario di attrezzi di piacere in borsetta. Il ventaglio di servizi che offrono è ampio e singolare ma può essere riassunto da una sigla: BDSM ossia bondage o sadomasochismo.



Sebbene il libro (e il film successivo dello stesso scrittore) sia diventato un cult per gli amanti di questo genere di pratiche sessuali estreme, limitare quest’opera a semplice inventario esemplificativo significa non averne colto per nulla il significato profondo né l’intento dell’autore.

Pensato come una successione di esperienze raccontate dalle stesse ragazze, Ryu Murakami ci conduce insieme alle sue “vittime” in equilibrio su di un filo di rasoio, lungo un sentiero di degradazione che ondeggia tra confini di follia e perdita di sé.

Tokyo Decadence non ci mostra il male puro, ma piuttosto fin dove possa spingersi “il gioco del male a pagamento”.




Da una parte i clienti, facoltosi, che sperimentano su questi giocattoli di carne le torture più umilianti, le pratiche più perverse, il loro catalogo più bestiale di tormenti e umiliazioni; clienti ai quali il denaro concede il piacere complesso e insano di poter decidere della vita di un altro essere, di degradarlo ad insetto, di violare le regole della normalità per abbandonarsi a pratiche che in altri ambiti sembrerebbero folli se non addirittura ridicole (il denaro trasforma la condannata anormalità in tollerabile eccentricità).



Dall’altra, queste ragazze, abituate a non mostrare la propria umanità, a celarla, ad alienarsi, che vivono la loro condizione di schiave in maniera quasi automatica, ciascuna di loro con in mente uno stratagemma psicologico per tirarsi fuori dalla squallida pozza di realtà nella quale sono costrette a guadare.

I ricordi o un amore rappresentano una corda di salvezza mentale, sottile e fragile, tesa tra due pianeti, che talvolta si spezza abbandonandole oltre il confine della pazzia.



Nel loro sforzo di diventare oggetti, “cose animate” nella misura che desiderano i clienti, sanno bene che il segreto per sopravvivere è quello di rinforzare a sufficienza lo scrigno nel quale custodire la propria anima.

Rimbalzi frequenti ad esperienze passate, i ricordi dell’infanzia, o di un’epoca felice del proprio vissuto, arrivano in soccorso di queste donne nei momenti di peggiore degradazione fisica e morale, nel mentre di una pratica sadomaso o di un perverso gioco di depravazione e prevaricazione.

Il vuoto pneumatico nel quale si immergono per un attimo si riempie di colore, e ne preserva la sanità mentale. Ma il rischio che si corre è grande e non per tutte c’è la salvezza. Lì fuori, nel mondo, in questo mondo, non c’è nessuna umana compassione, né pietà.



Murakami in un’intervista ha ammesso che l’intento della sua opera era quello di “tracciare un parallelismo tra la solitudine dello scrittore e quello della prostituta”. Entrambi guardano ciò che gli accade intorno con la stessa indifferenza, senza coinvolgimenti che li spingano ad amare od odiare, ma registrando semplicemente ciò che succede con una passività che è presunzione esistenziale, distacco intellettuale.

Il rischio di smarrirsi è dietro l’angolo, ma correre quel rischio rappresenta per entrambi l’unica alternativa di vita possibile.

postato da: gogol77 alle ore dicembre 04, 2008 17:42 | Permalink | commenti (1)
categoria:cinema, letteratura, racconto, recensione, televisione, libro, violenza, classico, capolavoro
martedì, 12 agosto 2008


L’adattamento cinematografico di un libro è sempre un passaggio traumatico, mai scevro di critiche e confronti.  Profonde mutilazioni o troppa libertà interpretativa, mai che si giunga alla sua giusta via di mezzo. Ma come possono due linguaggi artistici diversi giungere all’ideale della coincidenza?

Per quanto Carlo Lizzani, portando sugli schermi “La vita agra” di Luciano Bianciardi, con uno straordinario Ugo Tognazzi, abbia tentato di riproporre, a mio avviso riuscendoci, lo spirito dell’opera, ciò che preme è rispolverare il ricordo di uno scrittore grandissimo che però, a distanza di anni, resta ancora poco conosciuto e divulgato.

 

Il film riproposto da La7 la serata dell’11 agosto fornisce l’occasione per parlare di quello che resta uno dei capisaldi della letteratura italiana del Novecento. 

“La vita agra” è la storia di un infiltrato, di un intellettuale di provincia che si reca a Milano con propositi anarchico-dinamitardi (vuole far saltare il Pirellone per vendicare 43 minatori morti in un’esplosione pilotata), ma che rimane impantanato nella vita da incubo del cittadino medio metropolitano, con la frenesia che la contraddistingue, abitante anonimo di un microappartamento diviso con una folla chiassosa, spettatore involontario di un’Italia post-miracolo, contraddittoria nei suoi scontri di piazza e nel suo consumismo dilagante.

 

Lo sguardo del protagonista, Luciano, è dissacratorio, ironico, nei confronti di una modernità un po’ bizzarra, mossa dall’ideale del denaro, del capitalismo distillato nelle pieghe della società da mezzi di persuasione di massa sempre più efficaci. E’ un proletario più sarcastico che guerrafondaio, che non partecipa attivamente alle manifestazioni popolari, che si ribella ad un lavoro parcellizzato e disumanizzante, ma che l’amore per Anna e il bisogno piegheranno alla vita media.

Diventerà addirittura un creativo pubblicitario, uno di quei persuasori occulti espressione più perversa di quel tipo di società che aveva tanto criticato e vilipeso.

    La storia di Luciano Bianchi, alter ego assolutamente non celato dell’autore, non smette di affascinare a distanza di più di 40 anni, perché descrive una condizione piuttosto universale, quella dell’intellettuale che per ragioni di sopravvivenza si trova ad un tratto della propria vita di fronte un bivio: continuare nella cieca ribellione al sistema e subirne le conseguenze o inchinarsi allo stesso, ma dissacrarlo almeno. Luciano non ha la forza necessaria a fare quel salto del fosso che lo renda non-comune e cede alla vita comoda, ordinaria e agra, della borghesia rinunciataria, apatica, irreggimentata. La sua riflessione giunge alla conclusione che si è sempre sconfitti, qualsiasi scelta si faccia, perché si combatte contro forze stritolanti, verso le quali l’individuo, spolpato, ridotto a fantoccio, nella sua solitudine, ha poco da fare. E’ un esito rassegnato, triste, ma che mai dimentica quell’ironia di fondo, quel piglio da goliardico toscanaccio che contraddistingue tutta la produzione di Bianciardi.

Se non l’avete ancora letto, non è mai troppo tardi per farlo. Ma non perdete altro tempo!

Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?
È vero, di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano.


postato da: gogol77 alle ore agosto 12, 2008 13:40 | Permalink | commenti
categoria:cinema, milano, letteratura, recensione, televisione, libro, sistema, classico, ribellione, bianciardi, agra