venerdì, 04 dicembre 2009


Avvertenza: Questo articolo può nuocere gravemente al vostro umore, pertanto il lettore che volesse continuare a vivere tra i guanciali di una disinformata serenità si tenga lontano da queste pagine.

La moda di questo autunno si chiama influenza A e lo strumento che utilizza per propagarsi nelle coscienze è il bollettino dei morti che si ripete su ogni giornale con cadenza quotidiana. L’Ansa snocciola l’ennesima notizia di una vittima e sulle facce di intere redazioni prende forma il sorriso perfido di chi è riuscito, per l’ennesima volta, a riempire un giornale o almeno la sua prima, con un argomento che ha, per di più, un forte ascendente sul fronte acquirenti.
La strategia è palese e se vogliamo anche piuttosto banale: preso atto che la folla annoiata ama aver paura, ecco a voi servita la paura più a buon mercato, e che importa se difficilmente si concretizzerà in reale pericolo per la maggior parte delle persone.
La pandemia di cui parlo fa tanto cinematografico, è di quelle che riempiono i silenzi delle pause ufficio, che insinuano nelle vite comuni quel condimento rivitalizzante che le illude per un attimo di stare vivendo un’avventura da film.
Bene, questo articolo intende porre fine a questo gioco della paura innocua, rovinarlo come chi d’un tratto capovolge il tavolo facendo volare via i pezzi di una scacchiera: smettano di fingere agitazione coloro che commentano i nefasti effetti dell’influenza suina e comincino a rendersi conto che il gioco della falsità che mettono in moto pubblicando quotidianamente questo bollettino di morti nasconde sotto il tappeto
(continua a leggere)



postato da: gogol77 alle ore dicembre 04, 2009 11:43 | Permalink | commenti
categoria:campania, violenza, sistema, class action, TUTTIINPIAZZA
mercoledì, 19 agosto 2009

Due ragazzi sono morti: un israeliano di 26 anni che partecipava ad un rave party nelle campagne tra Molise e Campania, nei pressi di Castello del Matese, ed una ragazza di 23 anni, lucana, ad una festa simile nel Salento, tra Castro marina e Marittima di Diso.
Alla base di entrambi i decessi un micidiale cocktail di sostanze stupefacenti. I due fatti di cronaca hanno fornito la solita occasione ai vari Giovanardi e consimili per cavalcare l’onda emotiva con demagogiche minacce di divieti e provvedimenti drastici. Cadendo nell’errore di credere che il problema siano i rave e non le persone che vi partecipano.

Quello che infatti avviene nei rave non è molto diverso da quello che succede in certe discoteche (non in tutte, sia chiaro). Qualcuno dice che i ravers non siano altro che discotecari più estremi, più luridi o più “azzeccati”, non allontanandosi tanto dalla verità.
Perché di queste feste, nate negli Stati Uniti come espressione di una controcultura vitalistica che si inseriva in un clima politico di forte contestazione e che intendeva, con una valenza fortemente simbolica, far rivivere luoghi abbandonati, è rimasto forse solo il nome.
Quella che poteva essere un tempo una straordinaria esperienza di trasgressione, ammantata di idealismo rivoluzionario che si esprimeva in una musica volutamente fuori dagli schemi, suonata con strumenti che richiamassero i simboli di un’epoca post industriale, si è svuotata col tempo di ogni significato, diventando trasgressione fine a se stessa, ricovero spesso di teste di cazzo senza argomenti, modaioli figli di papà senza scopi o ancor peggio di tossici allo sbando alla ricerca di droga a buon mercato.
Storditi dalla musica più delirante, all’interno di un silenzio comunicativo accentuato dalla droga, queste persone vivono la loro esperienza di sballo, senza altro scopo se non quello di autodistruggersi.

Il problema non è il modello rave (esistono, tra l’altro, vari tipi di rave), quanto piuttosto come tali degenerazioni riescano ad attecchire nel vuoto idealistico in cui sguazzano molti dei ragazzi che vi partecipano i quali non contestano la società in cui vivono, bensì ne sono la peggiore espressione.
Apologeti del divertimento senza limiti, generalmente apolitici (colpa questa a mio avviso davvero imperdonabile), estimatori di una musica istintiva, che non sarebbe contestabile a priori se non ne esaltasse solo gli istinti di violenza e di autodistruzione, cadono nella rete della droga per mancanza di alternative.
Se solo si riuscisse a privare il “modello rave” degli elementi distruttivi, facendolo ritornare quell’occasione di aggregazione estemporanea che era un tempo, allora sì il problema sarebbe risolto.
Ma forse è chiedere troppo a questa generazione allo sbando!

