martedì, 05 agosto 2008


Funny Games, versione 2007, (o forse sarebbe meglio dire versione inglese) è il primo esempio di clone filmico, non un remake sulla scia del Psycho di Van Sant, ma una pedissequa copia con unico neo distinguente : il cast.

Laddove nel 1997 c’erano sconosciuti, seppur bravissimi, attori austriaci, ora ci sono Tim Roth e Naomi Watts, altrettanto bravi, ma soprattutto più appetibili per il botteghino.

E d’altronde il regista non nasconde che l’unica ragione che lo ha spinto a girare questa seconda versione è quella di arrivare ad un pubblico più vasto. Comprensibile ragione a mio avviso. Perché, in fondo, quale peggiore condanna per un regista se non quella di essere relegato in un fantomatico gotha di registi d’essai? Condanna ancora più paradossale per un film pensato espressamente per provocare lo spettatore, per incollarlo alla poltrona e coinvolgerlo – per colpa dell’occhiolino ammiccante strizzato ad un tratto del film dal protagonista Michael Pitt – come testimone e, se vogliamo, come complice del simpatico gioco di perversa dominazione della famiglia, un semplice esercizio di crudeltà volto alla degradazione di esseri umani a rigidi fantocci incapaci di sottrarsi, a straordinari oggetti da intrattenimento.

Il classico intento cinematografico di immedesimazione del pubblico nei protagonisti/vittime della storia raccontata viene provocatoriamente ribaltato. Il pubblico è uno sterile – e molto sadico – voyeur che assiste alla violenza immotivata in tempo reale, una violenza affatto filtrata quanto fortemente realistica.


Nella tranquilla vita di una famigliola medio borghese, colta e istruita, in una casa in riva al lago nella quale passano le vacanze, irrompono due giovani di bianco vestiti e guantati, dai modi gentili ed affabili, quasi raffinati nel loro modo di porsi, nel vezzo di avanzare con le mani agganciate dietro la schiena. Lentamente la famiglia diventerà ostaggio del loro simpatico gioco, senza scopo alcuno se non quello, appunto, di giocare.



Gli indizi che indicano l’intento meramente provocatorio di questa opera possono individuarsi fin dal principio: le scene di vita casalinga, pensate per presentare gli oggetti della violenza (coltelli, mazze da golf), hanno un che di caricaturale, di beffardo, quasi a voler scimmiottare il solito repertorio del film di genere, a voler ironicamente parodiare le sue logiche e le certezze di uno spettatore assuefatto ad una narrazione stereotipata. La trovata del rewind conferma ulteriormente quanto detto, anzi lo certifica: non la solita resa dei conti tanto liberatoria ma anche tanto banale e prevedibile, eccoti servito l’epilogo anticonvenzionale: i cattivi restano impuniti, le vittime muoiono incapaci di opporre resistenza, i simpatici giochi continuano altrove, non c’è nessun consolante riscatto stavolta.

Haneke maltratta lo spettatore, lo accusa senza mezzi termini di complicità, anche il suo è un simpatico gioco per condurre il quale si serve di un’oggettività glaciale fatta di dilatazioni del tempo, piani sequenza e violenza trattenuta fuori campo. Quest’ultima scelta a mio avviso molto efficace nella logica del racconto: il fatto che la violenza non sia mai mostrata ma rimanga fuori campo accresce il contrasto tra l’aspetto apparentemente innocuo dei seviziatori (che non si vedono mai compiere appunto le atrocità) e l’efferatezza delle azioni che compiono.

"Perchè non ci uccidete subito e la fate finita?"
"E che ne sarebbe dello spettacolo?"


http://www.luckyred.it/funnygames/

postato da: gogol77 alle ore agosto 05, 2008 11:59 | Permalink | commenti
categoria:cinema, recensione, violenza, funny games, classico, naomi watts, tim roth, capolavoro, haneke