Articolo tratto da Tuttiinpiazza.it

 

postato da: gogol77 alle ore agosto 19, 2009 20:13 | Permalink | commenti
categoria:televisione, violenza, sistema, carovita, inflazione, ribellione, salari
lunedì, 30 marzo 2009


Partiamo da un fatto: alla base del successo di “Gomorra”, il libro di Roberto Saviano, c'è una molteplicità di fattori talmente vasta che è difficile indicarne uno in particolare.

Primo fra tutti l’esigenza, sentita da gran parte dei lettori, di una letteratura che si sporchi di realtà, che tenti di intelleggerla e di spiegarne quello che nasconde dietro le apparenze.
Saviano non ha solo parlato di camorra, ma ci ha mostrato i cancri nascosti e smascherando soprattutto i collegamenti, gli intrecci, le interposizioni di interessi, ci ha fornito una radiografia del reale capace di darci una inorridente visione di insieme.
Ha fatto tutto questo utilizzando, inoltre, un espediente letterario – l’inchiesta giornalistica che si fa romanzo che si fa denuncia – di un’efficacia senza precedenti, in grado di lasciarci, a fine lettura, storditi ed esausti. 



Alla luce di queste considerazioni, le obiezioni di plagio che Simone Di Meo, giornalista napoletano, muove nei confronti di Saviano appaiono ancora più risibili. Di Meo accusa lo scrittore di aver preso spunto da alcuni suoi articoli e da qualche sua confidenza senza indicarne, nel romanzo, la fonte.

Adesso, non c’è dubbio che Saviano non abbia vissuto direttamente tutte le esperienze che racconta. Lo stesso scrittore ammette di aver attinto informazioni da una molteplicità di fonti. Quello che però ne ha tratto da questa argilla grezza è un unicum letterario, unanimemente apprezzato da critica e lettori, che ha poi avuto, soprattutto, il grande merito extra letterario di smuovere le coscienze e di catalizzare l’attenzione su un problema che prima molti facevano finta di non vedere. E’ questo a mio avviso il merito più grande di Saviano che spiega, in parte, il suo successo.
E’ possibile che Di Meo non intuisca come passino davvero in secondo piano le sue richieste di una nota a piè di pagina? E’ possibile che tenti di passare oltre l’importanza di tutto questo per tediarci con le sue frivole questioni editoriali? Sono forse queste domande ad aver eccitato la mia dietrologia. Ed ecco che quello che pensavo mi viene confermato anche da Saviano.
Nel suo intervento televisivo egli ha motivato quest’attacco adducendo un intento diffamatorio che proverrebbe da quella stessa stampa che “spalleggiava” la criminalità organizzata e usava il mezzo della diffamazione per isolare chi si ribellava. Accadde con Don Peppe Diana sul cui conto certa stampa casertana elevò a certezza, nei giorni immediatamente successivi alla sua morte, accuse infamanti che non erano supportate da alcuna prova. Di Meo, non a caso, proverrebbe proprio da quella stampa.



Certo può essere. Che almeno questo sia nelle intenzioni di qualcuno è possibile. Che ci siano anche qui collegamenti e relazioni con la criminalità organizzata è probabile, anzi, appare quasi inevitabile.

Nel suo intervento televisivo Saviano ha voluto andare oltre tutto questo. Ha fatto sì nomi e mostrato articoli, e dimostrato la sua tesi, ma oltre a denunciare collusioni a mio avviso il suo intento era ancora un altro: quello di continuare nella rappresentazione di quella realtà che tanto lo inorridisce. La cultura mafiosa, ha voluto ripeterci, impregna ogni settore di questa nostra società meridionale, la satura orientando menti e coscienze e impone atteggiamenti consenzienti che, però, diventano colpevoli se ad assumerli sono giornalisti o editori.
Inoltre conduce, cosa ancor più grave, all’abitudine: l’indignazione si placa e si è portati ad accettare quello che avviene perché così vanno le cose, non c’è alcun modo di cambiarle.
Lo stesso Di Meo afferma banalmente nel suo blog che Saviano esageri, che i padrini non sono queste menti eccelse, che lo scrittore “mitizzi” il sistema. Insomma tenta di sminuire.
Io adesso non so se l’intento di Di Meo sia quello di farsi testa di ponte di questo oscuro fronte diffamatorio, o se invece tenti solo di inserirsi nella scia del successo di Gomorra. In entrambi i casi lui potrebbe solo essere uno strumento. Però ci preme rassicurarlo: che tenti pure di inserirsi nella schiera di epigoni che tentano di sfruttare la scia, ma difficilmente riuscirà ad oscurare la luce di un ragazzo che davvero sta facendo molto per cambiare le cose.
Perché la più grande ragione alla base del successo di Gomorra è, secondo me, lo stesso Roberto Saviano.



E’ quel misto di qualità che saltano agli occhi dei suoi lettori e di chi lo ha potuto osservare nei suoi interventi televisivi. Un ragazzo dal coraggio e dalla testardaggine fuori dal comune che tenta giorno dopo giorno di perpetuare la sua ossessione, di resistere alle forze che tentano di riposizionarlo ai margini, e che ci continua a parlare di camorra (a noi ma soprattutto all’Italia intera, affinché la camorra non venga scambiata per un problema locale). E tutto questo perché non ritorni il silenzio, perché si parli di ciò che per troppi anni è stato colpevolmente taciuto.

La sua profonda e sincera indignazione civile trasuda da ogni parola che pronuncia, e dietro di essa, sono sicuro, non c’è mai stato - perché non ci può essere - nessunissimo calcolo. Che poi quella “macchina da guerra” di marketing che è la Mondadori si arricchisca con lui, questa è un’altra questione che, a me, personalmente non interessa.
Le reazioni di Roberto Saviano alla popolarità, al successo anche economico, non hanno per nulla scalfito la forza di una lotta che lo pervade tutto, e che orienta ogni sua azione e intervento.
E sono queste le cose fondamentali su cui conta concentrarsi. A noi pubblico di suoi lettori non interessano le beghe da scrittorucoli verso le quali qualcuno, chissà chi, tenta di spostare la nostra attenzione. La nostra attenzione resta lì, accanto a questo ragazzo che agita le nostre coscienze civili e ci inculca, giorno dopo giorno, la speranza che un giorno le cose, dalle nostre parti, possano cambiare.

http://www.tuttiinpiazza.it/articoli/arte_e_letteratura/no_saviano_non_ha_plagiato_nessuno/no_saviano_non_ha_plagiato_nessuno.asp


postato da: gogol77 alle ore marzo 30, 2009 17:29 | Permalink | commenti
categoria:cinema, letteratura, libro, violenza, sistema, capolavoro
giovedì, 04 dicembre 2008

 

Articolo tratto da http://www.tuttiinpiazza.it/articolo_rub.asp?id_articolo=221




In una Tokyo fredda e geometrica, le prostitute di un’agenzia si muovono da un grattacielo all’altro, addentrandosi negli spazi angusti di anonime stanze d’albergo, con il loro armamentario di attrezzi di piacere in borsetta. Il ventaglio di servizi che offrono è ampio e singolare ma può essere riassunto da una sigla: BDSM ossia bondage o sadomasochismo.



Sebbene il libro (e il film successivo dello stesso scrittore) sia diventato un cult per gli amanti di questo genere di pratiche sessuali estreme, limitare quest’opera a semplice inventario esemplificativo significa non averne colto per nulla il significato profondo né l’intento dell’autore.

Pensato come una successione di esperienze raccontate dalle stesse ragazze, Ryu Murakami ci conduce insieme alle sue “vittime” in equilibrio su di un filo di rasoio, lungo un sentiero di degradazione che ondeggia tra confini di follia e perdita di sé.

Tokyo Decadence non ci mostra il male puro, ma piuttosto fin dove possa spingersi “il gioco del male a pagamento”.




Da una parte i clienti, facoltosi, che sperimentano su questi giocattoli di carne le torture più umilianti, le pratiche più perverse, il loro catalogo più bestiale di tormenti e umiliazioni; clienti ai quali il denaro concede il piacere complesso e insano di poter decidere della vita di un altro essere, di degradarlo ad insetto, di violare le regole della normalità per abbandonarsi a pratiche che in altri ambiti sembrerebbero folli se non addirittura ridicole (il denaro trasforma la condannata anormalità in tollerabile eccentricità).



Dall’altra, queste ragazze, abituate a non mostrare la propria umanità, a celarla, ad alienarsi, che vivono la loro condizione di schiave in maniera quasi automatica, ciascuna di loro con in mente uno stratagemma psicologico per tirarsi fuori dalla squallida pozza di realtà nella quale sono costrette a guadare.

I ricordi o un amore rappresentano una corda di salvezza mentale, sottile e fragile, tesa tra due pianeti, che talvolta si spezza abbandonandole oltre il confine della pazzia.



Nel loro sforzo di diventare oggetti, “cose animate” nella misura che desiderano i clienti, sanno bene che il segreto per sopravvivere è quello di rinforzare a sufficienza lo scrigno nel quale custodire la propria anima.

Rimbalzi frequenti ad esperienze passate, i ricordi dell’infanzia, o di un’epoca felice del proprio vissuto, arrivano in soccorso di queste donne nei momenti di peggiore degradazione fisica e morale, nel mentre di una pratica sadomaso o di un perverso gioco di depravazione e prevaricazione.

Il vuoto pneumatico nel quale si immergono per un attimo si riempie di colore, e ne preserva la sanità mentale. Ma il rischio che si corre è grande e non per tutte c’è la salvezza. Lì fuori, nel mondo, in questo mondo, non c’è nessuna umana compassione, né pietà.



Murakami in un’intervista ha ammesso che l’intento della sua opera era quello di “tracciare un parallelismo tra la solitudine dello scrittore e quello della prostituta”. Entrambi guardano ciò che gli accade intorno con la stessa indifferenza, senza coinvolgimenti che li spingano ad amare od odiare, ma registrando semplicemente ciò che succede con una passività che è presunzione esistenziale, distacco intellettuale.

Il rischio di smarrirsi è dietro l’angolo, ma correre quel rischio rappresenta per entrambi l’unica alternativa di vita possibile.

postato da: gogol77 alle ore dicembre 04, 2008 17:42 | Permalink | commenti (1)
categoria:cinema, letteratura, racconto, recensione, televisione, libro, violenza, classico, capolavoro
martedì, 05 agosto 2008


Funny Games, versione 2007, (o forse sarebbe meglio dire versione inglese) è il primo esempio di clone filmico, non un remake sulla scia del Psycho di Van Sant, ma una pedissequa copia con unico neo distinguente : il cast.

Laddove nel 1997 c’erano sconosciuti, seppur bravissimi, attori austriaci, ora ci sono Tim Roth e Naomi Watts, altrettanto bravi, ma soprattutto più appetibili per il botteghino.

E d’altronde il regista non nasconde che l’unica ragione che lo ha spinto a girare questa seconda versione è quella di arrivare ad un pubblico più vasto. Comprensibile ragione a mio avviso. Perché, in fondo, quale peggiore condanna per un regista se non quella di essere relegato in un fantomatico gotha di registi d’essai? Condanna ancora più paradossale per un film pensato espressamente per provocare lo spettatore, per incollarlo alla poltrona e coinvolgerlo – per colpa dell’occhiolino ammiccante strizzato ad un tratto del film dal protagonista Michael Pitt – come testimone e, se vogliamo, come complice del simpatico gioco di perversa dominazione della famiglia, un semplice esercizio di crudeltà volto alla degradazione di esseri umani a rigidi fantocci incapaci di sottrarsi, a straordinari oggetti da intrattenimento.

Il classico intento cinematografico di immedesimazione del pubblico nei protagonisti/vittime della storia raccontata viene provocatoriamente ribaltato. Il pubblico è uno sterile – e molto sadico – voyeur che assiste alla violenza immotivata in tempo reale, una violenza affatto filtrata quanto fortemente realistica.


Nella tranquilla vita di una famigliola medio borghese, colta e istruita, in una casa in riva al lago nella quale passano le vacanze, irrompono due giovani di bianco vestiti e guantati, dai modi gentili ed affabili, quasi raffinati nel loro modo di porsi, nel vezzo di avanzare con le mani agganciate dietro la schiena. Lentamente la famiglia diventerà ostaggio del loro simpatico gioco, senza scopo alcuno se non quello, appunto, di giocare.



Gli indizi che indicano l’intento meramente provocatorio di questa opera possono individuarsi fin dal principio: le scene di vita casalinga, pensate per presentare gli oggetti della violenza (coltelli, mazze da golf), hanno un che di caricaturale, di beffardo, quasi a voler scimmiottare il solito repertorio del film di genere, a voler ironicamente parodiare le sue logiche e le certezze di uno spettatore assuefatto ad una narrazione stereotipata. La trovata del rewind conferma ulteriormente quanto detto, anzi lo certifica: non la solita resa dei conti tanto liberatoria ma anche tanto banale e prevedibile, eccoti servito l’epilogo anticonvenzionale: i cattivi restano impuniti, le vittime muoiono incapaci di opporre resistenza, i simpatici giochi continuano altrove, non c’è nessun consolante riscatto stavolta.

Haneke maltratta lo spettatore, lo accusa senza mezzi termini di complicità, anche il suo è un simpatico gioco per condurre il quale si serve di un’oggettività glaciale fatta di dilatazioni del tempo, piani sequenza e violenza trattenuta fuori campo. Quest’ultima scelta a mio avviso molto efficace nella logica del racconto: il fatto che la violenza non sia mai mostrata ma rimanga fuori campo accresce il contrasto tra l’aspetto apparentemente innocuo dei seviziatori (che non si vedono mai compiere appunto le atrocità) e l’efferatezza delle azioni che compiono.

"Perchè non ci uccidete subito e la fate finita?"
"E che ne sarebbe dello spettacolo?"


http://www.luckyred.it/funnygames/

postato da: gogol77 alle ore agosto 05, 2008 11:59 | Permalink | commenti
categoria:cinema, recensione, violenza, funny games, classico, naomi watts, tim roth, capolavoro, haneke